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Alessandro Cannavacciuolo: sulla Terra dei fuochi avevo ragione

Alessandro Cannavacciuolo, 36 anni, davanti al patronato che ha appena aperto ad Acerra, la sua città. Riccardo Staglianò 
Lo denuncia da anni: sversamenti illegali e roghi dei rifiuti ci stanno uccidendo. Ora che La corte europea dei diritti dell’uomo gli ha dato ragione, siamo andati a trovarlo nella sua Acerra. Che non è Hollywood
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Acerra (Napoli). Il caso “Cannavacciuolo e altri contro l’Italia” è chiuso. Ci sono voluti undici anni ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che hanno ragione i ricorrenti e ha torto l’Italia, che non ha fatto abbastanza per difendere, nella cosiddetta Terra dei fuochi, la salute dei suoi cittadini.L’uomo che il caso l’ha aperto è seduto davanti a me in un mesto bar su uno dei corsi di Acerra, venti minuti a sud di Napoli, con palazzi passati largamente indenni dalla manna del 110 per cento. Si chiama Alessandro Cannavacciuolo, ha occhi intensi, sopracciglia corvine da domatore di leoni e trentasei anni in cui, giura, «non c’è stato un giorno in cui non mi sia occupato di attivismo ambientale». Durante la nostra lunga conversazione tenderà all’enfasi in alcuni passaggi, ma resta il fatto storico certificato da Strasburgo: non erano infondate le accuse sue e degli altri 40 cittadini e associazioni che mettevano in relazione le malattie di gente di qui con gli sversamen…

Acerra (Napoli). Il caso “Cannavacciuolo e altri contro l’Italia” è chiuso. Ci sono voluti undici anni ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che hanno ragione i ricorrenti e ha torto l’Italia, che non ha fatto abbastanza per difendere, nella cosiddetta Terra dei fuochi, la salute dei suoi cittadini.L’uomo che il caso l’ha aperto è seduto davanti a me in un mesto bar su uno dei corsi di Acerra, venti minuti a sud di Napoli, con palazzi passati largamente indenni dalla manna del 110 per cento. Si chiama Alessandro Cannavacciuolo, ha occhi intensi, sopracciglia corvine da domatore di leoni e trentasei anni in cui, giura, «non c’è stato un giorno in cui non mi sia occupato di attivismo ambientale». Durante la nostra lunga conversazione tenderà all’enfasi in alcuni passaggi, ma resta il fatto storico certificato da Strasburgo: non erano infondate le accuse sue e degli altri 40 cittadini e associazioni che mettevano in relazione le malattie di gente di qui con gli sversamenti illegali e i roghi di rifiuti speciali a proposito dei quali né i circa novanta comuni coinvolti, né la Regione né lo Stato si sono impegnati quanto avrebbero dovuto.

In un Paese dove troppe tragedie finiscono in commedie degli equivoci, con torti e ragioni che si confondono, essere arrivati a mettere la parola “fine” è un’eccezione notevole. Che ora il giovane Cannavacciuolo può appuntarsi al petto: «È un risultato enorme che segna la storia della Terra dei fuochi». Il caso giudiziario è chiuso ma qui è ancora tutto da bonificare, e i roghi continuano, anche se c’è già chi si felicita che siano scesi sotto i mille all’anno. Ovvero tre al giorno, festivi inclusi.

Una famiglia decimata

Si dà il caso che, nel dicembre del 2007, il Venerdì mi avesse mandato a scrivere dell’emergenza rifiuti tra Napoli e dintorni. Nunzia Lombardi, tosta attivista ambientale, mi portò in giro, compresa una visita al gregge superstite di Mario e Vincenzo Cannavacciuolo, padre e zio di Alessandro, divenuti tristemente celebri perché le loro pecore figliavano agnelli deformi. Il ricordo più vivido che mi resta, oltre a quegli animali sciancati, con teste storte e musi cubisti con occhi dove non dovevano stare, riguarda i campi di lattuga a poche decine di metri da dove gli ovini brucavano l’erba piena della diossina responsabile delle loro mostruosità. Mario mi raccontò che il fratello stava male ed era sicuro che c’entrasse l’aver respirato quelle schifezze.

