Il nuovo Gattopardo, Rossi Stuart: “Non avevo visto il film né letto il libro: è stata una fortuna”
di Paola JacobbiLuglio 2023. All’ingresso di Palazzo Biscari a Catania, carrozze e cavalli avanzano lungo una strada stretta. L’asfalto è sparito sotto un cumulo di terra. Le ragazze indossano abiti da ballo che le fanno sembrare bamboline dei carillon. I ragazzi sono chi in uniforme militare, chi in camicia rossa, la divisa garibaldina, chi in completo da sera. Su tutti svetta l’altezza di Kim Rossi Stuart, ancora più alto per via del cappello, pronto a girare. Pare corrucciato. Mi dirà, più di un anno dopo, che quei bellissimi costumi erano una tortura, con il caldo che fa in Sicilia d’estate. Ma non si poteva fare diversamente. I costumisti non transigono. Solo per il cast maschile sono stati realizzati 65 abiti da giorno e trenta da sera. Senza contare quelli per gli stunt e per le comparse. E senza contare le crinoline per le donne, e i cappelli e i nastri e i bustini.
Nella confusione del set si muove come una pallina da flipper, tutto scarmigliato, Tom Shankland, il regista inglese al timone d…
Luglio 2023. All’ingresso di Palazzo Biscari a Catania, carrozze e cavalli avanzano lungo una strada stretta. L’asfalto è sparito sotto un cumulo di terra. Le ragazze indossano abiti da ballo che le fanno sembrare bamboline dei carillon. I ragazzi sono chi in uniforme militare, chi in camicia rossa, la divisa garibaldina, chi in completo da sera. Su tutti svetta l’altezza di Kim Rossi Stuart, ancora più alto per via del cappello, pronto a girare. Pare corrucciato. Mi dirà, più di un anno dopo, che quei bellissimi costumi erano una tortura, con il caldo che fa in Sicilia d’estate. Ma non si poteva fare diversamente. I costumisti non transigono. Solo per il cast maschile sono stati realizzati 65 abiti da giorno e trenta da sera. Senza contare quelli per gli stunt e per le comparse. E senza contare le crinoline per le donne, e i cappelli e i nastri e i bustini.
Nella confusione del set si muove come una pallina da flipper, tutto scarmigliato, Tom Shankland, il regista inglese al timone di questa impresa decisamente audace: una miniserie tratta dal romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che dopo 105 giorni di riprese, più di un anno tra montaggio, post-produzione e altre diavolerie, arriva su Netflix il prossimo 5 marzo.
La scena che si sta per girare è quella di un ballo. Mi domando, mentre osservo Benedetta Porcaroli (che interpreta Concetta) volteggiare in un valzer e parlare con Saul Nanni (Tancredi, qui in divisa da garibaldino e con la benda su un occhio) dove sia finita Angelica (Deva Cassel). Perché non c’è? Angelica, che vedremo a partire dal secondo episodio, non c’è perché questa scena di ballo è nuova, nel senso che non esiste né nel film del 1963 di Luchino Visconti e nemmeno nel romanzo (anno 1958). Il romanzo, del resto, è breve. Quindi, gli sceneggiatori (inglesi, anche loro, Benji Walters e Richard Warlow) hanno preso frasi di poche righe, frasi in cui lo scrittore sorvola sui dettagli e le hanno sviluppate in lungo e in largo. È un bene, è un male? Ancora non lo so.
Il Gattopardo come Via col vento
Certo, questa miniserie nasce sul banco degli imputati perché Il Gattopardo è un po’ il nostro Via col vento. Immaginatevi se gli americani facessero una serie tratta dal romanzo di Margaret Mitchell, immaginate il confronto con uno dei film più famosi della storia del cinema. Con Il Gattopardo succede qualcosa di simile. Il film di Visconti è una specie di «spada di Damocle», dice il co-costumista Edoardo Russo, e gli fa eco Carlo Poggioli, costumista-in-chief: «Ci ho pensato tre giorni e tre notti prima di accettare questo lavoro. Mi è anche apparso in sogno Piero Tosi, il costumista di Visconti, con cui io ho lavorato. Ed è stato proprio quel sogno a farmi decidere».
«La sola idea di mettere le mani su questa materia fa tremare», confessa lo scenografo Dimitri Capuani. Aggiunge che, nel suo mestiere, per prendersi in giro tra scenografi, quando uno si lamenta viene zittito con la frase: «Eh, capirai! Mica stai facendo Il Gattopardo!».
L’unico che si professa esente da questa immensa tegola in testa è proprio Kim Rossi Stuart: «Sono arrivato in uno stato verginale. Non avevo mai letto il libro né visto il film e reputo che sia stata una fortuna. Ho un’età, 55 anni, che coincide con quella del personaggio, il Principe di Salina, e ho una prospettiva sulla vita molto simile. Un misto di disincanto, ironia e malinconia». Già. Sentimenti universali. Forse ha ragione Kim, perché ogni generazione prima o poi si sente gattoparda rispetto a quella successiva.
