Dieci Capodanni, la serie che ha fatto i botti. Il regista: “È iniziato tutto dal gioco dei ricordi”
di Paola JacobbiUna serie spagnola senza attori celebri, atterrata su RaiPlay quasi senza promozione, dopo un passaggio all’ultima Mostra del cinema di Venezia notato solo dagli addetti ai lavori (e nemmeno da tutti), diretta da un regista molto amato dalla nicchia cinefila ma (ancora per poco) ignoto agli altri, non ha grandi possibilità di essere il fenomeno televisivo di stagione. Invece, è successo, sta succedendo. Grazie a un passaparola frenetico, Dieci Capodanni (in originale Los años nuevos) è diventata nel giro di poche settimane la serie di cui gli amici che l’hanno già vista vi diranno “non puoi perderla”.
È la storia di una coppia, Óscar e Ana, raccontata nel corso di un decennio, dal 2014 al 2024, dai loro trenta ai loro 40 anni. Amore e sesso (con parecchie scene molto esplicite), la vita a due, le contraddizioni di entrambi, la fine definitiva della gioventù e l’inizio di qualcosa, l’età adulta, che non si è ancora pronti a conoscere. Tutto avviene nel contesto di un mondo che è cambi…
Una serie spagnola senza attori celebri, atterrata su RaiPlay quasi senza promozione, dopo un passaggio all’ultima Mostra del cinema di Venezia notato solo dagli addetti ai lavori (e nemmeno da tutti), diretta da un regista molto amato dalla nicchia cinefila ma (ancora per poco) ignoto agli altri, non ha grandi possibilità di essere il fenomeno televisivo di stagione. Invece, è successo, sta succedendo. Grazie a un passaparola frenetico, Dieci Capodanni (in originale Los años nuevos) è diventata nel giro di poche settimane la serie di cui gli amici che l’hanno già vista vi diranno “non puoi perderla”.
È la storia di una coppia, Óscar e Ana, raccontata nel corso di un decennio, dal 2014 al 2024, dai loro trenta ai loro 40 anni. Amore e sesso (con parecchie scene molto esplicite), la vita a due, le contraddizioni di entrambi, la fine definitiva della gioventù e l’inizio di qualcosa, l’età adulta, che non si è ancora pronti a conoscere. Tutto avviene nel contesto di un mondo che è cambiato più velocemente di quanto ci si aspettasse, pandemia compresa.
Ogni episodio si svolge nell’arco di due giorni, il 31 dicembre e il 1° gennaio, perché i coetanei Óscar e Ana compiono gli anni in quelle due date, lei ha solo un giorno meno di lui. Questo dettaglio è, al momento del loro primo incontro in un locale di Madrid, lo spunto di quello che chi scrive commedie romantiche chiama “meet cute”, più o meno “incontro carino”. Ma poi diventa il simbolo di ciò che al tempo stesso li unisce e li separa. Perché Ana e Óscar sono quasi gemelli per l’anagrafe ma diversi, diversissimi in tutto il resto.
Quando inizia la relazione lui è già un medico ospedaliero, lei non ha ancora deciso che cosa fare nella vita. Ci sono l’intimità profonda, le liti, i dialoghi serrati e i silenzi, i rapporti con le rispettive famiglie d’origine e con gli amici. Ana è interpretata dalla seducente Iria del Río, Óscar da Francesco Carril, che presto sarà, accanto a Elio Germano e ad Alba Rohrwacher, anche nel cast di Tre ciotole, il film diretto da Isabel Coixet tratto dal libro di Michela Murgia.
Quanto al regista, si tratta di Rodrigo Sorogoyen, nato a Madrid 43 anni fa, già autore dell’apprezzato As Bestas e anche candidato al premio Oscar nel 2019 per il miglior cortometraggio con Madre. In questo momento, Sorogoyen si trova sul set del suo prossimo film, El ser querido, protagonista Javier Bardem. Tra una ripresa e l’altra ha risposto alle nostre domande.
Come è nata l’idea di Dieci Capodanni?
«Durante il Capodanno tra il 2016 e il 2017. Ero con la mia compagna di allora in vacanza a Marrakech e abbiamo cominciato a ricordare dove ci trovavamo nei Capodanni precedenti, sia quelli trascorsi da quando stavamo insieme, sia quelli di quando non eravamo ancora una coppia. Così, per divertimento, abbiamo cominciato a pensare come sarebbe stato bello raccontare l’evoluzione di una relazione da un anno all’altro, ma scegliendo sempre lo stesso momento del calendario, negli anni cruciali, tra i trenta e i quaranta».
