Viaggio a Monfalcone, capitale dell’immigrazione
dal nostro inviato Riccardo StaglianòAlle dieci di mattina in classe ci sono quattordici bengalesi, velate ma sorridenti, e un uomo. Lezione di italiano nell'elegante circolo culturale Ilcarsoincorso. L'insegnante, il medico in pensione Anna Troilo, spiega il significato della parola “sindacato” e poi di “datore di lavoro”. «In pratica Fincantieri», dice, come sinonimo chiarificatore. Ovvero l’azienda che qui ha il suo principale cantiere navale, tra i più grandi d’Europa. Quasi ottomila operai, di cui sei su dieci stranieri, più di un terzo del Bangladesh. Per dirla semplice: senza di loro le magnifiche navi da crociera vendute in tutto il mondo non si potrebbero fare. A meno di ripensare in radice il capitalismo che, da quarant’anni, prospera sui lavoratori globalizzati low cost. Il che è sempre possibile, ma ci vorrebbe una rivoluzione. Quindi, più realisticamente, senza bengalesi niente Fincantieri. Senza Fincantieri niente Monfalcone. «È una banalità che tutti ripetono» si spazientisce da Washington D.C., dove è inv…
Alle dieci di mattina in classe ci sono quattordici bengalesi, velate ma sorridenti, e un uomo. Lezione di italiano nell'elegante circolo culturale Ilcarsoincorso. L'insegnante, il medico in pensione Anna Troilo, spiega il significato della parola “sindacato” e poi di “datore di lavoro”. «In pratica Fincantieri», dice, come sinonimo chiarificatore. Ovvero l’azienda che qui ha il suo principale cantiere navale, tra i più grandi d’Europa. Quasi ottomila operai, di cui sei su dieci stranieri, più di un terzo del Bangladesh. Per dirla semplice: senza di loro le magnifiche navi da crociera vendute in tutto il mondo non si potrebbero fare. A meno di ripensare in radice il capitalismo che, da quarant’anni, prospera sui lavoratori globalizzati low cost. Il che è sempre possibile, ma ci vorrebbe una rivoluzione. Quindi, più realisticamente, senza bengalesi niente Fincantieri. Senza Fincantieri niente Monfalcone. «È una banalità che tutti ripetono» si spazientisce da Washington D.C., dove è invitata alla manifestazione dei patrioti di ultradestra, quella col simpatico Bannon che saluta come nel Terzo Reich, l’ex sindaca Anna Maria Cisint. «Non c’è solo il cantiere. E non è vero che non ci fossero alternative ad assumere i migranti. Perché nel 2005, quando è iniziata quella che chiamo “delocalizzazione al contrario”, manodopera italiana ce n’era eccome». Sul passato ha probabilmente ragione, ma sta di fatto che ora non ce n’è più e l'azienda si è dovuta inventare una specie di tournée nelle scuole al termine della quale ha racimolato giusto cinquanta giovani disposti a mettersi alla prova tra laminazioni e saldature.In Ora basta, il libro-manifesto con prefazione di Matteo Salvini, la neo-eurodeputata Cisint mette in guardia dall’«islamizzazione», dalla «sostituzione etnica», giacché «gli islamici non si vogliono integrare». Lo dice sulla base di otto anni alla guida della cittadina che racconta come distopica anteprima di Italia meticcia. Osservando queste gagliardissime pensionate della benemerita Associazione Monfalcone Interetnica che insegnano i verbi irregolari a centocinquanta avide studentesse e a un centinaio di studenti, potrebbe in realtà legittimamente ambire al titolo di “città ignifuga”. Per quanto la giunta, col coro della stampa di destra, da tempo soffi a pieni polmoni sui piccoli focolai che di volta in volta appicca – dalla rimozione delle panchine ai divieti di preghiera fino a quelli di giocare a cricket – l’incendio non è mai divampato. Non ancora, almeno.
