Ciò che resta di Navalny un anno dopo la morte
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA. Ci si sente un po’ soli, e quasi vulnerabili, davanti alla tomba di Aleksej Navalny. A un anno dalla sua morte, questo rettangolo di terra nel cimitero Borisovskoe a Sudest di Mosca è ancora la meta di un silenzioso pellegrinaggio. Lo capisci dai fiori freschi che qualcuno ha lasciato prima di te. Ma non è più quel tumulo di petali che copriva persino la croce di legno e il ritratto in bianco e nero di Aleksej, di sbieco, sorridente. Insieme ai peluche e alle paperelle simbolo di passate proteste, ci sono anche rose che perdono i petali e garofani avvizziti.
Non c’è più la processione dei primi giorni, disciplinata da transenne e poliziotti, tanto meno la fiumana del funerale che aveva reso così coraggiosi da scandire lo slogan proibito “No alla guerra”. L’unica compagnia in questa periferia deserta sono due guardie dell’Okrana appostate in un’auto con una “Z” sul lunotto, simbolo dell’aggressione russa in Ucraina. Senza lo scudo della folla, ci si sente esposti ai loro sguard…
MOSCA. Ci si sente un po’ soli, e quasi vulnerabili, davanti alla tomba di Aleksej Navalny. A un anno dalla sua morte, questo rettangolo di terra nel cimitero Borisovskoe a Sudest di Mosca è ancora la meta di un silenzioso pellegrinaggio. Lo capisci dai fiori freschi che qualcuno ha lasciato prima di te. Ma non è più quel tumulo di petali che copriva persino la croce di legno e il ritratto in bianco e nero di Aleksej, di sbieco, sorridente. Insieme ai peluche e alle paperelle simbolo di passate proteste, ci sono anche rose che perdono i petali e garofani avvizziti.
Non c’è più la processione dei primi giorni, disciplinata da transenne e poliziotti, tanto meno la fiumana del funerale che aveva reso così coraggiosi da scandire lo slogan proibito “No alla guerra”. L’unica compagnia in questa periferia deserta sono due guardie dell’Okrana appostate in un’auto con una “Z” sul lunotto, simbolo dell’aggressione russa in Ucraina. Senza lo scudo della folla, ci si sente esposti ai loro sguardi. Senza Navalny, ci si sente orfani.
L’ex leader diventato martire dell’opposizione è morto a 47 anni il 16 febbraio di un anno fa in un ex Gulag sperduto nell’Artico dove stava scontando oltre vent’anni di carcere. Per oltre un decennio aveva cercato di tener testa al Cremlino. Prima un blog e siti web, poi un canale YouTube, infine la Fondazione anti-corruzione (Fbk) che abbracciava gli undici fusi orari russi. Come nessun altro, Navalny aveva intuito il potenziale di protesta sotterraneo nella presunta apatica società russa e, come nessun altro, era riuscito a canalizzarlo in straordinarie proteste di piazza.
Incontro al carcere
La sua fine era già stata scritta quel gennaio del 2021 quando era tornato in patria sei mesi dopo essere stato avvelenato col Novichok ed essere guarito in Germania. Sarebbe potuto restare lì, al sicuro, e invece era tornato andando incontro al carcere perché conosceva il valore politico del coraggio. Sapeva che soltanto così avrebbe continuato ad avere un peso. Così è stato.
In una Russia imbavagliata da censura e repressione, la sua voce risuonava pur da dietro le sbarre. Per tanti era il “Mandela russo”. Un eroe imperfetto che agli esordi in politica aveva marciato coi nazionalisti ed espresso giudizi xenofobi, ma pur sempre un eroe. Uno che alla fine ha pagato il dissenso con la vita. E che purtroppo non ha lasciato eredi. A noi che nel 2018 gli avevamo chiesto chi avrebbe potuto raccoglierne il testimone un domani, Navalny aveva risposto: «Chiunque voglia. Per prendere in mano questa bandiera, non ci vuole nient’altro che la voglia di farlo». Nella Russia di Vladimir Putin, però, la voglia non basta.
Precise consegne
«Aleksej era carismatico, brillante, ironico. Un generatore perpetuo di idee. Ci manca». Come tutto il team di Fbk, il 29enne Ruslan Shaveddinov è fuggito all’estero quattro anni fa dopo che la Fondazione è stata etichettata come “estremista” e perciò messa al bando e smantellata. Lo Stato russo ha ucciso Navalny due volte: logorandolo fino alla morte in prigione e facendogli terra bruciata attorno. Persino nominarlo è pericoloso. Un mese fa tre suoi avvocati sono stati condannati a pene fino a cinque anni e mezzo soltanto per averlo difeso. Anche chi ha deposto fiori sulla sua tomba o donato piccole somme di denaro a Fbk ora viene perseguito.
Shaveddinov si era unito a Navalny giovanissimo, 13 anni fa. Portavoce della sua vana campagna per candidarsi alle presidenziali del 2018 e volto del suo canale YouTube, prima dell’esilio era stato arrestato più volte, arruolato con la forza e costretto a servire un anno in una base nell’arcipelago Novaja Zemlja infestato da orsi polari affamati. Per Fbk, ammette Ruslan in videocollegamento da Vilnius, «la morte di Navalny è stata una perdita irreparabile. Ma dal punto di vista strutturale non è cambiato nulla. Lavoravamo in autonomia già da tempo. Aleksej ci aveva lasciato precise consegne. La struttura di Fbk, i suoi processi decisionali, i suoi valori li ha pensati lui».
