Sergio Ramelli era solo un ragazzo
di Matteo TonelliDice che gli anni 70 gli hanno segnato la vita. Anche se, per ragioni anagrafiche, non li ha vissuti. Dice che la storia di Walter Alasia, quel cugino di estrema sinistra che aveva scelto la lotta armata, se la porta ancora dentro. E che per questo ha voluto raccontare anche quella di Sergio Ramelli, un altro ragazzo, che aveva scelto l’altra parte della barricata – anche lui rimasto giovane per sempre. Lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia chiude così il suo viaggio negli “anni di piombo”. Aveva cominciato con Il paese delle Meraviglie, poi con la storia di Alasia ucciso in un conflitto a fuoco, mai completamente chiarito, con le forze dell’ordine. E ora tocca a Ramelli, il 19enne iscritto al Fronte della Gioventù, ucciso a colpi di chiave inglese, la famigerata Hazet 36, a Milano, il 13 marzo 1975 da alcuni membri di Avanguardia Operaia. Si chiama Uccidere un fascista il suo libro che Mondadori fa uscire a 50 anni dall’aggressione mortale. E il titolo, che riprende la prima parte…
Dice che gli anni 70 gli hanno segnato la vita. Anche se, per ragioni anagrafiche, non li ha vissuti. Dice che la storia di Walter Alasia, quel cugino di estrema sinistra che aveva scelto la lotta armata, se la porta ancora dentro. E che per questo ha voluto raccontare anche quella di Sergio Ramelli, un altro ragazzo, che aveva scelto l’altra parte della barricata – anche lui rimasto giovane per sempre. Lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia chiude così il suo viaggio negli “anni di piombo”. Aveva cominciato con Il paese delle Meraviglie, poi con la storia di Alasia ucciso in un conflitto a fuoco, mai completamente chiarito, con le forze dell’ordine. E ora tocca a Ramelli, il 19enne iscritto al Fronte della Gioventù, ucciso a colpi di chiave inglese, la famigerata Hazet 36, a Milano, il 13 marzo 1975 da alcuni membri di Avanguardia Operaia. Si chiama Uccidere un fascista il suo libro che Mondadori fa uscire a 50 anni dall’aggressione mortale. E il titolo, che riprende la prima parte di uno slogan urlato nelle piazze della sinistra estrema (“non è reato” era la seconda) sembra suggerire una lettura che individua tutti i “rossi” colpevoli e tutti i “neri” vittime.
Sensazione sbagliata?
«Questo è uno dei motivi che me l’hanno fatto scrivere: il fatto che ormai si ragioni solo in termini di bianco e nero: i “complessisti” sono derisi. Per me è evidente che dalla parte sbagliata ci sono quelli che hanno ucciso, a prescindere dal colore politico».
Devo chiederglielo. Il suo libro esce però con la destra al governo. La generazione che lei racconta è stata il terreno di crescita per molti esponenti di Fratelli d’Italia. È solo un caso?
«Mi aspettavo la domanda: ma le dico che la prima stesura del libro risale al marzo 2022, quando ancora non c’era la Meloni a palazzo Chigi».
Negli anni 70 lei aveva 10 anni circa: cosa l’ha mossa ad occuparsi così assiduamente di quel periodo?
«Il fatto che su quegli anni non ci si è ancora interrogati fino in fondo. C’è un rimosso soprattutto da parte degli adulti di oggi, quelli che erano ragazzi allora».
Dice? Eppure su quel periodo sono usciti moltissimi libri.
«Le rispondo così: sono stato in un liceo e quando ho chiesto chi aveva messo la bomba in piazza Fontana mi sono sentito rispondere “le Brigate rosse”. Ecco. Ora ho cercato di far capire a quel ragazzo che cosa significava uscire la mattina di casa e non sapere se si sarebbe tornati sani e salvi».
Se per questo, ci si poteva ritrovare con una pallottola in testa solo perché si aveva i capelli lunghi – come è successo a Roberto Scialabba ucciso a sangue freddo dal terrorista nero Valerio Fioravanti…
«Certamente. O come, appunto, è successo a Ramelli, ucciso solo perché aveva scritto un tema in cui criticava le Br. Da quel momento nella sua scuola diventò un bersaglio dell’estrema sinistra . Era scomparso l’essere umano, era rimasto “il fascista”».