Lei ha compiuto quarant’anni nel 2021. Che compleanno è stato?
«All’inizio triste, non avrei voluto festeggiare. Ma poi la mia compagna organizzò una cena con amici, a sorpresa. Non me lo aspettavo e infatti sulle prime non mi piacque e mi prese un po’ male. Poi, però, abbiamo cominciato a mangiare e bere e, alla fine, ci siamo divertiti e l’ho ringraziata».
Uno degli episodi di Dieci Capodanni cita La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Che cosa rappresenta questa serie italiana per lei?
«Significa una scoperta cinematografica molto bella. L’ho vista la prima volta con Isabel Peña, la sceneggiatrice di tutti i miei film per il cinema. Ci piacque moltissimo, è piena di umanità e di libertà nel raccontare, riesce a trattare temi ampiamente universali ma seguendo percorsi poco convenzionali. Ho deciso di citarla in Dieci Capodanni insieme alle sceneggiatrici della serie che sono Sara Cano e Paula Fabra».
A proposito di Paula e Sara: quanto è stato importante avere due voci femminili accanto a lei, nella scrittura di Dieci Capodanni, specialmente per quanto riguarda Ana, la protagonista?
«Ogni volta che mi viene fatta questa domanda, e credo che Sara e Paula siano d’accordo con me, è molto difficile rispondere. Ovviamente il loro contributo è il risultato della loro sensibilità, del loro talento, delle loro esperienze, esattamente come io posso portare dentro un progetto la mia sensibilità, il mio talento e le mie esperienze. Ma non sono d’accordo con chi sostiene che le donne scrivono migliori personaggi femminili e gli uomini migliori personaggi maschili. In quanto persone di genere diverso, possiamo avere esperienze diverse nella vita, ma mi rifiuto di pensare che un uomo non possa scrivere un bel personaggio femminile e che una donna non possa scrivere un bel personaggio maschile. In sintesi: ho scritto questa serie con Sara e Paula non perché sono donne ma perché sono due sceneggiatrici molto brave».
C’è un episodio ambientato a Berlino, in cui il rapporto tra Óscar e Ana cambia radicalmente. Perché avete deciso di mostrare quel momento di crisi lontano da casa?
«Era un po’ una conseguenza del fatto che Ana e Óscar, in una fase difficile della loro vita di coppia, tentano di salvare la loro relazione partendo per un viaggio. Una decisione molto umana, logica, una volta o l’altra lo abbiamo fatto tutti. Il viaggio è sempre un modo per rimettere in sesto o comunque incentivare la vita di coppia. A volte l’esperimento finisce bene e a volte finisce male. Ci divertiva mettere Ana e Óscar in questa particolare condizione, in questa tessitura di sforzi per fare finalmente funzionare le cose. Nemmeno la scelta di Berlino è casuale: una città fredda e che si porta addosso la storia terribile che sappiamo e che, tuttavia, è anche una città ludica, divertente e libera. E così ha due facce anche il rapporto tra i nostri protagonisti: poteva scegliere di andare verso un lato o l’altro, verso la freddezza o verso la gioia. Un bivio cruciale per entrambi».
Senza fare spoiler sul finale, per il bene di chi non ha ancora visto la serie, le domando se Dieci Capodanni potrebbe continuare con una seconda stagione, per raccontarci le vicende di Ana e Óscar nei dieci anni futuri, dai quaranta ai cinquant’anni?
«Non c’è nulla di pianificato, ma l’esperienza è stata così bella e positiva e abbiamo lavorato così bene io, le sceneggiatrici e i due attori, che ne abbiamo parlato e fantasticato un po’. Adesso non è il momento, ma più avanti potrebbe essere un progetto che mi piacerebbe molto».
Il decimo e ultimo episodio di questa stagione è un unico piano sequenza, quasi un thriller sentimentale che dura 45 minuti, in tempo reale, e che lascia lo spettatore senza fiato. Perché questa scelta?
«Avevo già usato dei piani sequenza in altri momenti della serie ma volevo che nel finale non ci fosse alcun tempo morto, non volevo ellissi, non volevo fuggire dalla banalità dei gesti comuni: farsi la doccia, lavarsi i denti, vestirsi e svestirsi. Dieci Capodanni è una serie molto indiscreta perché entra nell’intimità di una coppia fin dal primo episodio. Qui, in questo momento di tensione finale, desideravo raccontare il tempo. E il tempo si può raccontare solo così, senza tagli».