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Ho adottato una gufetta. E ora lei torna sempre a trovarmi

La gufetta Alfie, che Il biologo Carl Safina ha accolto nel 2018 
Il biologo americano Carl Safina ha accolto in casa Alfie quando aveva pochi giorni, l’ha cresciuta e rimessa in natura. Ora lei, la notte, torna spesso a trovarlo
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«Il mio migliore amico è un rapace notturno». Se questa frase ci spiazza, se non avremmo mai pensato di sentirla, è perché ancora non sappiamo tutto del biologo americano Carl Safina, saggista bestseller in tutto il mondo con i suoi libri sul nostro rapporto con gli animali – tra i più recenti pubblicati in Italia, Il viaggio della tartaruga (Adelphi). Per Safina, ricercatore presso la Stony Brook University di New York, studiare e comprendere gli animali significa contrastare quella visione (tutta occidentale) della natura come qualcosa di separato dall’uomo, che è anche alla radice di problemi come la perdita di biodiversità e distruzione ambientale. Nel saggio Alfie e io (Adelphi), Safina racconta tutto quello che gli ha insegnato sulle affinità – e le possibilità di dialogo e di amicizia – tra specie diverse l’assiolo Alfie, che vive da anni nei dintorni di casa sua.

Safina, chi è Alfie e come è entrata nella sua vita?

«Nell’estate del 2018 un amico mi portò un batuffolo di piume …

«Il mio migliore amico è un rapace notturno». Se questa frase ci spiazza, se non avremmo mai pensato di sentirla, è perché ancora non sappiamo tutto del biologo americano Carl Safina, saggista bestseller in tutto il mondo con i suoi libri sul nostro rapporto con gli animali – tra i più recenti pubblicati in Italia, Il viaggio della tartaruga (Adelphi). Per Safina, ricercatore presso la Stony Brook University di New York, studiare e comprendere gli animali significa contrastare quella visione (tutta occidentale) della natura come qualcosa di separato dall’uomo, che è anche alla radice di problemi come la perdita di biodiversità e distruzione ambientale. Nel saggio Alfie e io (Adelphi), Safina racconta tutto quello che gli ha insegnato sulle affinità – e le possibilità di dialogo e di amicizia – tra specie diverse l’assiolo Alfie, che vive da anni nei dintorni di casa sua.

Safina, chi è Alfie e come è entrata nella sua vita?

«Nell’estate del 2018 un amico mi portò un batuffolo di piume sporco e arruffato, trovato per terra e in fin di vita. Tremava e stava nel palmo di una mano. Lo lavai, lo curai e lo aiutai a ristabilirsi. Era una femmina di 7-10 giorni di assiolo americano orientale (Megascops asio), e scelsi per lei il nome Alfie giocando sull’assonanza con owl (gufo). Pensavamo che in un mesetto se ne sarebbe volata via, ma – forse per lo shock subìto con l’abbandono – le piume delle sue ali non crescevano nel modo giusto: bisognava aspettare la prossima muta.

Ci sarebbero voluti mesi, così abbiamo deciso di ospitarla in casa fino a quando non fosse in grado di volare e cacciare in autonomia. Ma quando venne il momento di separarci, lei, dopo una settimana passata chissà dove, tornò da noi – era ben nutrita e quindi capace di cacciare – e si stabilì su un albero nel nostro cortile: aveva deciso di fidarsi di noi».

E oggi Alfie dov’è?

«Vive ancora da queste parti. La vediamo quasi ogni notte nel nostro cortile. Nel frattempo ha avuto due compagni e ha cresciuto 15 cuccioli. Quando sento il suo verso di notte, esco e la chiamo: lei mi vola vicino e abbassa il volume del suo verso, come per farmi capire che ha preso atto della mia presenza. Se mi avvicino e vede che non ho cibo nella mano, si lascia fare un grattino, emette un verso più rilassato, chiude gli occhi e si appoggia alla mia mano. Si fida di me».

Quando si è reso conto che Alfie era un individuo, con una sua personalità?

