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Kate Winslet è la fotografa di guerra Lee Miller: “Per i miei colleghi maschi lei non valeva nulla”

Lee Miller (1907-1977) e, a destra, Kate Winslet che la interpreta nel film Lee Miller, in sala dal 13 marzo distribuito da Vertice 360 (Prismatic Pictures / Bridgeman Images / Kimberley French / Sky UK Ltd) 
La storia della grande fotoreporter americana, che ha raccontato gli orrori della guerra, diventa ora un film (al cinema dal 13 marzo) interpretato dall’attrice premio Oscar. «Mi ci sono voluti anni». Intervista
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«Ero bravissima a bere, a fare sesso e a scattare fotografie. E ho fatto tutte e tre le cose il più a lungo possibile». Firmato Lee Miller. Il premio Oscar Kate Winslet è ora la protagonista (e produttrice) di Lee Miller, il film che racconta la vicenda umana della fotografa e corrispondente di guerra americana, autrice di immagini storiche del XX secolo. Elizabeth Miller (1907-1977), modella e collaboratrice assidua di Man Ray, da cui imparò a fotografare e con cui ebbe una lunga relazione, durante la Seconda guerra mondiale diventò corrispondente per British Vogue.

Poiché donna, le era vietato l’accesso alle zone di combattimento, ma lei seguì comunque le truppe americane in Francia e in Germania, documentando le atrocità del regime nazista e la liberazione di Dachau. «Ha dovuto aggirare e trasgredire le restrizioni imposte dal protocollo e dalla società», ci spiega oggi la regista esordiente Ellen Kuras, che in veste di direttrice della fotografia aveva già lavorato con Winslet pe…

«Ero bravissima a bere, a fare sesso e a scattare fotografie. E ho fatto tutte e tre le cose il più a lungo possibile». Firmato Lee Miller. Il premio Oscar Kate Winslet è ora la protagonista (e produttrice) di Lee Miller, il film che racconta la vicenda umana della fotografa e corrispondente di guerra americana, autrice di immagini storiche del XX secolo. Elizabeth Miller (1907-1977), modella e collaboratrice assidua di Man Ray, da cui imparò a fotografare e con cui ebbe una lunga relazione, durante la Seconda guerra mondiale diventò corrispondente per British Vogue.

Poiché donna, le era vietato l’accesso alle zone di combattimento, ma lei seguì comunque le truppe americane in Francia e in Germania, documentando le atrocità del regime nazista e la liberazione di Dachau. «Ha dovuto aggirare e trasgredire le restrizioni imposte dal protocollo e dalla società», ci spiega oggi la regista esordiente Ellen Kuras, che in veste di direttrice della fotografia aveva già lavorato con Winslet per Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry. «È stato superando questi ostacoli sessisti che ha fornito una prospettiva più intima e politica della guerra, il lavoro delle donne al fronte, i feriti negli ospedali, vittime e sopravvissuti dell’Olocausto».

Dopo il conflitto, continuò a documentarne le conseguenze nell’Europa dell’Est, lottando nel frattempo con l’alcolismo, il disturbo da stress post-traumatico e i danni di una violenza sessuale subìta in giovane età. Il film, che arriva nelle sale italiane il 13 marzo, è ispirato al libro Le molte vite di Lee Miller scritto dal figlio Antony Penrose. Nel cast anche Marion Cotillard (Solange D’Ayen di Vogue France), Andrea Riseborough (Audrey Withers di British Vogue), Alexander Skarsgård (il marito, l’artista e poeta Roland Penrose) e Andy Samberg (il fotoreporter americano David Scherman).

L’idea di raccontare la storia di Lee Miller, era nei progetti di Kate Winslet già da dieci anni: «Volevo che la gente scoprisse la vera Lee, non l’ex amante e musa di Man Ray, un ruolo decisamente riduttivo e sessista», spiega l’attrice. «Il suo lavoro era ed è importante, anche perché 80 anni fa ha ridefinito il significato di femminilità e di ciò che significa per noi oggi: resilienza, compassione, determinazione, unione, empatia e forza. Non era una giovane emergente che cercava il successo, ma una donna di mezza età che aveva già vissuto una vita spettacolare. Quando ha scelto di andare al fronte ne conosceva i rischi, ma lo ha fatto perché sentiva il bisogno di essere gli occhi delle vittime».

