Cara Aspesi, ti ragguaglio per prima cosa sulle mie precarie condizioni: mi è stata ordinata una... rettoscopia. In principio mi sono rifiutato, non volevo distruggere il ricordo di un lato B quasi integro (c’è stata poco tempo fa la colonscopia ma le pressioni dei medici presenti in famiglia (ben quattro), oltre che della mia DOM, mi hanno costretto al martirio... per nulla poi. Infatti è risultato tutto in ordine per cui restano ora in piedi le sole intolleranze alle pesche e a tutto il rosso in natura (forse a causa del tannino – ma qui lo dico e qui lo nego) cui si è aggiunto l’arancione dopo una ventina d’anni, e al momento sembra che anchei datteri mi procurino guai. Ma su queste mie osservazioni i medici mi hanno quasi deriso, non hanno inveito perché, dati i tempi, tutte le visite e gli esami sono stati eseguiti a pagamento (sei mesi-un anno per le vie burocratiche, cinque-dieci giorni per le vie “prezzolate”). A me sembra profondamente ingiusto, privativo anche della libertà …
Cara Aspesi, ti ragguaglio per prima cosa sulle mie precarie condizioni: mi è stata ordinata una... rettoscopia. In principio mi sono rifiutato, non volevo distruggere il ricordo di un lato B quasi integro (c’è stata poco tempo fa la colonscopia ma le pressioni dei medici presenti in famiglia (ben quattro), oltre che della mia DOM, mi hanno costretto al martirio... per nulla poi. Infatti è risultato tutto in ordine per cui restano ora in piedi le sole intolleranze alle pesche e a tutto il rosso in natura (forse a causa del tannino – ma qui lo dico e qui lo nego) cui si è aggiunto l’arancione dopo una ventina d’anni, e al momento sembra che anchei datteri mi procurino guai. Ma su queste mie osservazioni i medici mi hanno quasi deriso, non hanno inveito perché, dati i tempi, tutte le visite e gli esami sono stati eseguiti a pagamento (sei mesi-un anno per le vie burocratiche, cinque-dieci giorni per le vie “prezzolate”). A me sembra profondamente ingiusto, privativo anche della libertà di star poco bene. Una rapina, un furto soprattutto per uno che ha contribuito congruamente per quasi trentasette anni alle disgrazie della sanità. Ma questi sono i tempi che corrono, volenti o nolenti bisogna adeguarsi, nemmeno la Maestra di Cucina che ci Governa sa in quale credenza prendere il sale.
Dopo il riepilogo dei piccoli guai che dovrò sanare da solo senza la prescritta laurea in medicina, ti racconto ora la visita al convento delle suore in clausura. Abbiamo avuto un raccolto di mele o pere cotogne nello scorso settembre, gli altri anni ci siamo dilettati in marmellate e composte ma lavorare le mele cotogne è una pena, una fatica, perché durissime e resistentiai coltelli – tra l’altro abbiamo una cantina piena di marmellate che non vuole quasi nessuno (figli, nipoti). Per cui abbiamo deciso di regalare queste due cassette di frutta. A chi? Mi sono recato da un fruttivendolo in città offrendole in dono... non le ha volute perché poco ricercate dai clienti. Quasi disperato, perché non volevo riportarle nella mia campagna, gli ho chiesto se mi potesse consigliare a chi donarle. Mi ha dato un consiglio cui non avrei mai pensato: un convento di suore. Gloria e giubilo, l’ho ringraziato e sono partito per il convento delle monache di clausura che conoscevo bene per aver fatto lezioni di matematica con Suor Gabriella, una ragazza bellissima, con un viso ovale perfetto e una grazia nel portamento che ne avrebbero fatto una gran donna – già allora, giovanissimo, pensai che fosse sprecata per quella vita. Arrivato al convento ho subito notato le sbarre a rombo che ornavano le finestre ai piani primo e secondo. Sono entrato nell’androne, ho suonato ed è venuta una suorina di un’età compresa tra i quaranta e i cinquanta, protetta anch’essa da sbarre, reti di ferro o altro, piccolina di statura. Non sono tanto vicino alla religione per cui mi sono rivolto a lei in modo laico: Signora, abbiamo avuto un raccolto di meleo pere cotogne. Siccome non ce la sentiamo più di lavorarle ho pensato di donarle al vostro convento, sempre se le gradite. Lei mi risponde quasi con entusiasmo che erano graditissime, buone per ottime marmellate. Sono tornato in macchina e in due tempi ho portato le cassette. Da un ingresso girevole, in modo da non aver alcun contatto con l’interlocutore o fornitore,lei in due tempi ha preso le cassette mostrando una forza non comune, le ha portate non so dove, poiè tornata a ringraziare.