«Quando io e mia moglie Patricia abbiamo capito che ci riconosceva: trattava in modo diverso noi due e le persone che le erano estranee. Si fidava totalmente dei nostri due cani, mentre quando vedeva un cane sconosciuto si spaventava. Così iniziammo a capire che questo piccolo gufo ha notevoli capacità relazionali. Ad esempio le piaceva il contatto fisico, come un grattino dietro la testa, proprio come i nostri cani. Spesso, anche se non aveva fame, veniva comunque a stare vicino a noi. Quando nella sua prima stagione di vita libera trovò un corteggiatore, che chiamammo Plus-One, per diverse settimane non si fidava di lui: non lo lasciava avvicinare molto e spesso non accettava il cibo che le portava in dono. Ma a poco a poco fu più fiduciosa e divennero una coppia. Anche le personalità dei due compagni di Alfie erano molto diverse: Plus-One ci lasciava guardare ciò che faceva purché rimanessimo a circa 10 metri di distanza. Non era addomesticato, ma se proprio non gli eravamo vicini ci ignorava. Invece il secondo compagno era molto più timido, non voleva avere niente a che fare con noi, volava soprattutto di notte. E quando sono nati i suoi piccoli è diventato aggressivo: un paio di volte mi ha sorpreso da dietro e mi ha colpito in testa».

Per capire meglio quest’amicizia: come vi vede Alfie? Lei che idea si è fatto?

«Conosco studiosi del comportamento animale che direbbero: “Essendo cresciuta con voi, probabilmente Alfie si vedeva come un essere umano, oppure pensava che tu fossi un gufo gigante”. Ma non credo proprio. Alfie sapeva che ero una fonte di cibo e che ero una presenza inoffensiva, ma non mostrava confusione tra gufi e umani: quando ha avuto a che fare con un vero assiolo, Plus-One, si è subito comportata in modo del tutto normale. E ha cresciuto in modo perfetto i suoi piccoli. So che mi riconosce. Anche adesso, se esco nel cortile di notte, se la chiamo, quasi sempre entro cinque secondi lei arriva sull’albero proprio sopra la mia testa».

Quali comportamenti di Alfie le hanno rivelato la sua intelligenza?

«Diversi etologi ritengono che predatori perfetti per le loro capacità fisiche, come i gufi, siano così specializzati da non aver bisogno di grande intelligenza e duttilità comportamentale. Lo pensavo anch’io, ma Alfie mi ha fatto cambiare idea. Studiandola per parecchie ore al giorno – durante la pandemia non c’era molto altro da fare – l’ho vista adattarsi in modo mirabile a cose per lei innaturali. Ad esempio quando era molto piccola e si muoveva liberamente per casa, a volte volava al piano di sopra per cercare mia moglie. Questo non è il riflesso di una macchina perfetta, ma il comportamento di un individuo che ricorda e pianifica. Un altro esempio: abbiamo iniziato a darle da mangiare in una stanza particolare, e lei entrava in quella stanza prima che arrivassimo noi con il cibo: andava lì per aspettare, pensando (probabilmente) “Ho fame, andrò dove di solito portano il cibo”. Il fatto è che raramente vedi predatori così specializzati che finiscono in situazioni nuove per loro. Ma se succede, e se arrivi a conoscerli come individui, allora puoi notare come ho fatto io una sorprendente flessibilità».

Quando un animale diventa nostro amico, è naturale la tendenza ad antropomorfizzare i suoi comportamenti. Come resiste un uomo di scienza, quale è lei, a questa tentazione?

«Io cerco soltanto di essere un buon osservatore. Se proietti qualità umane su un non umano, allora è antropomorfizzazione. Ma se vedi qualità umane in un non umano allora questa è solamente osservazione. Ad esempio quando Alfie è con i piccoli nel nido non si può dire “Sono sicuro che Alfie spera che sopravvivano tutti”, perché non c’è modo di saperlo, forse si prende solo cura di loro per istinto e null’altro. Ma quando vedi che in mia presenza è rilassata e gonfia le piume – una postura molto diversa da quando è allarmata o a disagio: in quel caso si raddrizza, snellisce e cerca di sembrare un ramo – allora pensare “qui con me è a suo agio” è solo osservazione. Se prendo le chiavi della mia macchina e i miei cani si alzano e iniziano a saltellare, posso dire che sanno che cosa significa il mio gesto e vogliono venire a fare un giro: questo non è antropomorfizzare, è capirli».

Sul Venerdì del 7 marzo 2025

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