Alessandro, che aveva vent’anni, non lo vidi perché, dopo il liceo artistico («quando i miei amici marinavano per andare a divertirsi io organizzavo proteste contro i roghi»), frequentava Giurisprudenza a Napoli, unico dei cinque figli che poi avrebbe preso una laurea, specializzandosi in criminologia ambientale.Mi racconta di quel periodo: «Dalla Tac che ha scoperto il tumore ai polmoni di mio zio alla sua morte è passato un mese. L’Organizzazione mondiale della sanità prevede un limite massimo di 10 picogrammi di diossina nel sangue mentre nel suo ne hanno trovati 255. E non è stato il solo: la mia famiglia è stata decimata». Gli chiedo di dettagliare: «Zia Francesca, tumore al fegato. Il cugino Antonio, tumore al testicolo. Zio Sabatino, tumore ai polmoni. Poi mia sorella ha avuto l’endometriosi, in cui c’entra l’ambiente. La moglie di mio fratello Franco ha abortito la prima gravidanza perché il bambino aveva una vescica abnorme. Potrei continuare. Quando ci dicono che in Campania preferiamo la carriera a fare i figli dimenticano che a fare figli, in certe zone, non ci riusciamo. Io stesso e la mia compagna tentiamo da qualche anno, senza successo».

La Spoon River dei Cannavacciuolo sconsiglierebbe di cavillare, ma faccio comunque notare che è sempre molto difficile stabilire una causa sola per una malattia, che può averne molte. Per non dire della sanità che qui non brilla, prevenzione e stili di vita inclusi. Ma lui spiega che gli esami sono stati fatti e che tutti i deceduti avevano diossina e metalli pesanti in eccesso. E comunque la sentenza cita una serie di studi epidemiologici che confermano la correlazione tra inquinamento e aumento di tumori.

Battaglie e volontariato

Breve cronologia della vicenda. Nel 2003 le autorità sanitarie sequestrano gli animali ai Cannavacciuolo. Nel 2008 la Regione fissa un indennizzo in «circa 500 mila euro per tremila pecore di cui, però, ce ne danno solo 300 mila che ci servono giusto per restituire i prestiti coi parenti grazie ai quali eravamo andati avanti in quei cinque anni di fermo» racconta Alessandro. A oggi sono ancora in causa per ottenere i 200 mila euro mancanti. Lui, intanto, è attivo nei Volontari Antiroghi Acerra. Assediano, con le pecore, il palazzo della Regione. Denunciano i fratelli Pellini, imprenditori locali con enormi interessi nello smaltimento rifiuti. Salvatore Pellini, un loro parente carabiniere, avverte il padre Mario: «Se ci tieni al bene dei figli faresti meglio a stare più tranquillo». Non solo: una loro denuncia per diffamazione contro Alessandro viene accolta in primo grado e questa macchia – prima di essere ripulita in appello – gli impedirà di candidarsi qualche anno dopo, con i Cinque stelle, come sindaco di Acerra. Sta di fatto che i Pellini verranno condannati per disastro ambientale e reati connessi.

Vengono loro sequestrati, dissequestrati e poi sequestrati di nuovo 222 milioni di euro in quanto proventi di attività illecite. Oggi, dopo meno di due anni complessivi di carcere, si sono riciclati nell’edilizia, anche se Cannavacciuolo giura che «attraverso prestanome avrebbero ancora a che fare con i rifiuti». Nel 2014, ormai volto noto della battaglia, battezza – ma lascerà suo padre Mario firmare – la causa alla corte di Strasburgo con l’aiuto di Valentina Centonze e altri avvocati che si prestano pro bono. Il suo curriculum, ovviamente, non procede sul velluto. Se ti iscrivi all’università nel 2006, cinque anni dopo dovresti esser fuori. Lui invece si laurea nel 2022. «All’inizio troppi figli di notai e di professionisti mi avevano un po’ respinto. Così ho smesso di frequentare e ho gestito prima un pub e poi un bar pasticceria. Quando ho finalmente ricominciato, ero più grande e in tre anni ho finito. Da poche settimane ho aperto un Caf che ho chiamato “Lo sportello del cittadino”, aiuto le persone, dalle dichiarazioni dei redditi a tutte le grane con la burocrazia». Un suo fratello lavora nella vigilanza privata. Uno nei subappalti delle ferrovie. Le due sorelle sono casalinghe. Lavori normali per persone normali in un posto in cui, come conferma una notizia di pochi giorni fa, non è eccezionale che suoi coetanei finiscano in carcere. Com’è successo all’attore di Gomorra Matteo Macor, che si fingeva “finto maresciallo” per truffare un buon numero di vecchietti.

