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Vi racconto chi è Xi Jinping: e perchè durerà a lungo

Un ritratto del presidente Xi Jinping durante una parata militare in piazza Tienanmen, nel cuore di Pechino (Getty images) 

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Michael Dillon firma una nuova biografia del leader di Pechino
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PECHINO. «Un personaggio di vedute ristrette, che non ammette la possibilità della diversità, che non ama le critiche. Ma forse sono proprio queste caratteristiche che lo rendono un politico così forte». Xi Jinping, il leader «più potente dai tempi di Mao Zedong», l’uomo che governa la Cina dal 2012, che ha sovvertito le norme facendosi scegliere per la terza volta consecutiva oltre che come presidente della Repubblica anche come segretario del Partito comunista – la carica più importante nel sistema cinese – ,che si è sbarazzato degli oppositori con una delle più grandi campagne contro la corruzione e che è riuscito a mettere nei posti di comando i suoi fedelissimi, è davvero un uomo che a volte è «insicuro di sé», come sostiene Michael Dillon, Professore di Storia al Lau China Institute del King’s College di Londra, Dillon studia la Cina dagli anni 60 ed è considerato uno dei massimi esperti del Paese. Per raccontarci di Xi parte dalla sua infanzia come “principino rosso”, (così ven…

PECHINO. «Un personaggio di vedute ristrette, che non ammette la possibilità della diversità, che non ama le critiche. Ma forse sono proprio queste caratteristiche che lo rendono un politico così forte». Xi Jinping, il leader «più potente dai tempi di Mao Zedong», l’uomo che governa la Cina dal 2012, che ha sovvertito le norme facendosi scegliere per la terza volta consecutiva oltre che come presidente della Repubblica anche come segretario del Partito comunista – la carica più importante nel sistema cinese – ,che si è sbarazzato degli oppositori con una delle più grandi campagne contro la corruzione e che è riuscito a mettere nei posti di comando i suoi fedelissimi, è davvero un uomo che a volte è «insicuro di sé», come sostiene Michael Dillon, Professore di Storia al Lau China Institute del King’s College di Londra, Dillon studia la Cina dagli anni 60 ed è considerato uno dei massimi esperti del Paese. Per raccontarci di Xi parte dalla sua infanzia come “principino rosso”, (così vengono chiamati i figli della classe dirigente che fu al fianco di Mao) e dagli anni passati in campagna durante la Rivoluzione culturale, per poi arrivare alla scalata ai vertici fino a diventare “Nuovo Timoniere” della Cina e all’oggi: la repressione a Hong Kong e le minacce a Taiwan, passando per il nuovo riequilibrio dell’ordine mondiale che vorrebbe mettere in pratica. Chi è davvero il leader cinese? Nel suo Dobbiamo parlare di Xi (esce oggi in Italia per Chiarelettere), Dillon offre una buona panoramica a chi vuole avvicinarsi al personaggio.

Perchè dobbiamo parlare di Xi, professore?

«Perché la gente non lo fa. Non c’è interesse nel cercare di discutere chi sia, cosa rappresenti, come operi. Eppure è uno dei leader più potenti del mondo. Spesso si parla della Cina e del Partito comunista senza pensare agli individui che tirano le fila, che dirigono le politiche. Ecco perché dobbiamo parlare di Xi».Parte da lontano Dillon per spiegare in che modo Xi sta cambiando la Cina di oggi. E quali saranno le conseguenze nel futuro, non solo del suo Paese, ma di tutto il mondo. Ci racconta che è membro del club dei “principini”, taizi dang, in cinese, ovvero i figli di coloro che fecero la nuova Cina assieme a Mao. Come suo padre, Xi Zhongxun, purgato agli albori della Rivoluzione culturale e poi riabilitato solo dopo la morte del “Grande Timoniere”.

Quanto questa storia lo ha influenzato?

«Molto: è un “principino”, ma è anche un outsider. Non appartenendo ad alcuna fazione dentro al Partito, è riuscito ad avere la meglio su tutte».Anche il giovane Xi – come milioni di altri suoi coetanei – viene mandato in campagna, nello Shaanxi, per essere “rieducato” durante la Rivoluzione culturale. Tornato a Pechino, è ammesso ai corsi di Ingegneria chimica alla prestigiosa Università Tsinghua. Si sposta nel Fujian, che diventerà il suo feudo per ben 17 anni. Lì conosce la sua seconda moglie, Peng Liyuan, già notissima cantante e ufficiale dell’esercito. «La sua popolarità e i suoi rapporti con le forze armate erano entrambi utili per Xi», scrive Dillon. Dopo i successi in provincia viene mandato a dirigere il partito a Shanghai. Nel 2007 entra nel Comitato permanente del Politburo e l’anno dopo è vicepresidente della Repubblica: l’erede designato a prendere il posto di Hu Jintao al Congresso del 2012.

