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Annalisa Cuzzocrea: ha ragione mia figlia

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A CASA TUTTI BENE Da questo numero del Venerdì la rubrica su famiglia, figli, pubblico e privato
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Ho sulla scrivania decine di libri che parlano dell’ansia degli adolescenti individuando colpe che sono più o meno le stesse: i telefonini, i social, l’accettazione sociale, la propria immagine sottoposta a un mi piace/non mi piace. A volte penso che,se fossi stata adolescente ai tempi di Instagram, non sarei sopravvissuta. Credo però che ci sia qualcosa di ben più profondo e che cercare responsabilità esterne sia un modo un po’ troppo facile di affrontare il problema. Sento spesso dire che “ai nostri tempi” la scuola era più dura, i professori più severi, ma ne siamo davvero sicuri? Siamo certi che ci fosse sui ragazzi tutta questa pressione su risultati alti da raggiungere, pena non entrare nell’università scelta, crediti da accumulare per il voto di maturità, certificati di inglese da ottenere, esperienze all’estero da fare?

Ho sulla scrivania decine di libri che parlano dell’ansia degli adolescenti individuando colpe che sono più o meno le stesse: i telefonini, i social, l’accettazione sociale, la propria immagine sottoposta a un mi piace/non mi piace. A volte penso che,se fossi stata adolescente ai tempi di Instagram, non sarei sopravvissuta. Credo però che ci sia qualcosa di ben più profondo e che cercare responsabilità esterne sia un modo un po’ troppo facile di affrontare il problema. Sento spesso dire che “ai nostri tempi” la scuola era più dura, i professori più severi, ma ne siamo davvero sicuri? Siamo certi che ci fosse sui ragazzi tutta questa pressione su risultati alti da raggiungere, pena non entrare nell’università scelta, crediti da accumulare per il voto di maturità, certificati di inglese da ottenere, esperienze all’estero da fare?

Ho la sensazione che abbiamo costruito per i nostri figli un mondo in cui vale solo l’eccellenza, e al di sotto di quella incombe il fallimento. E che di un mondo così sia difficile non sentire un peso che schiaccia e può smarrire. L’ho pensato quando una professoressa di liceo mi ha raccontato del suo rifiuto di fare interrogazioni orali programmate almeno all’inizio del nuovo pentamestre, e della reazione degli studenti. Che prima hanno cercato di tergiversare, poi le hanno mandato una lettera chiedendo un atteggiamento più collaborativo.

Naturalmente la prof ha ragione. Sono gli insegnanti a decidere quando interrogare, se valutare anche la continuità dello studio e così via. Però, sotto sotto, ho ammirato una classe che fa squadra e cerca un modo per gestire la marea di compiti di una terza liceo.

Ho studiato anch’io fisica fino alle due di notte, o storia e filosofia per pomeriggi interi, ma non credo che la nostra generazione fosse in alcun modo migliore di questa. Penso piuttosto che a renderci le cose più facili fosse una maggiore fiducia nel futuro, e una minore pressione esterna. La paura del fallimento, che è oggi così diffusa e ha conseguenze così terribili sulla salute mentale dei ragazzi, era molto meno presente. Forse perché non c’erano state in quegli anni crisi economiche generalizzate, pandemie, guerre così vicine. O perché l’orizzonte era più ristretto, quindi più facile da gestire. Noi avevamo la sensazione che avremmo trovato un posto nel mondo, con un po’ di impegno e un po’ di fortuna. Nei ragazzi di oggi c’è troppo spesso la sensazione che quel posto non ci sia, a meno dinon fare tripli salti mortali riusciti. Di qui l’ansia, il ritiro sociale, l’aumento dei disturbi alimentari. Solo che i ragazzi cominciano a essere più consapevoli e più pronti a difendersi. L’altro giorno ho detto alla mia undicenne: «Mi raccomando, al secondo quadrimestre voglio tutti 8 e 9».Lei mi ha guardata arrabbiata: «Non darmi obiettivi, sennò poi ci resto male». Tra le tante cose che ho imparato diventando madre, è che ha ragione lei.

Sul Venerdì del 7 marzo 2025

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