Mi ero già adombrato per quelle sbarre alle finestre e quel coso girevole, quella gabbia di ferro per estraniarleda ogni aspetto mondano, che allora ho chiesto se potevo porle una domanda. Lei mi ha detto: prego, dica pure. Allora ho fatto la mia richiesta: ma Signora, non vi sentite in imbarazzo a vivere con le sbarre alle finestre, alle porte,al ricevimento delle cose, degli oggetti, di cui avete certamente bisogno? Ricordo questo convento da ragazzo... ma ai nostri tempi mi sembra proprio fuori luogo un’esistenza del genere. Poi penso anche che sarete accolte nel Paradiso, se esiste, come le vostre colleghe di altri Ordini che vivono nella società pur rispettando la disciplina che l’Ordine impone. Il Paradiso sarà lo stesso perché, stando ai si dice, non esiste un Paradiso di Prima Categoria e un Paradiso di Seconda Categoria. Quindi a cosa o a chi serve questa specie di reclusione? Lei è rimasta colpita e non ha risposto subito, ma dopo qualche istante ha detto:questa è una nostra scelta individuale, non sentiamo alcuna costrizione a vivere così, per come siamo fatte, tutte sono liete di queste limitazioni.
Ho ringraziato, salutato e sono andato via smoccolando. Pensavo a un parassitismo che non serve alcuna causa. Ci sono Ordini che fanno assistenza, ci sono suore missionarie che rischiano la vitain posti lontani, chi si dedica all’insegnamento, ci sono gli Ordini Ospedalieri e altri che magari non conosco. Mi sono permesso di pensare che dopo anni e anni di quella vita ci deve essere un senso di ribellione alle costrizioni, qualche curiosità di immaginare quello che avviene fuori da quelle mura. Ci si rinchiude per essere fuori dalla Vita e dalla Storia che invece, nel bene o nel male, debbono essere frequentate per definizione, come avviene nei teoremi di geometria.
Non so come commentare questo avvenimento, sono senza parole e privo di idee praticabili, forse troppo distanti da me. Che vuoi che sia, non è un problema. Ciao piccola bimba cresciuta, ti invio baci e abbracci senza limiti e a risentirci presto. La vita fa accadere sempre qualcosa.
Serafino, Ascoli Piceno
Questa lettera mi arriva da Ascoli Piceno, un luogo italiano di cui non si parla mai, o comunque raramente e direi per fortuna. Mi pare che chi vive lì sia lontano, come in un altro luogo, in un altro spazio. Avrà certamente una bella e intrepida storia,che comincia, dicono i suoi cultori, dall’età della pietra, se ne fregò poi di Attila e anche Ataulfo rinunciò ad attaccarla mentre poi ci fu la celebre regina Teodolinda che per l’ennesima volta la ricostruì. Insomma la solita storia. Questa lettera del signor Serafino mi piace perché parla di un corpo coi suoi dolori, chiama la premier “La Maestra di Cucina che non sa in quale credenza prendere il sale”, poi c’è il viaggio per portare le famose mele o pere cotogne che non vuole nessuno, neppure il fruttivendolo, e a Serafino viene in mente di portarle in un convento di suore di clausura. E qui ogni cosa è sbarrata con antiche chiavi e lui un po’ si spaventa, pensando a quel “parassitismo che non serve alcuna causa”. Complimenti signor Serafino, posso dirle che lei ha scritto una gran bella lettera? Mi ha aperto il cuore verso ciò che non mi aspetto più.
Sul Venerdì del 7 marzo 2025