Perchè proprio lui?

«Era visto come una garanzia, ma non lo fu in tutto».

In che senso?

«Ho iniziato a interessarmi alla Cina negli anni 60. Avere rapporti diretti con quel Paese non era facile all’epoca. Riuscii ad andarci per la prima volta nel 1983. Fino all’arrivo di Xi al potere si vedeva come la Cina si stava aprendo, modernizzando, sviluppando: a volte quando tornavo a Pechino non riuscivo ad orientarmi per le strade tanto era veloce il cambiamento. La gente era più rilassata nei confronti degli stranieri. Ma appena Xi è salito al potere, le persone hanno iniziato a stare molto attente. L’ultima volta che sono stato a Shanghai, nel 2018, ho notato un certo grado di ostilità. Anche coloro con cui ero in contatto improvvisamente non mi scrivevano più. Credo che tutto ciò abbia a che fare con l’iper-nazionalismo di Xi Jinping. C’è sempre stato un elemento di nazionalismo nella politica del Partito: ma con Xi è a nuovi livelli. C’è stata una maggiore sorveglianza. È una società sempre più rigida».

Spesso è definito il leader più potente dai tempi di Mao: Xi si sente davvero così?

«Penso gli faccia piacere essere chiamato così. Ha accentrato su di sé molto potere, ma è un paragone difficile da fare perché i periodi sono diversi. È di certo più forte dei suoi predecessori, ma non credo sia un dittatore: ha fatto carriera nella burocrazia. Ha raggiunto la posizione in cui si trova perché ha stretto accordi e alleanze, e in una certa misura deve rispondere a chi lo ha appoggiato. La Cina non è un sistema monarchico, e questo lo vincola. Xi Jinping è al centro di questa enorme burocrazia».Xi ha creato qualcosa di simile a Mao per quanto riguarda il culto della personalità, sostiene Dillon, pur senza portarlo a livelli esasperati: è abile nel gestire la propria immagine e «detesta i paragoni». Come quelli con Winnie The Pooh: i meme iniziarono a circolare anni fa dopo un filmato in cui Xi camminava come l’orso, per poi tornare in primo piano dopo l’incontro con Barack Obama nel 2013, in cui l’ex presidente Usa veniva paragonato al coprotagonista del cartone, la tigre Tigro.

Ma qual è il suo sogno?

«Si potrebbe prendere a prestito lo slogan di Trump: Make China Great Again». Nel libro, Dillon lo spiega bene: Xi è deciso a promuovere il sogno cinese, che deve passare attraverso il “ringiovanimento nazionale”: vuole che il Paese diventi una nazione pienamente sviluppata, ricca e potente entro il 2049.Con quali conseguenze per il resto del mondo?«Xi vuole una Cina forte. Questo non vuol dire che voglia conquistare altri Paesi, ma vuole una Cina che sia economicamente e militarmente forte per far sì che non si senta più umiliata, che non venga messa al secondo posto se contrapposta all’altra potenza mondiale, gli Stati Uniti».

Come sarà il rapporto con la nuova Amministrazione Trump?

«Chiunque dica con certezza di sapere cosa accadrà, è destinato a sbagliare. Su Taiwan ad esempio, Xi vorrebbe essere ricordato come il leader che ha portato l’isola sotto il controllo di Pechino. Ha la forza militare per conquistarla, ma sa che le conseguenze per la stabilità della Cina e per la regione Asia-Pacifico sarebbero terribili. In Asia, e non solo, sta cercando di creare legami commerciali e politici, con la sua “Via della Seta”. Costruire alleanze politiche e militari sulla base di quele economiche. Una guerra distruggerebbe tutto».

E la Russia? Questi anni sono stati caratterizzati anche dalla vicinanza con Mosca…

«È una relazione difficile, i rapporti sono sempre stati complicati: devono fingere di essere uniti. La vicinanza con Mosca continuerà a essere fondamentale alla luce di quello che Pechino vede come l’inevitabile declino dell’Occidente».Dillon sta lavorando al prossimo libro, sulla storia di Shanghai. «Una città che sarà molto importante per la Cina dopo che Xi si sarà ritirato», ci dice, portandoci dritto all’ultima domanda.

Quando succederà?

«Il suo mandato scade nel 2027, ma non ha ancora designato un successore. Un nome interessante è quello di Li Qiang, il premier, che è stato capo del Partito a Shanghai e va d’accordo con la comunità finanziaria e imprenditoriale. Ma non appena in Cina si fa un nome escono fuori i coltelli e si cerca di sbarazzarsene. Magari allora toccherà fare una seconda edizione di questo libro, ancora su Xi».

Sul Venerdì del 7 febbraio 2025

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