Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara Aspesi, velo o non velo? Il caso delle ragazze velate in una scuola di Monfalcone ha portato alla luce l’annoso problema dell’integrazione nella nostra società delle persone di fede islamica. Chi sostiene che la decisione di non essere riconosciute in volto sia una questione prettamente religiosa vorrei rispondesse a queste semplici domande: se così fosse, perché gli uomini non vanno in giro velati? Perché il venerdì nelle moschee i fedeli sono esclusivamente di sesso maschile? Se le donne in Iran e in Afghanistan rischiano le frustate se non la vita per poterselo togliere, quel velo, forse lo fanno non per la religione, ma per non sottostare a una chiara ed evidente manifestazione di sottomissione al maschio. Mi sorprende come il nostro movimento femminista, in altri casi così sensibile a individuare segnali di aggressione e soprusi da parte degli uomini nei confronti delle d…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara Aspesi, velo o non velo? Il caso delle ragazze velate in una scuola di Monfalcone ha portato alla luce l’annoso problema dell’integrazione nella nostra società delle persone di fede islamica. Chi sostiene che la decisione di non essere riconosciute in volto sia una questione prettamente religiosa vorrei rispondesse a queste semplici domande: se così fosse, perché gli uomini non vanno in giro velati? Perché il venerdì nelle moschee i fedeli sono esclusivamente di sesso maschile? Se le donne in Iran e in Afghanistan rischiano le frustate se non la vita per poterselo togliere, quel velo, forse lo fanno non per la religione, ma per non sottostare a una chiara ed evidente manifestazione di sottomissione al maschio. Mi sorprende come il nostro movimento femminista, in altri casi così sensibile a individuare segnali di aggressione e soprusi da parte degli uomini nei confronti delle donne anche per un semplice commento o un gesto gentile, in questi frangenti si rinchiuda in un silenzio assordante non schierandosi così dalla parte delle donne e avallando di fatto la prepotenza maschile.
Mamolo
Ottima idea, quella di far indossare un bel chador al maschio, soprattutto a quelli carini. Ne vedremmo di ogni colore, con gran folla di maschi. Poi lei, gentile signor Mamolo, commette però anche un piccolo errore: le femministe hanno sempre aiutato le donne iraniane a mostrarsi senza velo, finendo anche in galera per loro. Persino la povera Santanchè, non capendoci niente, ha lottato per loro, prima che le leggi italiane si occupassero di lei. Resta il fatto che l’Islam ha milioni di fedeli e le donne subiscono l’abito che le nasconde al mondo. Nella tragica guerra tra palestinesi e israeliani, a Gaza, avrà visto, nelle drammatiche scene in cui gli uomini si muovono tra le rovine, che non c’è mai una donna. Ma se le donne sono forse di più anche tra i palestinesi, perché non vincono mai le elezioni politiche, quando si fanno, perché vincono sempre dei signori con grande barba e gran sostenitori dell’Islam?
I baffi di Concetta e la sinistra che vinceva
Gentile signora, ho letto il suo articolo sul Gattopardo (7 febbraio) e scrivo per i riferimenti a Concetta, la figlia del protagonista del romanzo, il principe di Salina. L’estate scorsa ho letto il libro Operazione Gattopardo. Come Visconti trasformò un romanzo di destra in un successo di sinistra di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice. L’ho voluto leggere perché faceva un’analisi critica su come la sinistra (con imposizione di qualche dirigente) ne aveva prima impedito la pubblicazione poi spinto per una svolta diversa nel film, cambiando, però, il romanzo. Ma mi ha appassionata anche per l’analisi sul ruolo di Concetta, personaggio ben più incisivo nel libro rispetto al film (in cui, appunto, la si vuole brutta, scialba e baffuta) ma che nel libro è destinata alla fine a vincere, almeno moralmente. E per Tancredi, personaggio con molte ombre e meno luci rispetto a quello di Visconti. Buon lavoro, con stima,
Concetta (pure io) Rubinacci
Non conosco il libro di Alberto Anile, mi ha fatto venire la voglia di leggerlo, pensando al film di Visconti, di cui neppure ci accorgevamo che fosse di sinistra, tanto quasi tutti i film lo erano, anche se al governo i ministri erano tutti democristiani, e non c’era un Vespa a urlare come adesso perché ferito dalla sua fratellitalianità. Il Pci allora stava attento a tutto, e non si accontentava di guardare cose grandi o piccole che minacciavano l’eventuale vittoria della povera, e dico povera, sinistra. Forse affinché la bellezza fosse solo di sinistra attraverso la meraviglia di Angelica. Sono un po’ turbata sia per la capacità di darsi da fare del perduto Pci, che dall’ormai impossibile (per ora) vittoria della sinistra – per quanto gli altri ne facciano di ogni colore.
