Mohammad Rasoulof: “Addio Iran non tornerò in carcere per i miei film”
di Marco Consoli«Mentre ero in carcere in Iran, un giorno venne una delegazione con uomini dei Servizi e del tribunale, a visitare un prigioniero di cui io e altri ci prendevamo cura perché faceva lo sciopero della fame. Uno tra loro senza farsi notare si avvicinò a me, mi regalò una penna e mi disse: mi spiace molto di questa situazione, di cui discuto ogni giorno quando torno a casa con i miei figli, e ogni volta che entro qui mi domando quando in prigione ci finirò io». Mohammad Rasoulof, 52 anni, già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino con Il male non esiste, uno dei suoi film che gli sono costati diverse condanne e nel 2022 l’incarcerazione (la prima fu nel 2010), racconta così l’episodio che ha ispirato Il seme del fico sacro. L’imperdibile nuova pellicola arriva il 20 febbraio al cinema, dopo aver vinto il Premio speciale della giuria a Cannes, decine di premi in festival in giro per il mondo, una nomination agli European Film Awards ed è ora tra le favorite per gli Oscar.
Siamo a Teheran…
«Mentre ero in carcere in Iran, un giorno venne una delegazione con uomini dei Servizi e del tribunale, a visitare un prigioniero di cui io e altri ci prendevamo cura perché faceva lo sciopero della fame. Uno tra loro senza farsi notare si avvicinò a me, mi regalò una penna e mi disse: mi spiace molto di questa situazione, di cui discuto ogni giorno quando torno a casa con i miei figli, e ogni volta che entro qui mi domando quando in prigione ci finirò io». Mohammad Rasoulof, 52 anni, già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino con Il male non esiste, uno dei suoi film che gli sono costati diverse condanne e nel 2022 l’incarcerazione (la prima fu nel 2010), racconta così l’episodio che ha ispirato Il seme del fico sacro. L’imperdibile nuova pellicola arriva il 20 febbraio al cinema, dopo aver vinto il Premio speciale della giuria a Cannes, decine di premi in festival in giro per il mondo, una nomination agli European Film Awards ed è ora tra le favorite per gli Oscar.
Siamo a Teheran e Iman (Missagh Zareh) festeggia insieme a sua moglie Najmeh (Soheila Golestani) la promozione a giudice istruttore del Tribunale della Guardia Rivoluzionaria, anche se questo lo mette sempre più sotto pressione per le continue richieste di condannare, anche senza prove, chi protesta contro il governo. Nel frattempo le sue due figlie Rezvan (Mahsa Rostami) e Sana (Setareh Maleki) seguono sui social, e sembrano appoggiare, le montanti proteste in strada contro il regime per la morte di Mahsa Amini, la ragazza che non indossava l’hijab in maniera conforme. L’uomo, che per il suo ruolo è ora costretto a girare armato, un giorno si accorge che la sua rivoltella è sparita, e inizia a sospettare delle tre donne della sua famiglia, accusando ora una ora l’altra di complottare contro di lui, e avviando un’indagine privata dove ogni metodo è concesso pur di arrivare alla verità.
«Mentre ero in carcere ho passato tanto tempo a osservare le guardie, i giudici, e mi sono chiesto perché stessero dall’altra parte, cosa ci rendesse diversi», racconta il regista al festival di San Sebastian. «Ed è stato allora che è cominciato il movimento di dissenso delle donne. Quando mi hanno finalmente rilasciato ho visto i numerosi video di quella protesta e da questi due spunti è nato il film». Quei video amatoriali sono ora presenti nella pellicola.
Lei è stato nella famigerata prigione di Evin a Teheran, dove è stata rinchiusa anche Cecilia Sala e dove vengono torturati gli oppositori politici. Cosa ha visto? «Non sono mai stato torturato fisicamente, ma ho visto persone a cui venivano rotte gambe, braccia, o tagliate dita perché avevano rubato. La cosa bizzarra è che poi tentavano di ricucirgliele. Ci sono però altre forme di tortura, che non lasciano segni evidenti, cui sono stato sottoposto anch’io».
Quali? «Sono stato in isolamento per cinque settimane in una cella senza bagno e talmente stretta da non potersi sdraiare mai. La cosa paradossale sa qual è? In Iran ci sono diversi servizi segreti che agiscono tra loro in competizione: uno ti arresta per un reato e poi ti rilascia, e dopo un po’ ne arriva un altro che ti arresta per i medesimi fatti».
Le accuse contro di lei? «Propaganda contro il regime e atti contrari alla sicurezza nazionale. Dopo decine di interrogatori e indagini hanno creato un enorme fascicolo contro di me in cui c’è tutto: i miei film, i post su Instagram e Twitter, alcuni testi in difesa della popolazione che avevo firmato. Mentre ero in prigione è iniziato il movimento “Donna, vita, libertà” (lo slogan urlato nelle strade dalle manifestanti, ndr) e le carceri si sono riempite al punto da scoppiare. Così dopo sei mesi mi hanno rilasciato».
Come è riuscito a girare Il seme del fico sacro? «In clandestinità, con una sceneggiatura e un titolo finti. Da casa o da luoghi vicini alle riprese parlavo a distanza con due assistenti alla regia, uno deputato al team tecnico, l’altro agli attori, e davo le mie indicazioni. Girare sotto un regime ti impone certe regole, come girare più scene in interni possibile e pianificare gli esterni in località remote».
È possibile in Iran non girare film politici? «In una dittatura ogni scelta, anche di disimpegno, è politica. La maggior parte dei registi e attori girano film innocui. E quindi si schierano con il regime».
Lei come Jafar Panahi ha scelto di fare l’opposto. Quando ha deciso di fuggire dal suo Paese? «Sapevo che con questo film sarei finito in carcere per otto anni, ma odio lo status di vittima sacrificale. In prigione avevo conosciuto delle persone che mi hanno detto che potevano aiutarmi a scappare. Quando è arrivata la certezza che mi avrebbero condannato le ho contattate e sono partito: ho camminato per 28 giorni e attraversato situazioni molto difficili prima di arrivare in un Paese confinante e poi di lì in Germania (la nazione che ha prodotto il film e per cui concorre all’Oscar, ndr), l’unico posto dove potevo andare visto che avevano già registrato le mie impronte digitali e io non avevo documenti. Sono felice così di poter continuare a lavorare».
Come si lavora da esuli quando si hanno ancora parenti, affetti e colleghi rimasti indietro? «Appena si è saputo dell’uscita del film, il governo ci ha accusati di azioni contro la sicurezza dello Stato e corruzione morale. L’appartamento di mia sorella, dato in cauzione per farmi uscire di prigione, è stato confiscato, gli uffici di alcuni membri della troupe sono stati saccheggiati, alcune persone hanno perso il lavoro, ad altre è stato revocato il passaporto (l’attrice Soheila Golestani non ha potuto partecipare alla giuria al festival di Rotterdam, ndr). Che tu sia in Iran o fuori dal Paese, come nel mio caso, se decidi di opporti alla censura, c’è un prezzo da pagare. E la tua libertà non può mai essere assoluta».