Cosa la rendeva speciale?
«Ciò che la distingue come fotografa è la scelta dei soggetti. Non fotografava soldati, esplosioni e/o carneficine. Voleva ritrarre le donne, i bambini e le vittime senza voce che vivevano gli stessi orrori. La sua Rolleiflex non aveva il mirino per posizionarsi, era una macchina fotografica che stava tra il cuore e lo stomaco. E questo le ha permesso di osservare gli sguardi delle persone, di avvicinarsi a quello che stavano provando in quel momento. Lee non scattava foto, entrava spiritualmente nell’immagine. Ed è questo che differenzia il suo lavoro da quello di molti altri fotografi del suo tempo».

Come ha lavorato con il figlio?
«Ho avuto le prime conversazioni con Antony nel 2015. Quando mi ha detto di aver scoperto la vera storia di sua madre soltanto con la sua morte, nel 1977, sono rimasta allibita. Eppure solo allora è stato in grado di ricostruire non solo la sua vera identità, ma anche di capire il motivo del rapporto difficile che avevano. Non sapeva niente dell’abuso subìto da bambina. Sua madre aveva condiviso il suo dolore solo con Audrey Withers, fashion editor di British Vogue. Nella soffitta di casa, Anthony scoprì 60 mila negativi, erano tutti i lavori di Lee, tutto quello che lei aveva scattato e scritto durante la guerra. A quel punto ha creato i Lee Miller Archives, che conservano negativi, macchine fotografiche, diari e abiti, tutte cose che sono poi diventate miei riferimenti per studiare il personaggio».

È stato difficile trovare un equilibrio tra i momenti più leggeri e quelli più intensi della vita di Miller?
«Sì, da una parte c’era il suo coraggio e dall’altra la paura che provava. Il fatto che qualcuno sia coraggioso non vuol dire che non se la stia facendo sotto (ride). Per lei era altrettanto importante mostrare la sua capacità di essere compassionevole, umana e affettuosa. Era una grande sostenitrice del lavoro e della creatività delle altre donne. E, soprattutto, non odiava gli uomini, era una femminista che credeva nella parità dei diritti. Io volevo fare un film che ridefinisse la sua vera personalità, molto conflittuale. Volevo sbarazzarmi delle etichette, soprattutto di quelle stupide e riduttive come ex cover girl e musa. Sentivo il bisogno di far conoscere meglio il suo talento, senza tutto il gossip della sua vita sentimentale, mostrare al mondo una donna con un innato talento nel vedere l’anima delle persone che la circondavano».

Com’è stata la sua esperienza da produttrice?
«Durissima, nessuno mi ha regalato niente. Mi sono scontrata con persone – scusate: uomini – che non capivano il film, perché alla fine è la storia di una donna non più sexy, che ha avuto successo nella vita, in vari campi. Un potenziale finanziatore mi disse: “Ma perché dovrebbe piacermi questa donna?”. Un altro voleva che facessi prima un suo film, e mi disse: “Se fai questo per me, ti aiuto a finanziare il tuo “filmino” su Lee Miller. Li ho mandati entrambi a farsi fottere. Non volevo lavorare con persone che Lee non avrebbe approvato. È stata trattata come un oggetto quando era modella. A me è successo dopo Titanic: prima ero su un piedistallo e poi sono stata fatta a pezzi dai media. Ma se mi identifico con Lee è perché sono determinata come lei. Per noi donne è più difficile produrre e dirigere i nostri film, ma dobbiamo continuare a lottare per la parità di genere, prima o poi ci riusciremo».

Perché crede che la storia di Lee Miller sia ancora attuale?
«Perché ha contribuito a farci vedere le atrocità della guerra dietro le quinte, ispirando le nuove generazioni. Un’indagine condotta nel 2019 su 545 fotoreporter donne di 71 Paesi ha evidenziato che le donne affrontano molti più ostacoli rispetto ai colleghi maschi, e che sono ancora soggette a discriminazioni sessuali, anche se – è stato provato – sono più empatiche e riescono ad avvicinarsi meglio ai soggetti vulnerabili rispetto agli uomini. Lee, in realtà, si chiamava Elizabeth, ma scelse un nome neutro temendo che l’accredito stampa in prima linea non sarebbe stato approvato a una donna. La Nppa, National press photographers association, dice che i pregiudizi di genere continuano a ostacolare le fotografe donne, considerate più deboli e meno abili, perché alla fine lasceranno la professione per sposarsi o crescere un figlio. Come diceva Lee: “Ci sono diversi tipi di ferite, e non tutte sono visibili”».

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