Marracash: “Perché non sarò mai in pace con questa società”
di Michele Serra«Il rap è il racconto delle persone che non erano destinate a prendere la parola. Bene, no? Ma se il riscatto è solo del singolo, è una magra consolazione, non porta da nessuna parte. Anche perché è molto difficile diventare figo e intelligente in una società di coglioni».
Caspita, questa è detta così bene che avrei voluto dirla io. Non essendo un rapper tosto, ma uno stagionato boomer, l’avrei detta meno diretta, meno rap: se il contesto è piatto e conformista, la vita peggiora anche per quelli che hanno qualcosa da dire. Nessuno si salva da solo…
Marracash ha fama di essere il più “politico” tra i rapper italiani di punta. Beh, lo è. Un paio d’ore di chiacchiere con lui aprono lo sguardo su un quarantacinquenne inquieto, intelligente, scontento dei tempi eppure curioso di tutto, solido nel suo successo ma carico delle stesse ansie e delle stesse domande che ogni persona in stato di veglia si porta addosso. Rapper fino al midollo, a partire dalla sua storia personale (cresciuto alla …
«Il rap è il racconto delle persone che non erano destinate a prendere la parola. Bene, no? Ma se il riscatto è solo del singolo, è una magra consolazione, non porta da nessuna parte. Anche perché è molto difficile diventare figo e intelligente in una società di coglioni».
Caspita, questa è detta così bene che avrei voluto dirla io. Non essendo un rapper tosto, ma uno stagionato boomer, l’avrei detta meno diretta, meno rap: se il contesto è piatto e conformista, la vita peggiora anche per quelli che hanno qualcosa da dire. Nessuno si salva da solo…
Marracash ha fama di essere il più “politico” tra i rapper italiani di punta. Beh, lo è. Un paio d’ore di chiacchiere con lui aprono lo sguardo su un quarantacinquenne inquieto, intelligente, scontento dei tempi eppure curioso di tutto, solido nel suo successo ma carico delle stesse ansie e delle stesse domande che ogni persona in stato di veglia si porta addosso. Rapper fino al midollo, a partire dalla sua storia personale (cresciuto alla Barona, cintura popolare di Milano, figlio di operai siciliani) e dal nome d’arte spavaldo, aggressivo: “marocchino” e però cash, contanti, una cosa tipo “scordatevi che io mi accontenti, che rimanga al posto che mi è stato assegnato in mezzo agli ultimi”.
Marracash è rapper perfino fisicamente: alto, prestante, poco sorridente (sulla scena), lo sguardo scuro, il volto decisamente arabo di molti siciliani doc. Uno che da ragazzino, con quel fisico e quella faccia dura, non deve avere avuto paura a girare per la strada. Eppure anche il canone del rap oramai gli sta stretto, è come se lo avesse sperimentato a fondo e nel suo ultimo disco, È finita la pace, un poco se lo strappa di dosso. Dopo averlo ascoltato, capisci che la pace è finita anche per lui, ammesso che possa mai essersi sentito in pace, uno così. Tutto può sembrare, Fabio Rizzo in arte Marracash, per brevità Marra, tranne uno che si accontenta, che sta fermo, che si basta.
«Vengo da un humus sociale basso, figlio di operai, sono cresciuto in un contesto di mediocrità – mi scuso per la parola. Anche essere figli di criminali, in quei caseggiati, era qualcosa, era meglio del nulla. Il nulla verghiano dal quale provengo, gli avi contadini e poi migranti. Io sono l’unico della mia stirpe che ha combinato qualcosa (sorride). Ho fatto l’Itis al Torricelli, quasi un carcere minorile (ride). Sono sempre stato ribelle, di fronte alla prospettiva di fare il magazziniere mi sarei impiccato. Alle superiori ero metallaro, ho sempre amato gli antieroi, leggevo, andavo al cinema, ero curioso di tutto. Non sono uno che accetta il mondo così com’è, e anche se adesso, con il successo, mi ritrovo in una zona di comfort, non ci sto comodo. Voglio essere rilevante, voglio uscire da quello che già conosco e dal pubblico che già mi conosce. Sento l’esigenza forte di far sentire la mia voce, di trovarla meglio, definirla meglio, inseguire un’identità, una personalità. Il problema della musica, in questo momento, mi sembra quello della cultura di massa in generale: tutto è algoritmico, come se il lavoro di un artista fosse solo cercare di azzeccare dov’è il pubblico e poi andare a cercarlo. Senza nemmeno provare a esprimersi in autonomia, in libertà. Conto sul fatto che molta gente non ne possa più della musica tutta uguale. Anche per questo il nuovo disco me lo canto tutto da solo, non va bene gonfiare i dischi con le collaborazioni, fai cantare tre rapper insieme così metti insieme tre fanpage – è un giochino troppo facile. Siamo arrivati a canzoni Frankenstein create da sette persone, ma non si può scrivere una poesia a quattordici mani – troppe voci nessuna voce. Io volevo che il mio disco fosse la mia voce. I miei ultimi tre album sono atipici, difficili, d’essai, eppure hanno avuto un grande successo commerciale. Mi sento uno d’essai che è riuscito a sfondare, e allora forse la gente non è così scema…».
