Andrea Bajani: “Così i miei studenti raccontano gli orrori in famiglia”
di Andrea BajaniC’è un corso specifico, tra quelli che insegno alla Rice University di Houston, Texas, in cui mi è facile prevedere quale sarà la temperatura che troverò in classe. Di più: in cui mi è facile immaginare quale sarà lo sguardo di chi, seduto sulla sua sedia, guarderà verso di me che sto in piedi in fondo alla classe. So che entrerò, il primo giorno del semestre, attraverserò l’aula di spalle, e quando mi volterò avrò quindici Minotauri ventenni che aspettano che succeda qualcosa.Il corso si intitola Writing the family – scrivere di famiglie, si potrebbe anche dire – ed è chiaro che la posta è più alta di ogni altro corso che insegno.Perché sì, certo, c’è da imparare a raccontare una storia, a trovare uno stile, c’è da capire come passare dal silenzio confuso dei pensieri alla corda tesa di una frase cui aggrapparsi per salire la cima. Ma c’è una faccenda più grossa che riguarda una postura specifica. Una resa dei conti.Quale che sia la storia familiare che ciascuno di loro porta come un…
C’è un corso specifico, tra quelli che insegno alla Rice University di Houston, Texas, in cui mi è facile prevedere quale sarà la temperatura che troverò in classe. Di più: in cui mi è facile immaginare quale sarà lo sguardo di chi, seduto sulla sua sedia, guarderà verso di me che sto in piedi in fondo alla classe. So che entrerò, il primo giorno del semestre, attraverserò l’aula di spalle, e quando mi volterò avrò quindici Minotauri ventenni che aspettano che succeda qualcosa.Il corso si intitola Writing the family – scrivere di famiglie, si potrebbe anche dire – ed è chiaro che la posta è più alta di ogni altro corso che insegno.Perché sì, certo, c’è da imparare a raccontare una storia, a trovare uno stile, c’è da capire come passare dal silenzio confuso dei pensieri alla corda tesa di una frase cui aggrapparsi per salire la cima. Ma c’è una faccenda più grossa che riguarda una postura specifica. Una resa dei conti.Quale che sia la storia familiare che ciascuno di loro porta come un sacchetto di biglie da schiccherare durante il semestre, è chiaro da subito che sarà un gioco che giocheranno da dentro un labirinto. Che ne vogliano scrivere in un racconto di finzione o con una scrittura confessionale, che optino per la poesia o per la scansione dialogica del teatro, il succo è più o meno sempre lo stesso: alcune delle biglie sono rotte, sono pezzi di vetro che tagliano chi li maneggia. E probabilmente anche chi li schicchererà.
Veterani dell’Iraq tenuti in ostaggio dagli incubi della guerra e che a loro volta tengono in ostaggio – armati – le loro famiglie; figlie che si presentano alle sedute degli alcolisti anonimi al posto di padri che soccombono al bere e non hanno più l’istinto a salvarsi; ragazze molestate da medici di famiglia e che custodiscono il segreto come una bomba ingoiata che ticchetta dentro lo stomaco. Ma anche fratelli maggiori che vorrebbero scrollarsi di dosso una croce para-genitoriale; gemelli usciti un istante dopo dal ventre materno e condannati a un sentimento di subordinazione fraterna; maschi sfiniti dal machismo paterno, che riescono a combattere soltanto con lo smalto sulle dita. E ancora: ragazze immigrate, che non sanno come sottrarsi a un destino di spose assegnate, per così dire, senza l’opzione di una scelta d’amore. E così via, ciascuno con un segreto indicibile. E cioè, con una vergogna e una colpa da tenere sottochiave.È così che entrano in classe. Con una vergogna che non possono mostrare. Il punto, dico loro ogni volta, è trovare un posto dove andarla a interrare. Come un seme, però, non come una bara. Prendere un foglio, aprire una pagina nuova sullo schermo, fare un buchino e metterla lì. Leggo loro un testo della poetessa americana Ann Carson. Poi seleziono due frasi e le scrivo alla lavagna con un pennarello. La prima è questa: “Puoi scrivere una lettera a un estraneo e tenerla in un cassetto”. La seconda fa così: “L’importante non è trovare un lettore. L’importante è dire la cosa”. Loro mi guardano, con le loro facce di Minotauri, e trascrivono le parole.Ogni volta che si mettono a scrivere, i miei studenti e le mie studentesse stanno dentro i loro piccoli labirinti. Tirano fuori il sacchetto di biglie rotte, ci si mettono a giocare, si fanno sanguinare le mani. Non pensano mai, nemmeno un istante, che possa esistere il “fuori”. Se ne stanno lì, con i loro padri violenti, le loro madri ricattatorie, i fratelli morti, i loro dottori molestatori. Il labirinto è la casa che hanno.
Non ha via d’uscita e in fondo non pensano che ce la possa avere. Per certi versi, hanno paura di pensarlo davvero, perché la colpa li artiglia.Se ne stanno lì con la consegna del silenzio, scritta con la legge arcaica del sangue, che è quella che governa il silenzio pneumatico delle famiglie. Tutto quello che succede qua dentro – è il monito implicito – non potrà essere detto fuori da qui. Come nella famiglia raccontata da Neige Sinno, in Triste Tigre (Neri Pozza). Come dentro la famiglia Pelicot, anche senza avere la stessa tragica, spaventosa, disumana, esperienza. Ogni famiglia è un labirinto. Ogni figlio, ogni figlia, ogni ragazza, ogni ragazzo che cresce dentro la paura e la consegna – che sia esplicitata o meno non importa – è un Minotauro. Quello è lo spazio, il ruolo è essere un mostro tra i mostri.Ogni volta che entro nella mia classe di Writing the family so che ho un compito. Il mio compito è dire loro alcune semplici cose. La prima è che se il Minotauro avesse avuto carta e penna per scrivere, non sarebbe rimasto lì dentro. Che se il Minotauro avesse avuto un libro da leggere, non sarebbe rimasto lì. Che se, dopo aver letto, avesse cominciato a scrivere la sua storia, non sarebbe rimasto lì dentro. Che sarebbe stato ininfluente se avesse scritto la sua confessione letterale o una storia inventata, perché avrebbe pensato, scrivendo, che fuori c’era qualcuno ad aspettare le sue parole. Che se le sue parole fossero state vere, qualcuno là fuori avrebbe capito che stava parlando anche di lui, o di lei, e avrebbe aspettato.La seconda cosa semplice da dire, quando vedo le loro teste chine nel labirinto delle loro famiglie – o delle famiglie in generale – è che se pure si sentono dei Minotauri, non c’è nessun Teseo che li vuole ammazzare. Che anche la famiglia più spaventosa, anche quella con il segreto più indicibile, con il patto di sangue più spietato, non può chiudere veramente a chiave nessuno. Perché il segreto è tale solo fino a quando loro non scrivono la prima frase.Per scrivere la prima frase ci vuole però la potenza dell’immaginazione e la precisione di un bisturi, ci vuole stile.
E soprattutto bisogna dire la cosa non a un lettore, o non a uno specifico, ma sapendo che un giorno, prima o poi, un lettore o una lettrice la troveranno. E cioè, che fuori da qualche parte c’è Arianna. Che dentro il labirinto ci sarà pure un veterano dell’Iraq che impazza con un fucile alla mano, ma fuori c’è Arianna. Ecco, quando entro in classe, attraverso l’aula e poi mi volto a guardarli, so che ho quattro mesi per far sentire che posso essere Arianna per loro. E che sono anche il Minotauro. E li aspetto, e mi aspetto qui.
Sul Venerdì del 14 febbraio 2025