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Ascanio Celestini e i miracoli dei Poveri Cristi

Ascanio Celestini, 52 anni, in una strada del Quadraro, il quartiere romano da cui proviene la sua famiglia e dove è ambientato il suo libro 

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Intervista all’attore-scrittore, che nel nuovo libro dà voce ai “santi” delle periferie di Roma e del mondo. Vittime della modernità ma anche protagonisti di arcaici prodigi
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Roma. C’è il parcheggio di un supermercato con un Barbone che chiede l’elemosina e una Barbona che dà una mano a tener pulito in cambio dei prodotti scaduti che non si possono più tenere sugli scaffali. C’è Violetta che quando si siede a lavorare alla cassa diventa una regina in trono, poi stacca e torna a casa con in tasca il fantasma di suo padre. C’è il magazzino dove i facchini africani smistano pacchi senza mai sapere cosa contengono (è vietato anche solo chiederselo) per conto di una cooperativa che ogni due anni fallisce, licenzia tutti, si intasca i contributi e riapre con un altro nome. C’è Said, che a furia di giocare alle slot machine è diventato «una macchina che mette i soldi dentro un’altra macchina»; però poi si innamora. Ci sono anche san Francesco, Stephen Hawking, gli indiani d’America che «accordano i passi al suono del pianeta» e la cagnetta Laika che continua a orbitare intorno alla Terra. E c’è un narratore che tutte queste storie, e tante altre ancora, le raccon…

Roma. C’è il parcheggio di un supermercato con un Barbone che chiede l’elemosina e una Barbona che dà una mano a tener pulito in cambio dei prodotti scaduti che non si possono più tenere sugli scaffali. C’è Violetta che quando si siede a lavorare alla cassa diventa una regina in trono, poi stacca e torna a casa con in tasca il fantasma di suo padre. C’è il magazzino dove i facchini africani smistano pacchi senza mai sapere cosa contengono (è vietato anche solo chiederselo) per conto di una cooperativa che ogni due anni fallisce, licenzia tutti, si intasca i contributi e riapre con un altro nome. C’è Said, che a furia di giocare alle slot machine è diventato «una macchina che mette i soldi dentro un’altra macchina»; però poi si innamora. Ci sono anche san Francesco, Stephen Hawking, gli indiani d’America che «accordano i passi al suono del pianeta» e la cagnetta Laika che continua a orbitare intorno alla Terra. E c’è un narratore che tutte queste storie, e tante altre ancora, le racconta a un certo Pietro, e al bar quasi lo scambiano per Gesù tornato a vivere in un monolocale alla periferia di Roma. E forse lo è davvero perché «Cristo non è sceso dal cielo, ma è salito dalla terra».

Ma in realtà sono tutti Poveri cristi i personaggi del nuovo libro di Ascanio Celestini (Einaudi, in uscita l’11 febbraio), che sotto questo titolo raccoglie e rielabora tre degli spettacoli più recenti (Laika, Pueblo, Rumba) di una carriera che in 25 anni lo ha reso tra i protagonisti più amati del teatro di narrazione italiano (e non solo: «Sono appena tornato dalla Svezia, dove stiamo allestendo Pueblo. Il protagonista è curdo, il direttore del teatro macedone, debutteremo in Lapponia»). Chi l’ha visto sul palco o in tv ritroverà sulla pagina la sua voce rapida e sottile, le ipnotiche ripetizioni, i passaggi repentini dall’italiano dialettale alla lingua della grande poesia o dei testi sacri. Chi non l’ha mai visto magari lo scoprirà.

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Come avviene il passaggio dal testo teatrale al libro?

«Alla base di tutto c’è sempre il racconto orale. Prima di scrivere un monologo raccolgo sempre molte interviste: lo feci per Radio clandestina incontrando i testimoni delle Fosse Ardeatine, l’ho fatto stavolta ad esempio partecipando alle assemblee dei lavoratori della logistica. Poi i loro racconti li traduco in una traccia su cui ogni sera, a teatro, improvviso. E vedo che ripetendolo tante volte sul palco a persone diverse il racconto si raffina, si precisa. Così il libro, la forma scritta, è il frutto di centinaia di repliche».

Come spesso accade nei suo spettacoli, anche in Poveri cristi storie molto contemporanee – c’è ad esempio una illuminante spiegazione di come funziona un magazzino per lo smistamento pacchi – scartano all’improvviso verso il soprannaturale, il prodigio. Come se il capitalismo avanzato nascondesse ancora un cuore arcaico...
«Questo dipende molto dalla mia storia familiare: io dico un po’ per scherzo che i miei genitori non hanno proprio fatto in tempo a entrare nella civiltà del capitalismo, sono morti prima. Avevo una prozia, Fenizia, che al suo paese era addetta a fare e levare fatture, aveva il potere di guarire con l’imposizione delle mani. Da piccolo mi è venuto un orzaiolo, le donne della famiglia dissero che dovevo aver fatto un torto a una donna incinta e solo un’altra avrebbe potuto levarmelo con un apposito rito. E in casa si raccontava di quell’antenato che aveva catturato una strega e per liberarla si era fatto promettere la salvezza dalle fatture per sette generazioni. Solo che non si sapeva quante generazioni fossero passate e se la protezione valesse ancora. È il bello dei racconti orali, sono sempre un po’ vaghi, imprecisi».

E le tante citazioni dal Vangelo? Non si starà convertendo?
«No, anche se comincia a sospettarlo anche mia figlia di undici anni. Ma fa parte del mio bagaglio, da piccolo ho frequentato molto la parrocchia, sono storie che mi sono rimaste. Sarei anche stato invitato a un incontro del Papa con i lavoratori dello spettacolo, ma purtroppo non posso andarci, sarò in Lapponia».

Un altro che lei cita spesso è il Pasolini poeta: non la disturbano i tentativi di appropriazione da parte di certa destra?
«No, perché chi è che lo legge davvero Pasolini? Ripetono quattro frasi come se fossero biglietti dei baci Perugina. Anche la famosa poesia di valle Giulia: è vero, lui critica gli studenti borghesi che attaccavano la polizia. Ma poi continua: se volete la rivoluzione, dovete farla insieme a quei poliziotti proletari».

Per i suoi Poveri cristi però non sembra esserci una prospettiva di impegno, di riscatto collettivo. Ha perso fiducia nella politica?
«Per niente, ma a teatro o sulla pagina non faccio comizi: certe battaglie le affronto fuori. Qui voglio raccontare storie di persone che nessuno racconta mai, di luoghi di cui ci accorgiamo solo se c’è una tragedia, una caldaia che scoppia, un omicidio...».

Beh, però nel suo libro le sciagure non mancano...
«Dice? A me sembra che le storie finiscano tutte bene. Perfino i morti alla fine si ritrovano: se qualcuno li racconta non sono morti davvero. Ci sono tre persone che scendono nel cuore della notte per aiutare un barbone picchiato, non è forse un miracolo? Alla fine il narratore lo dice: siete tutti santi. Vi hanno schifato, menato, carcerato, schiavizzato, torturato, stuprato, ammazzato e poi dimenticato. E voi non siete stati capaci nemmeno a diventare cattivi. Ecco il prodigio».

Sul Venerdì del 7 febbraio 2025

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