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Giammarco Menga: “ho indagato su Saman anche per Ayse, la mia fidanzata”

Novellara (Reggio Emilia), la foto di Saman Abbas nei pressi del luogo dove fu uccisa 

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Il cronista di “Quarto grado” ha scritto un libro sull’omicidio della ragazza pachistana di Novellara. Così simile alla sua compagna, che invece è riuscita a sfuggire a quel mondo di clan
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L’unica volta che Ayse ha accompagnato Giammarco a Novellara, nel cuore della Bassa reggiana, il paese della povera Saman uccisa dalla sua famiglia perché si era rifiutata di sposare un cugino, il titolare dell’azienda agricola nella quale lavoravano i genitori della giovane pachistana si avvicinò e le disse: «Non chiedermi perché, ma nei tuoi occhi vedo gli stessi di quella ragazza». Ayse quelle parole non le ha mai dimenticate. Probabilmente in quell’istante ha rivissuto anni di scontri con la sua famiglia. Lei, di origine musulmana, che è riuscita a ribellarsi al destino deciso da suo padre e sua madre. Lei che voleva soltanto essere libera. Come Saman, appunto, che invece non ce l’aveva fatta.

Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio del 2021, Saman era stata attirata in un’imboscata dai genitori, massacrata dallo zio, forse da altri familiari anche se la sentenza di primo grado ha riconosciuto colpevoli soltanto Nazia e Shabbar Abbas come mandanti e Danish Hasnain come esec…

L’unica volta che Ayse ha accompagnato Giammarco a Novellara, nel cuore della Bassa reggiana, il paese della povera Saman uccisa dalla sua famiglia perché si era rifiutata di sposare un cugino, il titolare dell’azienda agricola nella quale lavoravano i genitori della giovane pachistana si avvicinò e le disse: «Non chiedermi perché, ma nei tuoi occhi vedo gli stessi di quella ragazza». Ayse quelle parole non le ha mai dimenticate. Probabilmente in quell’istante ha rivissuto anni di scontri con la sua famiglia. Lei, di origine musulmana, che è riuscita a ribellarsi al destino deciso da suo padre e sua madre. Lei che voleva soltanto essere libera. Come Saman, appunto, che invece non ce l’aveva fatta.

Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio del 2021, Saman era stata attirata in un’imboscata dai genitori, massacrata dallo zio, forse da altri familiari anche se la sentenza di primo grado ha riconosciuto colpevoli soltanto Nazia e Shabbar Abbas come mandanti e Danish Hasnain come esecutore materiale. Ergastolo ai genitori, 14 anni all’assassino reo confesso che ha collaborato con gli investigatori e ha fatto ritrovare i resti della ragazza.

Un fratello pentito

Ayse da tempo è la compagna di Giammarco Menga, reporter di Quarto Grado, che fin dal primo giorno ha seguito il caso come inviato. E che sulla vicenda ha scritto un bel libro, Il delitto di Saman Abbas. Il coraggio di essere libera, pubblicato da Newton Compton. Non solo una ricostruzione minuziosa dei fatti, attraverso le carte giudiziarie e il racconto esclusivo del fratello di Saman, all’epoca minorenne e adesso in una comunità protetta, ma soprattutto un racconto delle dinamiche da clan che spesso si ripetono in alcune comunità rurali, famiglie che provengono da zone arretrate come il Punjab degli Abbas dove per onore si può anche uccidere. Sì, anche una figlia poco più che adolescente, “colpevole” di voler vivere da occidentale e di pubblicare sui social foto nelle quali baciava il suo fidanzato malgrado fosse stata promessa a un altro uomo da sposare quando, insieme ai genitori e al fratello, sarebbe ritornata in Pakistan.