Il Gattopardo: un puzzle di luoghi
Novembre 2023. Roma. Sala di montaggio. Il regista Tom Shankland accende i monitor su cui scorrono le scene del ballo che ho visto girare a luglio. Poi me ne mostra altre. L’arrivo a Palermo di Garibaldi, che attraversa Piazza dei Quattro Canti circondato da migliaia di comparse, in parte vere e in parte aggiunte con gli effetti speciali. L’impatto è grandioso, da kolossal. Lo sbarco dei Mille è stato girato a San Vito Lo Capo. Gli spostamenti della famiglia Salina, da Palermo alle montagne della fittizia Donnafugata del romanzo, sono viste dall’alto – in cielo ci doveva essere una flotta di droni. Gli esterni di Donnafugata sono stati girati a Ortigia. Lo scenografo Capuani ha reso la piazza irriconoscibile, trasformandola in quella di un paesino rurale dell’Ottocento. Il resto lo ha fatto la fantasia digitale, creando il paesaggio delle montagne. Un’altra scena è stata girata nei Calanchi del Cannizzola, territorio incontaminato e suggestivo, quasi lunare.
Ovviamente, ci sono anche i Palazzi. Oltre al Biscari di Catania, di proprietà di Ruggero Moncada di Paternò, c’è Villa Valguarnera a Bagheria di proprietà della famiglia Alliata. Ma non c’è Palazzo Gangi a Palermo, quello in cui nel film del 1963 è stato girato il ballo finale, mentre in questo “nuovo” Gattopardo, quella scena è stata girata a Roma, all’Hotel Plaza. E all’interno di alcune ville nei dintorni di Roma, sono stati girati altri momenti. Insomma, un puzzle di luoghi un po’ autentici e un po’ no, spesso “corretti” in post-produzione.
A contarle, le scene in esterno sono così tante che, se si fa il confronto con Visconti, il film del 1963 rischia di sembrare più teatro che cinema. Penso che all’epoca, i droni non c’erano e men che meno gli effetti digitali. Chissà come li avrebbe usati Visconti. A questo punto, però, sono costretta ad ammetterlo e lo deve ammettere anche la “gattoparda” che è in me: la modernità e la varietà dei movimenti di macchina sono molto seducenti. Più dinamiche, i punti di vista si moltiplicano.
L’elefante nella stanza del Gattopardo
Rivolgo a Tom la domanda che si sente rivolgere e che probabilmente si rivolge anche da solo da mesi: Come si sente rispetto all’elefante nella stanza, intendo, Il Gattopardo di Visconti? Lui è un inglese molto spiritoso e scherza: «Perché? C’è stato un film tratto dal Gattopardo? Non lo sapevo». Ride. E poi mi racconta la sua storia. Ha 56 anni, è nato a Durham, nel Nord Est dell’Inghilterra. In curriculum come regista ha, tra l’altro, una serie tratta da I miserabili di Victor Hugo che ha avuto grande successo in Gran Bretagna e la serie thriller The Serpent per Netflix. Proprio mentre lavorava a The Serpent chiese a uno degli autori, Richard Warlow, la riscrittura di una puntata, in emergenza. Richard rispose che non poteva perché era alle prese con il progetto di una serie di sei episodi tratta dal Gattopardo. Tom ha voluto subito saperne di più perché ha un amore sviscerato per il romanzo di Tomasi di Lampedusa. Il padre, Hugh Shankland, insegnava Letteratura italiana all’università ed era un grande appassionato del romanzo, dell’Italia e della Sicilia. Quando Tom e la sorella erano piccoli, hanno trascorso vacanze e anche periodi più lunghi da noi, un po’ ovunque. A Collesalvetti, provincia di Livorno, dove ha imparato le parolacce in livornese. In Sicilia, al mare, con i ragazzini di un paesino appena fuori Messina, dove ha imparato a pescare i polpi e fumato la prima sigaretta. Un’amica italiana della madre gli ha insegnato a cantare Bella ciao e le canzoni di Lucio Dalla. Quando aveva 18 anni, ha vissuto per un periodo nella Milano dei paninari. E a Catania ha anche trovato moglie. Insomma, era destino che Il Gattopardo fosse «il progetto della vita».
«Mio padre è morto di tumore poco prima dell’inizio delle riprese», racconta. «Ma sono felice di avere fatto in tempo a parlargliene e anche, un po’, a coinvolgerlo, facendogli leggere la sceneggiatura. Infine, per rispondere alla sua domanda: il film di Visconti è unico, certo. Ma c’è posto anche per la nostra serie. E il libro si può interpretare in molti modi. E oltre al libro c’è anche altro materiale, che noi abbiamo usato: brani non inclusi nella versione definitiva e anche molte lettere di Tomasi di Lampedusa».