Il tuo disco l’ho ascoltato tutto. Faccio fatica a seguire i testi, tutte quelle parole stipate dentro un battito incalzante. Devo leggerli, per capire meglio. Mi è sembrato un disco più “italiano” di quanto sia normalmente il rap italiano. C’è anche una campionatura di Ivan Graziani. Hai un rapporto naturale con i cantautori…
«Le campionature sono nella storia del rap. I primi rapper americani campionavano i dischi dei loro genitori, in genere soul e jazz. Per noi italiani dovrebbe essere un percorso naturale fare riferimento alla nostra storia musicale, non solo a quella degli altri».
Successo e soldi, è impossibile non parlarne. Capisco che nel rap l’ostentazione della ricchezza e del lusso sia una provocazione, una forma di ribellione di chi sta sotto. Ma alla fine, se diventa un codice fisso, non è un po’ stucchevole, prevedibile?
«Certe cose erano rivoluzionarie anni fa. Quando sono nate. Il nero del ghetto con il collanone sì che era rivoluzionario. E forse anche per Simba la Rue e Baby Gang, che vengono da realtà disastrate e sono cresciuti senza i genitori, un paio di Nike è un valore. Capisco e rispetto. Ma anche lì, a un certo punto c’è stato uno switch. Un salto impressionante. Ti faccio un esempio: c’è una specie di Gianluca Vacchi americano, Dan Bilzerian. Raccontava di avere fatto i soldi con il poker e invece era ricco di famiglia, figlio di un mercante d’armi. Tutto il suo Instagram era quella roba lì, ostentazione del lusso. Soldi e figa. I ragazzi del mio quartiere, qualche anno fa, uno così lo avrebbero mangiato vivo, come gli zombie di Romero. Oggi invece anche i ragazzi del mio quartiere vogliono quella roba lì. Vogliono essere così. È droga. E molto dell’hip hop di adesso è diventato cheerleader del consumismo».
C’è un tuo video di qualche anno fa, con Salmo e Coez, A volte esagero, nel quale metti insieme tutti i luoghi comuni dello sfarzo rap: i catenoni, gli ori, le fuoriserie, gli stravizi, il machismo ostentato. Mi sono chiesto quanti sono in grado di cogliere l’ironia, diciamo l’autosatira che quel video mette in scena.
«Mah, è una domanda che non ti devi fare. Perché se te la fai non sei più libero. Se ti chiedi che cosa penserà il pubblico, che cosa capirà il pubblico, non sei più un artista. Il successo e i soldi servono all’inizio, servono a tirarti fuori dal nulla: quando fanno la differenza tra non potere andare in vacanza e finalmente poterci andare. Da lì in poi serve tutt’altro. Servi tu. Serve capire chi sei e che cosa vuoi fare di bello. Io glielo darei il Rolex, ai ragazzini, e poi gli chiederei: ti ha cambiato la vita? Il problema è il modello di successo uguale per tutti, così uguale che nessuno si chiede più se esiste una strada personale, diversa da quella degli altri. Magari ti piace intagliare il legno e vivere in campagna, magari è lì che trovi la tua strada».
Marra, attento: stai parlando come un vecchio boomer. Dici le cose che penso pure io…
«Io l’ho vissuto, sono passato da non avere niente, e pensare di fare la stessa vita dei miei genitori, in una casa popolare, e poi avere i soldi che servono per essere liberi. Ma c’è un livello oltre il quale non sono più i soldi che fanno la differenza, sono altre le cose che cambiano la vita e che ti fanno diventare grande. Ti senti libero solo quando sai chi sei e cosa vuoi. Ti senti libero quando fai una cosa bella. E allora falla, una cosa bella! Inseguila, persevera in quello che ti piace, e guarda che non lo dico da guru. Lo dico da artista, e sulla base della mia esperienza. Se fai un disco interessante, e il disco dopo già cerchi la formula giusta, segui l’algoritmo, finisce che duri poco, in un attimo arriva uno più giovane di te, più bravo di te a fiutare l’aria, e tu sparisci».
È come se mancasse il tempo per pensare. Per riflettere e per uscire dal branco. E non è che questa gara di tutti contro tutti, e però tutti uguali a tutti, aiuti a stare bene, mi sembra.
