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Il sindaco di Gaza: ecco come la ricostruiremo

Yahya Sarraj, 62 anni, nell’edificio del Comune distrutto. Sarraj è stato eletto sindaco dalle famiglie più importanti di Gaza nel 2019. È un ingegnere. foto di Mahmoud Abu Hamda per il Venerdì 

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In questi mesi, mentre dal cielo pioveva di tutto, insieme ad altri tecnici Yahya Sarraj ha messo a punto un piano per la sua città. L’hanno chiamato Gaza Phoenix: «Perché non si viene cancellati solo dalle bombe». English version
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RAMALLAH – Parlare con Yahya Sarraj è complicato. Non è tanto la linea, che va e viene: è tutto il resto. «Fuori? In che senso fuori?», mi chiede quando gli domando cosa vede, dalla sua finestra, cosa c’è fuori: perché non c’è più nessuna finestra, non c’è più un dentro, un fuori, nessun punto cardinale. Del 19 gennaio, giorno del cessate il fuoco con Israele, mi dice solo: «Siamo passati dalla sopravvivenza all’emergenza».

Dal 2019, Sarraj fa il mestiere meno ambito al mondo. Fa il sindaco di Gaza. La finestra del suo ufficio è un muro bombardato e abbattuto.«A un tratto, firmano la tregua e ti dicono: “Su, è finita. Andate. Tornate a casa”. Come se fosse facile. Le strade vanno prima riaperte. E vanno riaperte con criterio. In una certa sequenza. Altrimenti, non arrivi da nessuna parte», mi dice mentre lo vedo lavorare su una mappa, con addosso il gilet fosforescente dei tecnici di cantiere, che enumera i punti su cui intervenire. Le strade sono sotto 50 milioni di tonnellate di mac…

RAMALLAH – Parlare con Yahya Sarraj è complicato. Non è tanto la linea, che va e viene: è tutto il resto. «Fuori? In che senso fuori?», mi chiede quando gli domando cosa vede, dalla sua finestra, cosa c’è fuori: perché non c’è più nessuna finestra, non c’è più un dentro, un fuori, nessun punto cardinale. Del 19 gennaio, giorno del cessate il fuoco con Israele, mi dice solo: «Siamo passati dalla sopravvivenza all’emergenza».

Dal 2019, Sarraj fa il mestiere meno ambito al mondo. Fa il sindaco di Gaza. La finestra del suo ufficio è un muro bombardato e abbattuto.«A un tratto, firmano la tregua e ti dicono: “Su, è finita. Andate. Tornate a casa”. Come se fosse facile. Le strade vanno prima riaperte. E vanno riaperte con criterio. In una certa sequenza. Altrimenti, non arrivi da nessuna parte», mi dice mentre lo vedo lavorare su una mappa, con addosso il gilet fosforescente dei tecnici di cantiere, che enumera i punti su cui intervenire. Le strade sono sotto 50 milioni di tonnellate di macerie. Oltre una a metro quadro. Il problema non è solo riaprirle, dice: il problema è trovarle. In mezzo, oltre 7 mila tonnellate di ordigni inesplosi. E resti di corpi. Pietre che sembrano pietre e sono ossa. Una tibia, una mandibola, un dito. E un’aria fitta di polvere, amianto e diossina. Morte che verrà.Ci parliamo via WhatsApp, io dalla Cisgiordania, lui da Gaza, sfollato come tutti, nella sedicesima casa, forse diciassettesima, ha perso il conto, sfinito, la pioggia che continua ad abbattersi e allaga quello che ancora non è stato allagato dalle acque reflue. Della sua casa, di tutto quello che aveva, non gli è rimasto che un coccio di ceramica.

Quindi sta tra le sue mappe, tra i suoi operai, h24, anche h25. Perché mentre il mondo discute di come ricostruire Gaza – un business da 53 miliardi di dollari – o, magari, di come trasferirla altrove, a Gaza, in realtà, la ricostruzione è già iniziata. Di più: in questi mesi, insieme a specialisti e specialiste, non solo palestinesi, ma europei, arabi, americani, Sarraj – che è un ingegnere, ha studiato in Inghilterra, a Bradford, Phd in Infrastrutture – ha redatto un Piano per la ricostruzione, discusso e approvato all’unanimità da tutte e 25 le municipalità della Striscia. Si chiama The Gaza Phoenix, la Gaza Fenice.