Ma la “spersonalizzazione” del “nemico” non è quello che succede in ogni conflitto?
«Io non faccio lo storico, il mio intento era solo quello di raccontare la storia di un ragazzo ucciso per aver espresso un’opinione. Penso che chi scrive debba farsi da parte. Quando ho scritto di Walter ho cercato di mettermi nei panni di chi l’ha ucciso, anche nei panni di quell’esponente delle forze dell’ordine che disse “se non fosse morto l’avrei ammazzato io”. Non l’ho giustificato ma ho cercato di capirlo. Ecco, la mia prospettiva è stata la stessa anche con Ramelli. Analizzare questa vicenda sotto un aspetto più intimo, facendo un passo indietro».
Traducendo: i morti sono tutti uguali?
«No, è il dolore a essere uguale e non può essere che, a seconda della parte in cui uno si trova, non può avere diritto di cittadinanza. Il dolore di chi li amava quando erano in vita e continua ad amarli ha pari dignità».
Di memoria condivisa, a volte strumentalmente, si parla da anni. Ma non pensa che così si rischi di annacquare torti e ragioni? In altre parole: c’era, secondo lei, una parte giusta e una sbagliata?
«Non credo alla memoria condivisa, è impossibile che ci sia, penso però che si debba dialogare con l’avversario, anche rispettandone la sua storia. Quelli erano anni in cui una generazione imboccò la strada della rivolta, una strada costellata di morti: di destra, di sinistra e con indosso un’uniforme».
E qui torniamo al punto: tutti colpevoli nessuno colpevole?
«Per me ci vorrebbe un enorme mosaico per i morti di quegli anni,ma farlo pone scomodi interrogativi».
Immagino che adesso mi dirà che è colpa dello Stato se quegli anni sono stati una carneficina. Non le pare una lettura parziale?
«In quegli anni c’è chi, nelle stanze del potere, ha fatto di tutto per preservare lo status quo, parlando di “opposti estremismi” e facendo di tutto per eliminare una generazione – anche con l’eroina».
E, aggiungerei, che faceva mettere le bombe nei treni alla manovalanza di estrema destra. Lei scrive: vero, ma nessuno di loro aveva in tasca la tessera dell’Msi. Non è una risposta riduttiva?
«Le rispondo invece con quello che fece il Pci quando, nel 1975, venne fuori la campagna per lo scioglimento dell’Msi. Si oppose dicendo: “gli elettori non si sciolgono”. Una lezione di democrazia attaccata allora dalla variegata galassia dell’estrema sinistra».
Nel libro lei immagina anche un incontro tra Walter Alasia e Sergio Ramelli, e si chiede come avrebbe reagito suo cugino. Seguendo il filo del ragionamento della “spersonalizzazione” la risposta sembra, purtroppo, facile…
«Il loro incontro/scontro sarebbe potuto avvenire realmente quando i gruppi dell’estrema sinistra assaltarono la sede dell’Msi di via Mancini, a Milano. In quei giorni Ramelli era già in ospedale. Io spero solo che se si potessero incontrare oggi avrebbero pietà l’uno dell’altro».
Intravede questo tipo di atteggiamento anche nelle celebrazioni attuali di Ramelli a braccio teso?
«Ciascuno ha i suoi caduti e ciascuno li ricorda a modo suo».
Ma lei, se avesse avuto vent’anni in quegli anni, con chi si sarebbe schierato?
«Non lo so: so che sono stato fortunato a non averli vissuti».
Ha ancora senso parlare di antifascismo?
«Mi sembra che sia diventato una foglia di fico per una sinistra che ha abbandonato i ceti deboli. Il vero rischio non è il ritorno del fascismo, semmai in che modo l’intelligenza artificiale cambierà il mondo».
Oggi si definisce di destra o di sinistra?
«Sono uno che ha incontrato gente di destra e di sinistra, che aveva un cugino di estrema sinistra e un nonno fascista e anche due zie leghiste. E che ha dovuto fare i conti con tutte queste persone».