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Nei palazzi nobiliari siciliani: come vivono oggi gli eredi dei Gattopardi

La principessa Carine Vanni Calvello Mantegna di Gangi, nel suo palazzo in cui Visconti girò Il Gattopardo. (Igor Petyx ) 
Viaggio nelle dimore aristocratiche per capire come campano nel 2025 principi e conti. In vari modi. Ma soprattutto aprendo i loro palazzi meravigliosi e costosissimi (da mantenere) ai turisti e alla città. Perché la grande bellezza sia finalmente un affare per tutti
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Palermo. Da quando Stanley Tucci ha girato una puntata del suo programma per la Cnn sulla gastronomia italiana nella sua sala da pranzo, il principe è diventato una celebrità per gli americani che visitano Palazzo Raffadali: «Quarant’anni fa era inimmaginabile che un palazzo nobiliare aprisse le porte a un set cinematografico o televisivo». Bernardo Tortorici, principe di Raffadali, 66 anni, presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, proprietario di una “reggia” del 1468 che misura 800 metri quadri, è uno degli aristocratici palermitani che smentiscono quell’immagine di una casta immobile e svogliata dipinta da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. Tortorici si è intestato un’iniziativa per lenire la ferita del Caravaggio rubato a Palermo, chiamando ogni anno un artista per riprodurre la Natività perduta nell’oratorio San Lorenzo, che gestisce attraverso l’associazione. Ma il presente parla anche di giardini storici messi a frutto come ristoranti, di fattorie sulle Madonie …

Palermo. Da quando Stanley Tucci ha girato una puntata del suo programma per la Cnn sulla gastronomia italiana nella sua sala da pranzo, il principe è diventato una celebrità per gli americani che visitano Palazzo Raffadali: «Quarant’anni fa era inimmaginabile che un palazzo nobiliare aprisse le porte a un set cinematografico o televisivo». Bernardo Tortorici, principe di Raffadali, 66 anni, presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, proprietario di una “reggia” del 1468 che misura 800 metri quadri, è uno degli aristocratici palermitani che smentiscono quell’immagine di una casta immobile e svogliata dipinta da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. Tortorici si è intestato un’iniziativa per lenire la ferita del Caravaggio rubato a Palermo, chiamando ogni anno un artista per riprodurre la Natività perduta nell’oratorio San Lorenzo, che gestisce attraverso l’associazione. Ma il presente parla anche di giardini storici messi a frutto come ristoranti, di fattorie sulle Madonie trasformate in resort, di palazzi che si aprono alle visite guidate per un biglietto da 40-50 euro.

E se i marchesi Berlingieri, che a Palazzo Mazzarino accolgono i concerti di Piano City, sono mecenati del Teatro Massimo, i conti Tasca, produttori di vino, lanciano gli abbonamenti per visitare l’enorme parco della loro villa e accolgono il cartellone estivo del Teatro Biondo, mentre a Palazzo Conti Federico la contessa Alwine canta romanze e lieder per la gioia dei visitatori. E anche Palazzo Lanza Tomasi, periodicamente, apre le porte a gruppi di 25 persone per mostrare il manoscritto originale del Gattopardo.

Insomma, roba dell’altro mondo, quello borghese e rampante che scalzò i Gattopardi dal loro piedistallo consumato. «Mio suocero non avrebbe mai aperto il nostro palazzo alle visite, ma mio marito è stato presidente del Fai regionale, non era uno legato al cliché aristocratico, e automaticamente siamo entrati in contatto con persone fuori dal nostro giro», dice Pia Calefati di Canalotti, vedova del barone Vincenzo e proprietaria di palazzo Ajutamicristo, 1.400 metri quadri, una collezione di ventagli veneziani del Settecento e un enorme affresco di Vito D’Anna che sovrasta il salone delle feste. «Io sono figlia di un medico e da “esterna” ho sempre vissuto l’aristocrazia come qualcosa di normale. Per me questo palazzo è semplicemente la mia casa».

Ribatte Tortorici: «Probabilmente il periodo più difficile che ha vissuto la classe aristocratica è stato l’immediato dopoguerra, quando bisognava affrontare il quotidiano senza più le risorse di una volta e senza più una posizione di potere: s’è ritrovata in un mare aperto senza saper nuotare, perché era una classe sociale non votata all’impresa, e ha dovuto vendere parte del suo patrimonio per restare a galla. Con gli anni Settanta, invece, palazzi e ville diventano una risorsa economica».