Il Gattopardo, alterne fortune
L’autore morì nel 1957. Il romanzo, che molti editori avevano rifutato, uscì da Feltrinelli un anno dopo, grazie all’interesse di Elena Croce (figlia di Benedetto) e allo scrittore Giorgio Bassani. Un anno dopo ancora, vinse il premio Strega. Tutta gloria che il povero Tomasi di Lampedusa non riuscì a godersi. Per non dire del successo del film, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1963. La storia della lavorazione meriterebbe un film a parte. Il produttore licenzia due registi, un accordo con i coproduttori francesi salta, poi arriva Luchino Visconti. Visconti vuole Laurence Olivier per il ruolo del Principe ma poi accetta Burt Lancaster perché, grazie alla sua presenza, si trovano i soldi per andare avanti. Il film costa un’enormità per l’epoca (tre miliardi di lire), incassa benissimo in Italia, ma non basta. Negli Stati Uniti viene rimontato senza il consenso del regista ed è un flop in sala. Il produttore fallisce, in Italia Visconti viene attaccato dalla critica militante filo comunista perché “reazionario”.
Oggi il film si può vedere su RaiPlay, in un’ottima versione restaurata nel 2010, curata da Martin Scorsese, che lo reputa uno dei suoi dodici film preferiti di tutti i tempi. Riguardandolo, scoprirete che si conclude ben prima del libro. Nel libro, Tomasi di Lampedusa prosegue la storia, con un salto temporale che arriva fino al 1910, alla celebrazione del cinquantenario dell’arrivo di Garibaldi in Sicilia. Ci racconta, soprattutto, chi diventano “da grandi” i giovani protagonisti: Tancredi, Angelica e Concetta. Leggendo, si capisce anche che cosa possano avere pensato gli autori della serie e dove andranno a parare.
Sottotitoli di coda
Gennaio 2025. La serie, prodotta da Netflix con Indiana e Moonage Pictures, è pronta. Tom firma quattro episodi su sei, gli altri due sono diretti dagli italiani Laura Luchetti e Giuseppe Capotondi. Su internet c’è un trailer accattivante che stanno vedendo in tutto il mondo. Gli attori parlano italiano. Ci sono i sottotitoli in inglese. Rifletto sul fatto che nel film di Visconti, gli interpreti erano in gran parte o stranieri o doppiati. Il francese Serge Reggiani, che interpretava don Ciccio Tumeo, aveva la voce di Lando Buzzanca. Recitavano in italiano solo Lucilla Morlacchi (Concetta), Paolo Stoppa (Calogero Sedara, padre di Angelica), Rina Morelli (grande attrice di teatro, nella vita moglie di Stoppa e nel film moglie del principe di Salina) e Romolo Valli (padre Pirrone). Burt Lancaster, Alain Delon e anche Claudia Cardinale erano doppiati. Dal punto di vista del cast, quel film è una miniera. Tra i garibaldini amici di Tancredi c’erano Mario Girotti (non ancora diventato Terence Hill) e Giuliano Gemma. Una delle bambine di casa Salina era Ottavia Piccolo.
Nella serie di Netflix, il cast è tutto italiano e nessuno è doppiato. Né Benedetta Porcaroli (una Concetta con moltissime scene e dialoghi in più rispetto al film di Visconti e anche al libro), né Deva Cassel (figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel, nata a Roma e perfettamente bilingue) che interpreta Angelica, né Saul Nanni che interpreta Tancredi.
Ma chi sei? Alain Delon?
Saul Nanni, alla fine, è il più coraggioso (o pazzo) di tutti, perché anche chi non ha mai visto il film di Visconti, anche chi non ha mai letto il libro, ha in mente Alain Delon, la bellezza ineffabile di Alain Delon, lo sguardo pericoloso di Alain Delon. Saul è stato scelto da Shankland dopo aver visto Brado, il film di Kim Rossi Stuart dove Saul interpreta suo figlio. Ci sono stati diversi provini. Da solo, con Kim, con Deva, con Benedetta. Poi, una volta deciso, ci sono state delle prove costume. In sartoria c’erano i vestiti originali di Alain Delon, Saul li ha provati. Stessa taglia. «L’ho preso come un segno di buona fortuna, per me e per Saul», mi dice il regista.
Poi, come per tutti, è arrivato il momento del lavoro sull’accento siciliano, appena una sporcatura perché dai Salina si parlava italiano. Ma era importante che fossero tutti il più possibile credibili: il bolognese Saul così come il romano Kim. «Una delle cose straordinarie del Principe è che quando comunica con i contadini, all’occorrenza parla anche in dialetto», racconta Rossi Stuart su Zoom, non più in marsina, ma in camicia a scacchi e cardigan. «Il Principe non è solo un essere autoritario ed egocentrico: è un uomo dall’anima sofisticata, con una combinazione strana tra reticenza siciliana e humor anglosassone. Leggendo il libro si ha accesso alla sua voce-pensiero che mi è stata di enorme aiuto. Sono convinto che Il Gattopardo sia ancora attualissimo. In fondo gli esseri umani rispondono sempre ai soliti automatismi: il bisogno di un capro espiatorio, la necessità di un clan, l’assuefazione alle abitudini e ai piccoli o grandi privilegi. Quando tutto si sgretola, e in ogni epoca c’è qualcosa che si sgretola, che muore o cambia, bisogna fare un reset. È la difficoltà di resettarsi che rende il Principe così struggente e poetico. Ma siamo tutti un po’ come lui».
Sul Venerdì del 7 febbraio 2025