«Non ho un amico che stia bene. Non uno. E anche io, non è che sia sempre in grande forma… La mia teoria è che l’ipercapitalismo, una società basata solo sui numeri, disumanizza. Altro che intelligenza artificiale, siamo noi che ragioniamo come gli algoritmi, non cerchiamo più noi stessi, cerchiamo che cosa può funzionare. E questa uniformità fa stare tutti male. Una delle canzoni del mio nuovo disco si chiama Gli sbandati hanno perso. Sbandati è parola desueta, parla a quelli della mia generazione, negli anni Novanta c’è stato l’ultimo barlume di romanticismo, si pensava che le cose potessero cambiare in meglio. I quarantenni sono a pezzi perché siamo stati gli ultimi ad avere dei sogni, e adesso ci sentiamo schiacciati dal mainstream, dall’omologazione: se sei diverso non ti resta che pigliare gli psicofarmaci. Iperproduttività, ipercompetizione a tutti i costi, nessuna ricerca di qualità. Un successo monetario che giustifica qualsiasi mezzo. Non so dirti esattamente quando, ma a un certo punto c’è stato davvero uno switch: tutti hanno cominciato a dire "intanto quello ha fatto i soldi", e non c’è stato più nient’altro da aggiungere. Quando ero piccolo io, questa roba non c’era».
Non c’erano nemmeno i social, quando eri piccolo…
«I social sono una specie di Orwell che non viene nemmeno dall’alto, è la gente che si giudica e si controlla a vicenda. I ragazzi sono terrorizzati, hanno paura di sbagliare. E poi c’è la verità personalizzata che ti dà l’algoritmo, quello che ti propone è quello che già sai o credi di sapere. Constatazione amara: anni fa si pensava che se la gente avesse avuto più tempo libero, gli orari ridotti, avremmo potuto dedicarci tutti quanti alle cose belle, all’arte e alla conoscenza… Ma no, il tempo libero è riversato in cazzate totali. Il gossip ha preso piede a livelli paurosi. Un sacco di gente è morbosamente legata a quella roba lì. E poi si è creato un meccanismo che premia i pazzi, nello specifico i megalomani, che trovano nei social la loro espressione e un seguito clamoroso. Guarda Elon Musk. E guarda Kanye West: quando faceva musica incredibile non era così famoso, poi ha cominciato a sparare cazzate sui social ed è diventato Kanye West. Sono un poco spaventato. Ignoranza e paura: è un mix terribile, pericoloso».
E quelli che stanno socialmente sotto, che stanno malino, non odiano più i ricchi, odiano i più poveri di loro…
«Questa è la grande responsabilità della sinistra…».
Mi sono stufato di sentirlo dire…
«Ma è così. In un mondo dove il capitalismo non ha solo vinto, ha proprio stravinto, come fai a parlare solo dei diritti delle minoranze? Io vengo dalle case popolari, c’erano transessuali e immigrati ma si conviveva, perché alla fine l’unica cosa che contava, che accomunava tutti, era tirare a campare, era avere da mangiare. È vero che ci sono le discriminazioni, è vero che ci sono le minoranze, ma la differenza di classe è di gran lunga la più clamorosa. Non c’è paragone. Puoi essere arabo, puoi essere donna, ma se sei ricco sei a posto. O si riparte da questa cosa qui, o la sinistra non esiste più».
Riusciamo a dire una cosa allegra?
«(ride) Ho sempre paura di sembrare pesante, mi dicono in tanti che il disco è difficile. Ma il disco non è difficile nella sua forma, semmai è difficile perché la gente non vuole sentirsi dire queste cose. È disabituata alla verità. Vive in una fiction continua e vuole crederci disperatamente. La realtà è percepita come: che due balle!».
Qualcosa che fa sperare?
«Parlando di musica, sono contento che a Sanremo sia saltata fuori un poco di identità artistica, un poco di verità. Olly è un ragazzo che si scrive le canzoni da solo, Lucio Corsi è Lucio Corsi, e sono arrivati primo e secondo. La speranza è che la musica fatta in serie cominci a stancare, che si aprano degli spazi differenti. E poi, se mi guardo in giro, trovo molto interessanti i giovanissimi. Mi sento in sintonia con quelli più grandi di me e con quelli molto più giovani di me. In loro vedo un rifiuto. Cercano un senso, cercano qualcosa, si preoccupano dell’ambiente, si chiedono come funzionano le cose. Non sono ancora sconfitti. Mi sembra che i più sconfitti siano i trentenni».
Non c’è niente di più urbano del rap. Il contesto è quello e solo quello, la città, i suoi quartieri, la sua periferia. La natura, nel rap, non esiste...
«Non vivo benissimo la fama, sono rimasto un ex metallaro, ho cominciato con il rap quando non funzionava. Non ho cominciato a fare musica per entrare nel jet set. Non vado alle feste e vivo quasi intrappolato, non faccio selfie se posso evitarlo. I miei amici sono quasi tutti compagni delle superiori, gente normale. Sono la mia àncora. Mi tengono attaccato alla realtà (Ha detto in una recente intervista: “Mi sono disintossicato dai sonniferi stando con i miei amici, ricostruendo un rapporto con la vita quotidiana”)».
La politica?
«Quella, per il momento, mi sembra proprio scomparsa. È l’aspetto della mia musica che arriva di meno, che viene colto di meno. Interessa l’introspezione, parlare di se stessi. Quello arriva. La politica proprio no».
Ma se non c’è più la politica, come si possono aiutare gli altri?
Marracash esita un attimo. Poi mi risponde con un’altra domanda:
«Dando l’esempio?».