Ci arriveremo. Prima, però, Sarraj ci tiene a dire che la ricostruzione in realtà non è mai finita: «Un po’ perché era ancora in corso quella del 2014, ma soprattutto perché in guerra è vero che c’è un prima e un dopo, sì, ma c’è anche un durante. In cui la vita non è normale, ma non è sospesa. E si va avanti». Con quello che c’è. Materiali di recupero, materiali di scarto. Rottami. L’essenziale, dice, è che funzioni. «Quando l’Idf (l’esercito israeliano, ndr) ha ordinato a tutto il Nord di spostarsi a Sud, a Rafah, e poi da Rafah a Rafah Sud, da Rafah Sud a Rafah Est, a Rafah Ovest, e di nuovo dal Sud al Nord, di qui, di lì, non è che c’era l’Onu a smontare e rimontare tutto, c’erano gli ingegneri, gli elettricisti, gli idraulici di Gaza. In televisione e sui giornali ci vedete nel fango a bollire riso su un fuoco improvvisato. Ma il wi-fi con cui ricevete la foto del fango, da dove viene secondo voi?».

La questione Hamas

Quanti di noi avrebbero detto che Gaza ha un sindaco?Il problema è che storie così sono un campo minato. A cominciare dai telefoni, che sono tutti intercettati. Per una parola sbagliata, si viene arrestati o uccisi. Perché a uno come Yahya Sarraj – che comunque è un uomo stravolto, che ancora non ha avuto un momento per riflettere e rielaborare – è ovvio che vorresti domandare di tutto. Non tanto dei tunnel di Hamas, perché i tunnel servivano anche per la benzina, per le medicine, erano un effetto del blocco delle frontiere. Ma, per esempio, perché nessuno ha mai pensato ai tunnel anche come bunker per i civili, come a Kiev? E poi c’è Gaza City, che non è semplicemente un’altra città sul mappamondo, un posto da 900 mila abitanti, un altro Paese: è un altro mondo. Che significa fare il sindaco a Gaza? Quanta libertà ha? Quanto potere?

Nel dicembre 2023 il New York Times chiese a Sarraj di scrivere un editoriale per raccontare la situazione a Gaza, e il giornale – che comunque non ha rimosso l’articolo – fu sommerso dalle critiche: “Avete dato voce al sindaco di Hamas!”. Ma le cose sono più complesse di così. A Gaza, se fai il sindaco, certo non sei, non puoi essere contro Hamas. E se formalmente a nominarlo è il ministero dell’Interno, quindi il governo, quindi Hamas, in realtà – dagli accordi di Oslo – il sindaco è scelto dalle famiglie notabili e originarie di quella che era la Old City, e il vice sindaco dalle famiglie dei 200 mila rifugiati arrivati nel 1948, con la fondazione dello Stato di Istraele e la Nakbah.E le bollette della Municipalità: chi paga? Hamas? No. Noi. Le tasse comunali, l’Onu. E l’Unione europea. Con 1,36 miliardi di euro nell’ultimo triennio, più extra vari, la Ue è la maggiore finanziatrice dell’Autorità nazionale palestinese. Che, nonostante la frattura del 2007 tra Fatah e Hamas, a Gaza c’è ancora: la frattura riguarda il governo, non le municipalità, responsabili dell’amministrazione sotto un profilo tecnico, non politico. Dei 25 sindaci della Striscia, alcuni sono di Fatah. E in Cisgiordania alcuni sono di Hamas. Non tutto quello che sta a Gaza è Hamas-led. Molto, è Gaza-led. E nient’altro.

La Gaza Fenice

Il Piano, dunque, che non è “il piano di Hamas”. Gaza Phoenix è un piano per Gaza ma soprattutto di Gaza. «L’obiettivo è ricostruire la città, sì. Ma intesa come comunità. Ripristinare non solo la vita, ma lo stile di vita di Gaza, con una ricostruzione che sia anche sociale e culturale», dice il sindaco. «Perché alla fine, una città non è i suoi edifici: è quello che ci sta dentro». Sfida titanica, per un’area che già prima del 7 ottobre non aveva più acqua potabile, solo salata, acqua di mare. E su cui adesso, 47 mila morti e 13 mila dispersi dopo, sono state rovesciate migliaia di bombe. «Sento dire che nel giro di tre anni sarà tutto ok. Ma non è vero. Secondo l’Onu, il 70 per cento dei fabbricati è irrecuperabile. Con le attuali restrizioni, e cioè con le ispezioni alla frontiera sul cemento, e su tutto quello che ha un potenziale uso militare, per la ricostruzione saranno necessari 80 anni. Senza, tra quindici sarebbero pronte le case – ma solo le case. Quanti, intanto, andranno via?».