Come biglietti da visita

Ma che vuol dire gestire gioielli di pietra come questi? «Siamo custodi più che proprietari» risponde Tortorici, «ma io dico sempre che le dimore storiche sono un biglietto da visita che racconta la città: mantenerle vive è un onere pubblico». Opinione che trova d’accordo la principessa Signoretta Alliata di Pietratagliata, una che ha trascorso un anno e mezzo sui ponteggi per seguire da vicino il restauro da oltre 400 mila euro della facciata del suo palazzo monumentale del Quattrocento, con tanto di torre merlata, la più alta della città, e un lampadario in vetro di Murano da 2 metri e 75 di diametro. «Il mio compito non è quello di fare la castellana ma di diffondere l’amore per il bello» ci dice. «Ho preservato una storia che non è solo mia, è di tutti». La principessa racconta che quando gli alunni di una scuola media presero di mira con la fionda i preziosi vetri di Murano delle finestre, lei chiese al preside di portare quegli stessi ragazzi nei suoi saloni, per mostrargli la magnificenza che oltraggiavano. Risultato: i ragazzi dopo la visita le regalarono dei disegni che l’hanno commossa.

«L’apertura al pubblico del nostro palazzo è innanzitutto una questione finanziaria, ma è anche un modo per condividere questo bene con la città. Mio marito, il principe Biagio Licata di Baucina, era direttore di banca, io stessa ho lavorato in banca, e tutto quello che abbiamo guadagnato l’abbiamo investito qui». Se qualcuno chiede alla principessa se si sente l’ultima Gattoparda, la risposta è secca: «No, semmai la prima tigre». Sua figlia Amalia si occupa di matrimoni e simili nella nuova impresa di famiglia, il Giardino del duca Serradifalco, gestita da Giuseppe Licata di Baucina, 38 anni, nipote del principe Biagio: settanta specie arboree monumentali e vincolate distribuite lungo quasi due ettari recuperati dal disastro del sacco edilizio. «Io credo che rispetto al passato ci sia una voglia di riscatto degli aristocratici», dice Giuseppe, «stiamo cercando di rivalutare i frammenti che abbiamo ereditato, il giardino lo abbiamo salvato e abbiamo cercato di metterlo a reddito aprendolo alla città e iniziando un’attività economica di ristorazione. Qui i costi sono ancora più alti di un immobile perché noi combattiamo contro madre natura: ci sono specie infestanti come il punteruolo rosso...».

Ospiti screanzati

Già, i costi di manutenzione e l’assenza di defiscalizzazioni, croce di ogni aristocratico che vuol tenere viva la sua dimora antica. La principessa Carine Vanni Calvello Mantegna di Gangi, proprietaria col marito del palazzo scelto da Luchino Visconti per girare la celebre scena del valzer del Gattopardo, ha smesso di prestare i suoi saloni ai matrimoni perché gli ospiti rubavano oggetti d’arredo. Ma il sontuoso salone degli specchi di palazzo Gangi, che ha accolto anche la rockstar Mick Jagger, riaprirà alle visite guidate ad aprile: gruppi di venti persone per un introito di circa 900 euro.

«Io e mio marito abbiamo ricevuto il palazzo nel ’95 e subito la rivista francese Point de vue ci ha dedicato un articolo» racconta la principessa. «Così i francesi sono stati i primi a venire in vacanza in Sicilia poco dopo le stragi di mafia, è stata una porta aperta che ha fatto scoprire come a Palermo ci siano dei tesori assoluti. Abbiamo restaurato 350 mobili, ci sono voluti più di quattro mesi per restaurare un divano a cui la gente aveva strappato trenta pezzi, ma occorrono cifre da brivido e io non posso affittare i tanti magazzini sfitti di un palazzo antico ai pub, gli unici che ne fanno richiesta. La grande vergogna è che l’Italia non consente ai privati di avere l’art bonus come in Francia».

Un cannolo scomposto

Alessio Planeta, figlio di barone, titolare di un’azienda vinicola che esporta in settanta Paesi, racconta di essere cresciuto con la cultura del lavoro. «Siamo all’opposto dell’immagine sonnacchiosa e nostalgica del Gattopardo» dice, «siamo sempre stati una famiglia produttiva. Mio nonno non poteva immaginare per sé e per i suoi sette figli una vita senza lavoro e alla fine anziché dividere l’azienda creò una società e diede le azioni a familiari: fece un patto con la famiglia. Siamo nati in un contesto di agricoltura, di progetti».

E così accanto al vino, è nato l’olio, poi un albergo, il beach club, il festival teatrale sull’Etna. «Il boom del vino siciliano è iniziato nella seconda metà degli anni Novanta» conclude Planeta, «ed è stata la prima buona notizia della Sicilia dopo le stragi di mafia. Le origini nobili? Non le abbiamo mai ostentate, semmai abbiamo destrutturato il nostro stemma per il logo. Come un cannolo “scomposto”».

Sul Venerdì del 7 febbraio 2025

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