Cambiare Il Gattopardo per lasciarlo com’è
Mi è capitato, cara Natalia Aspesi, di vedere una Bohème riadattata con tanto di cyclette, flebo e cellulare, di guardare un Conte di Montecristo che arriva ad una festa con una mongolfiera ed un altro che nel finale si riappacifica con Mercedes. Mi è capitato spesso, insomma, di vedere opere stravolte o snaturate da pellicole, riedizioni o adattamenti pretenziosi, illogici e stravaganti. Per questo motivo siamo tutti, e ho letto che anche lei un po’ lo è, curiosi di vedere questo nuovo rifacimento televisivo del Gattopardo. Vedremo cosa si inventeranno questi tre registi, Tom Shankland, Giuseppe Capotondi e Laura Luchetti, a tale proposito. La mia modestissima opinione è che gli adattamenti, teatrali, musicali o cinematografici che siano, non debbano mai perdere troppo di vista la versione originale, soprattutto nelle parti più importanti e fondamentali della trama. Ossìa, “bisognerebbe cambiare tutto per far restare tutto come è”, come dice un personaggio del libro.
Fabio Fiaschi
Guardi signor Fiaschi, forse lei ha ragione, forse no. Per ragioni di lavoro, ho frequentato la Scala, e visto decine di opere talvolta anche bruttine per gli eccessi di pomposità, o bellissime per la loro semplicità. Oppure il contrario, opere quasi ridicole per la loro voluta rozzezza o con troppi cammelli o eccessivi bisonti. Vedrò il nuovo Gattopardo con antica curiosità cercando di adattarmi al nuovo: immagino che le persone verso i trent’anni, che mai hanno visto il film del 1963,e i grandi influencer, sino ai frequentatori massicci di Tinder, lo vedranno con piacere.
«A me mi» non si dice (e pazienza per Manzoni)
Leggo da molto tempo la Sua rubrica e mi permetto di segnalarLe un Suo, immagino, involontario”svarione”. In una Sua risposta «all’anziano che non capisce» lei utilizza: «a me l’intelligenza artificiale mi incuriosisce molto». Ora, comprendendo che tale impropria frase può sfuggire anche ai più dotti (d’altra parte lo stesso Manzoni, nel capitolo dei Promessi sposi relativo all’assalto al forno, scrive “al capitano cominciava a mancargli il fiato”, osservazione dell’allora professore di italiano che memorizzammo più di tante altre più utili nozioni...) mi sorprende pensare che accada anche ad una esperta letterata. Voglia scusarmi per la mia irriverente segnalazione, con il doveroso rispetto ed immutata considerazione.
Guido Ottolenghi
Ma lei è davvero molto carino a mostrarmi un errore, tanto più che mi capita abbastanza spesso di farne, volutamente o involontariamente – adesso poi che c’è l’intelligenza artificiale, che ormai si chiama come fosse una sola parola, IA, oppure in inglese, AI. Comunque: escludiamo che io sia un’esperta e una “letterata”, pensi, non ho fatto che il liceo artistico! Perciò alla fin fine io scrivo come mi sembra giusto, aspettando che uno più sapiente arrivi e mi corregga. E quindi, corretta, mi ripeto: «L’intelligenza artificiale mi incuriosisce molto». Ma non potrebbe essere che forse il mio errore sia invece proprio questo qui, e cioè la frase che le ho appena scritto?
Sul Venerdì del 21 febbraio 2025