«Qualcuno ha detto che per me seguire da giornalista il delitto di Saman è stato quasi come una missione» racconta Menga alla vigilia del processo di appello che si aprirà a Bologna il 27 febbraio. «Certo non posso negare che in questa storia mi sono sentito immediatamente coinvolto. I racconti di Ayse, che ho conosciuto quando già si era allontanata dalla sua famiglia, si sovrapponevano continuamente alle ricostruzioni degli investigatori sulla vita tormentata di Saman. La mia compagna è nata in Italia, ha studiato qui, i suoi amici sono italiani. Eppure c’era ancora chi voleva decidere per lei secondo logiche medievali fuori dal tempo. Ayse è riuscita a essere libera, Saman non ne ha avuto il tempo. Lei, per i suoi genitori, era solo una merce di scambio: se avesse sposato quel cugino in Pakistan le proprietà delle due famiglie si sarebbero raddoppiate, avrebbero allargato i terreni, sarebbero stati i più ricchi del loro villaggio. È spaventoso ma è così. Con la sua ribellione, le sue stravaganze, quel modo di vestire così lontano dalla sua cultura, Saman stava mandando a monte i progetti dei suoi genitori. Nel Punjab lo sapevano tutti, perché con i social ormai le distanze si sono azzerate. Quell’omicidio si è compiuto nell’ottica di una mentalità tribale che considera la donna un oggetto di proprietà dell’uomo e della famiglia di origine. Un delitto d’onore, mascherato da motivi religiosi che non esistevano».

Giammarco Menga con il suo libro "Il delitto di Saman Abbas" (Newton Compton) 

Menga lo ricostruisce nel suo libro: «Nazia e Shabbar Abbas non frequentavano la moschea, bevevano alcolici, hanno deciso di uccidere la loro figlia durante il Ramadan, il mese sacro dei musulmani. Dovevano mandare un messaggio al resto della famiglia, in Pakistan: ci ha svergognato, deve morire. Questo è successo a Novellara ed è davvero difficile pensare che ad uccidere possa essere stato soltanto lo zio, che poi ha provveduto anche a nascondere il corpo. Rispetto la sentenza di primo grado, ma ci sono cose che non mi convincono. Per esempio, le ragioni dell’omicidio: per i giudici non è stato il rifiuto di Saman alle nozze combinate ma solo la relazione con un altro fidanzato che loro non vedevano di buon occhio».

E poi c’è anche la premeditazione che, nelle motivazioni della sentenza, viene esclusa: la decisione di uccidere la ragazza sarebbe stata presa quella sera stessa, lo confermerebbero le telefonate tra i genitori e lo zio. «Il fratello di Saman ha detto in tribunale che c’era stata invece una riunione familiare durante la quale si era deciso di eliminarla, lo ha confermato anche durante la nostra conversazione. Ma i giudici lo hanno ritenuto inattendibile e per questo due cugini della vittima, imputati in primo grado, sono stati assolti. Vedremo che cosa succederà in appello». Dove si dovrà valutare anche un video del 29 aprile, il giorno prima dell’omicidio, nel quale si vedono lo zio e i cugini con le pale in mano. Per l’accusa stavano andando a scavare la fossa per la ragazza, per la Corte invece si preparavano a fare qualche attività per conto del loro datore di lavoro.

«Mi aspetto adesso che la verità processuale si avvicini alla verità storica» riprende l’inviato di Quarto grado «e che vengano rivalutate le parole del fratello di Saman. Quel ragazzo è sicuramente caduto in alcune contraddizioni ma bisogna capire in quale contesto è stato interrogato: in quel momento ha capito di aver perso tutto, la sorella che amava, i genitori in carcere, l’intera famiglia che gli ha voltato le spalle dopo aver accettato di fare un percorso di riabilitazione con gli assistenti sociali. Quando l’ho incontrato mi ha detto una cosa che mi ha colpito: “Voglio diventare quello che Saman non è riuscita a essere”. Quello per il quale Ayse ha lasciato la sua casa, la sua famiglia, i suoi affetti più cari. Per questo le ho dedicato il libro, perché poteva esserci lei al posto di quella ragazza ma è stata più coraggiosa, o forse soltanto più fortunata. E perché quello che è successo, non succeda mai più. È vero, questo per me non sarà mai un caso come tutti gli altri».

Sul Venerdì del 21 febbraio 2025

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