Dall’esilio Fbk continua a promuovere iniziative, come l’invito a disegnare il monumento che verrà eretto sulla tomba di Navalny, e a pubblicare inchieste, l’ultima sull’esercito di escort a libro paga del gigante energetico Rosneft. Ma era la prigionia di Aleksej a dare autorità morale al movimento. Nessuno dei collaboratori ha il suo carisma. Soltanto la vedova Julija Navalnaja poteva rivendicarne il testimone. E lo ha fatto chiamando a raccolta la dispersa opposizione russa. «La morte di Aleksej l’ha costretta a diventare un personaggio pubblico, un politico», dice Shaveddinov. «Ora incontra leader mondiali e si fa portavoce di detenuti politici ed esuli. Credo sia la persona giusta per consolidare attorno a sé le diverse forze politiche».
Contro Navalnaja in Russia si è subito messa in moto la propaganda. I media di governo l’hanno dipinta come una “vedova allegra” o una “provocazione dell’Occidente”. Non che ci fosse bisogno di screditarla. L’esilio l’ha azzoppata come ha azzoppato altri prima di lei – l’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij o lo scacchista Garri Kasparov – e altri dopo di lei – gli ex detenuti politici Ilja Jashin e Vladimir Kara-Murza liberati lo scorso agosto in uno scambio e “deportati” all’estero. I loro tentativi di coordinarsi sono deboli. Prevalgono le divisioni.
«Siamo il megafono»
L’ex deputato comunale Maksim Kats ha accusato Fbk di essere stata sovvenzionata da due ex banchieri statali che volevano ripulirsi la reputazione. E Fbk ha accusato un ex vice di Khodorkovskij di aver ordito aggressioni contro i suoi dirigenti. «L’opposizione russa all’estero si è resa così ridicola da darci almeno un’altra risposta al difficile quesito sul perché Putin governi ancora», ha commentato il politologo Kirill Rogov. Mentre la dissidente Evgenija Albats ha rimproverato Fbk di aver «buttato nel cesso» l’eredità di Navalny.
Alle critiche ha risposto la madre-coraggio Ljudmila che un anno fa sfidò il Cremlino pur di avere indietro il corpo del figlio. «Sono orgogliosa dei compagni di Aleksej. Stanno seguendo la sua strada». «Sono tutte chiacchiere. Preferiamo sorvolare», dice Ruslan. «La nostra inchiesta su Nevzlin non era una resa dei conti. Cerchiamo giustizia. I nostri nemici non sono Khodorkovskij o Kats. Il nostro nemico sta al Cremlino. È stato Putin ad ammazzare Aleksej. È stato lui a iniziare la guerra contro l’Ucraina. Certo, l’esilio complica tutto, ma ci dà anche un vantaggio. Possiamo parlare liberamente come non potremmo fare in Russia. Siamo il megafono di chi è rimasto. È una responsabilità da cui non ci tiriamo indietro».
Puniti per un “mi piace”
La Russia di oggi non è la Russia in cui Navalny si era fatto strada. Non è neppure la Russia che gli ha detto addio un anno fa. Nella Russia di oggi non c’è più spazio per criticare il sistema. «Dov’è finita la protesta? Dov’è finita la marea di gente del funerale? Lo Stato oramai castiga chiunque per qualsiasi cosa. Anche un “mi piace” sui social. Io stesso devo badare a cosa dirle e come dirlo».
Nikolaj Ljaskin, 42 anni, è l’unico stretto collaboratore di Navalny a non avere lasciato Mosca. Con lui dal 2010, ha subito fermi, detenzioni e persino un’aggressione con una sbarra di ferro. Nel 2021 è stato arrestato e condannato a un anno di “libertà vigilata” insieme a fratello, portavoce e braccio destro di Aleksej. Loro hanno lasciato il Paese quando Fbk è stata dichiarata fuorilegge, Ljaskin no. Ha finito di scontare i domiciliari nell’agosto del 2022 e tagliato i ponti con Fbk. «È impossibile dire chi potrebbe sostituire Navalny. Perché Navalny è tornato in Russia? Perché Jashin voleva restare in carcere? Perché all’estero non avrai mai la stessa autorevolezza che qua. Per essere un politico in Russia bisogna stare in Russia. Fbk ha perso credibilità, ma continua a fare qualcosa ed è meglio che non fare nulla. Di Julija preferirei non dire. Fa quello che può, ma è ovvio che non è Aleksej e che non potrà mai esserlo. Nessuno potrà».
Ma non tutta l’eredità di Navalny è perduta. La sua arma più pericolosa non erano le proteste o le campagne elettorali, ma la sua capacità di immaginare una “bella Russia del futuro”, così la chiamava, in alternativa all’ossessione per il “glorioso passato” di Putin. «È un’idea impossibile da sopprimere. Nessuno ce la può togliere», dice Ljaskin. «Navalny non sarà sostituito. Ma tutti noi dobbiamo essere un po’ Navalny. Dobbiamo tutti coltivare le sue idee, fare le cose giuste, nel nostro piccolo, a poco a poco, a cucchiaini. Dobbiamo tutti diventare leader, motori del cambiamento. Se noi tutti non diventeremo Aleksej, non lo diventerà nessuno».
Sul Venerdì del 14 febbraio 2025