Perché il rischio è questo, e indipendentemente dai progetti di Donald Trump. «È per questo che il nostro Piano si basa su interventi graduali, per certi versi anche minimi, ma immediati, a cerchi concentrici e, soprattutto, sul riciclo delle macerie. Per consentire ai palestinesi di restare dove sono».Gaza Phoenix ridisegna Gaza, che si era sviluppata alla rinfusa, come una vera 15-minutes city – una città in cui hai tutto a non più di 15 minuti di distanza. Riorganizzando la Striscia in tre fasce. Una sul mare, una centrale ad alta densità edilizia, e una interna per l’agricoltura e l’energia solare. Più una fascia trasversale, quel Wadi Gaza che in questa guerra ha separato il Nord dal Sud, e che diventa una cerniera, non solo fisica ma sociale: un’area verde. «In realtà il nostro non è un piano, è un framework», precisa Sarraj. Uno schema. Da integrare, cioè, con progetti più specifici. Delinea il come, più che il cosa. Principi, metodi, strumenti. «Non può essere un’alternativa al ruolo internazionale. Ma non vogliamo neppure essere mera manodopera: non si viene cancellati solo dai bombardamenti».

Anche nei momenti più duri, anche mentre veniva giù tutto, la priorità è stata una. L’archivio. Il catasto. L’anagrafe. I registri delle imprese. Proteggerli. Altrimenti, dice il sindaco, a guerra conclusa, chi è proprietario di cosa? Chi stava dove? Serraj ha l’aria segnata, usurata dalla fame, dal freddo, dal sangue, da tutti quelli che gli sono morti davanti, accanto, addosso, e ora, dall’assedio di tutti quelli che non hanno più nulla, né altro riferimento: solo il sindaco. Eppure, il difficile non è questo, dice: «Difficile è contare», avere voce. Anche perché gli esperti, i tecnici che stanno dietro Gaza Phoenix, non sono né Hamas né Fatah, non hanno santi in Paradiso – tanto che si raccomandano di lasciarli anonimi: per sicurezza. Sono l’altra Gaza.

Allerta guerra

«Il 7 ottobre ero all’estero. E come tutti, all’inizio, non ho capito. Ho pensato che fosse come sempre, quei due-tre giorni di razzi e poi bombardamenti che qui sono frequenti. Ho attivato i protocolli di crisi», un po’ come l’allerta meteo, che a Gaza è allerta guerra. Ma poi, ho capito, dice. O forse non ho capito ancora adesso.

«Perché mai avrei immaginato una cosa così». Né l’attacco, né il contrattacco. «Anni e anni di impegno: svaniti. Soprattutto il lungomare, che avevamo riqualificato e reso di nuovo l’anima di Gaza. Era di tutti, avevi i chioschi popolari e gli chef più sofisticati, i circoli sportivi, mille iniziative culturali. Era tutto lì. Il cinema, la letteratura, la musica. Giorno e notte. L’avevo voluto così tanto perché qui hai bambini che non hanno mai visto altro, vissuto altro, non sono stati che a Gaza. Ti dicono: ho undici anni e tre guerre. Volevo che non avessero intorno solo muri e fili spinati. Che di quattro lati, uno fosse un orizzonte».In fuga dai bombardamenti, è proprio lì, sulla spiaggia, che si sono accampati i trentenni del tech. Perché a Gaza non ha investito solo l’Iran, ma anche Google. E gli sviluppatori di software oggi sono il 4 per cento del Pil della Striscia – giusto un filo sotto la media europea. Nonostante il 2G. «Non si sono mai fermati» dice il sindaco «perché puoi demolire tutto, ma non il cloud».Ora, dice, mi guardo intorno e non so. Il problema non sono le macerie. È l’incertezza. Guardo, e non so più cosa vedo.

Gaza Phoenix colpisce. Il lungomare sembra Barcellona. Ma poi gli edifici hanno l’ingresso arretrato, come a Baghdad, per attutire l’impatto delle esplosioni, e porticati per le schegge. Gli ospedali e le scuole hanno interrati, scale in cemento rinforzato, perché più che le scale contano i sottoscala – per ripararsi dai crolli. E le strade: non sono dritte, per troncare la visuale a chi spara. È un piano per un dopoguerra, che però nessuno si illude sarà di pace. La politica, qui, condiziona anche la tecnica.E, a polvere sedimentata, a ferite cicatrizzate, a luci spente, chissà Yahya Sarraj cosa dirà a se stesso di questi anni: se concentrarsi sul lungomare, sull’amministrazione, sulla Gaza di sopra, lasciando ad altri tutto il resto, la Gaza di sotto, sia stata la scelta giusta. O anche solo la meno sbagliata. Sognava Harvard, per i bambini: e sono finiti a bere acqua di pozzanghera.Tra i morti, c’è anche suo figlio Rushdi. Uno dei giornalisti più noti della Striscia.A Sarraj non è rimasto che quel coccio di ceramica. Alle sue spalle, dal muro che manca, tra dei rottami, in controluce, un uomo sfiancato, e sagome indistinte. «A volte, sì, vorrei, ma non andrò via», dice. «Ma poi penso che se siamo qui, voglio dire, se siamo in mezzo a tutto questo, è proprio perché siamo già andati via una volta».

Sul Venerdì del 14 marzo 2025

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