Alessandro non è l’eroe stereotipato hollywoodiano, sebbene anche il New York Times sia venuto a raccogliere la sua storia. È uno che se la prende col «dio denaro», dichiara di voler «onorare le anime dei morti» e, ogni due per tre, approfitta per ringraziare i genitori che «mi hanno sempre sostenuto». A occhio è il bravo ragazzo di una non così brava provincia.

Una strana sconfitta

Come ha vissuto questo decennio? «Ogni tanto la Corte chiedeva aggiornamenti, per capire se i problemi fossero stati risolti. Per il resto continuavo a denunciare, anche quando alcuni miei parenti mi dicevano “chi te lo fa fare”, perché lo dovevo alle persone a cui l’avevo promesso sul letto di morte». Paura mai? «Quello è normale, come quando sono riuscito a evitare di essere messo sotto in auto da Giovanni Pellini o ho rifiutato un’offerta da un milione di euro per ritirarmi come parte civile in un processo contro di loro». E la comunità, i suoi amici d’infanzia, come hanno vissuto il suo attivismo? «La stragrande maggioranza è con me, mi dice “vai avanti”, ma lo fa in privato, senza esporsi. Se sei un commerciante, per dire, non vuoi accodarti alla critica delle istituzioni locali perché non si sa mai».Cinque anni fa si era candidato come consigliere regionale, sempre col M5S: «Primo dei non eletti. Sono sicuro di aver avuto un consenso superiore ma, guarda caso, trovammo tante pagine dei registri elettorali incollate tra loro. E in quelle elezioni passò invece, con la lista De Luca, la figlia del sindaco di allora». Guarda caso è una formula che Alessandro usa spesso per denunciare cose che a lui sembrano evidenti ma che non sono altrettanto provate. Tipo quando un tribunale si sarebbe dimenticato, guarda caso, di emettere il provvedimento di sequestro contro i Pellini entro i 18 mesi di legge. Ciò che non è mai venuto meno, in questi lunghi anni en attendant Strasburgo, sono le minacce: «Lettere minatorie, telefonate, avvertimenti social, un pastore maremmano avvelenato, teste mozzate dei pochi animali rimasti con una buca accanto come a dire “c’è posto anche per voi”: tutto puntualmente denunciato». Ci vuole un discreto fisico per reggere e i Cannavacciuolo l’hanno dimostrato.

Mappature, bonifiche e droni

La sentenza prescrive che le autorità, entro due anni, facciano una mappatura dei territori da bonificare e creino una piattaforma aggiornata sui siti inquinati. L’Europa vuole insomma che l’Italia cominci a fare sul serio. Lui ci crede? «Ci vorrebbe un commissario alla Terra dei fuochi perché di leggi ce ne sono già a bizzeffe, a mancare è l’applicazione». Se fosse lei, quali sarebbero le prime cose che farebbe? «Dichiarerei questi 54 chilometri quadrati “zone sature” dove è impossibile mettere nuove attività impattanti, valorizzandone invece la vocazione agricola. Abbiamo tante eccellenze, dai carciofi ai San Marzano alle patate! E poi le bonifiche, ma sul serio. Non che sotto alle telecamere del progetto Sima, le cui ultime lettere stanno per monitoraggio ambientale, si trovavano rifiuti di ogni genere perché le telecamere erano state staccate».

A dirla tutta il territorio oggi è sorvegliato da 14 pattuglie dell’esercito, con tanto di droni, e la Regione ha avviato alcune bonifiche. Evidentemente non basta. E suo padre Mario, il settantacinquenne firmatario, come ha commentato? «Dicendo: bene, ma questa sentenza non ci ridarà indietro i nostri morti». Quanto a lui, alle sue speranze, le riassume così: «Vorrei far respirare ai miei figli, se ne avrò, un’aria pulita». Cita il «bisognerebbe imparare ad amare la bellezza» di Peppino Impastato: «Se un bambino cresce nel degrado, se vede i rifiuti dappertutto, tira innanzi. Tocca spiegargli che non è normale». Lui, pur cresciuto qui, l’ha capito. Ora tocca a tutti gli altri.

Sul Venerdì del 14 febbraio 2025

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