Con la maglia della Nazionale
Breve storia industriale della Danzica del Triveneto. Nel 1907 i Cosulich vi fondano il Cantiere navale triestino che fa navi da guerra. Dagli anni 30 si chiamerà Cantieri Riuniti dell’Adriatico e, da metà 60, Italcantieri (Iri). Nel 1984 diventa Fincantieri che, posseduta per tre quarti da Cassa Depositi e Prestiti, si converte alle “navi bianche”, da crociera. Costruite a Panzano, il quartiere dove i Cosulich edificano impeccabili casette per gli operai con giardinetto e bagno all’interno, lusso che all'epoca scarseggiava anche in centro. A decantarne le meraviglie è Roberto Covaz, per venti e passa anni corrispondente del Piccolo nonché fondatore del locale Festival Geografie. Suo padre, come tanti, era un cantierino. Il figlio ricorda le manifestazioni quando c'era da protestare – ma soprattutto l’orgoglio operaio. Fino a quando, inizi del 2000, si scopre che i cantieri sono pieni di amianto e i lavoratori ne muoiono. La fabbrica navale, da grande madre, diventa matrigna. Le giunte di centrosinistra, che governano da decenni, non lo capiscono. Nel 2015, con l’avallo della Regione (Serracchiani, che però nega) e di Palazzo Chigi (Renzi), l’allora sindaca Pd Silvia Altran accetta un forfait di 140 mila euro per uscire dal processo, rinunciando a chiedere un risarcimento nel caso in cui l’azienda fosse stata ritenuta colpevole. La cittadinanza la prende malissimo.Se c’è una che lo capisce è Cisint, già funzionaria comunale a Gorizia, volitiva figlia di operai che, a tutt’oggi, mette al primo posto del suo curriculum il vivere a cento metri dall’ingresso di Fincantieri. Sulla memoria tradita va all’attacco e vince. La prima volta (2016) al ballottaggio. La seconda (2022) con un 72 per cento che tra i leghisti raggiunge solo il veneto Zaia. Prima del salto a Bruxelles dell’anno scorso, da dove tira ancora i fili del municipio in cui ha mantenuto l’ufficio con la targhetta “sindaco” sebbene quel ruolo sia formalmente dell'ex carabiniere Antonio Garritani. Covaz, che mi porta a spasso per la città, ricorda con emozione la finale degli Europei di calcio nel 2021, in piazza della Repubblica: «Una distesa di ragazzini bengalesi con la maglia della Nazionale vittoriosa che cantavano l’inno a squarciagola. Più integrazione di così!»
Né panchine né preghiere
Tante persone festanti ma neanche una panchina. Tutte rimosse – seguendo le orme dello “sceriffo” Gentilini da Treviso!, altro leghista che finiva spesso sui giornali – dall’allora neosindaca per ripristinare il decoro. Ovvero far smammare i migranti che erano soliti sedercisi. Accusa che Cisint nega: «Macché, le panchine erano bruttissime. E anche piazza Unità a Trieste non ce le ha…».La depanchinizzazione, funzionale o simbolica che fosse, è stata solo l’inizio. Il vero contenzioso ha riguardato i luoghi di preghiera. Di moschee con minareto in Italia ce ne sono solo quattro, e non a Monfalcone. Che invece ha due centri culturali dove in centinaia pregavano quotidianamente da decenni. Uno di questi, grazie a 350 mila euro faticosamente raccolti dalla comunità bengalese, aveva rilevato un supermercato dismesso nel parcheggio nel quale pregare più comodi. Per cinque anni nessuno ha avuto da ridire. Ma nel 2023 Cisint obietta che il piano regolatore non consente di trasformare un luogo commerciale in uno di culto. E vieta la preghiera adducendo preoccupazioni di «ordine pubblico» e generiche paure di «radicalizzazione». I musulmani fanno ricorso al Tar che, un anno esatto fa, dà loro ragione. La decisione dell’appello al Consiglio di Stato è attesa a giorni. Rejaul Haq, titolare del Money Transfer che i bengalesi usano per mandare i soldi a casa, nonché anima del centro Baitus Salat, non vuole esporsi prima della sentenza. Si limita a ribadire che quando avevano comprato il locale era chiaro a tutti cosa ci avrebbero fatto. Confessa anche di aver addirittura votato Cisint sulla promessa di «risolvere la faccenda».
A poche decine di metri dal suo negozio, nella centrale via Duca d’Aosta, c’è Bangla Flavour, una tavola calda assai popolare. Il titolare è il trentaquattrenne Riadul Amin, arrivato quando ne aveva undici e attivo in Integriamoci, un’associazione di giovani bengalesi. Trova del tutto normale che i tanti anziani del posto fatichino a metabolizzare un cambiamento demografico così vistoso avvenuto in pochi anni. Se il mercoledì di mercato vai nella solita piazza della Repubblica, la stragrande maggioranza delle clienti che sfidano la bora gelata hanno l’hijab, il velo che lascia scoperto il volto. Hamin fa notare un paradosso: «Ancora nel 2015, prima della giunta di destra che ha promesso che avrebbe bloccato gli arrivi, eravamo il 13 per cento e ora quasi il 30. Ma siamo tutti regolari e venuti per un unico motivo: il lavoro. Che, nove volte su dieci, significa Fincantieri. Paghiamo gli affitti, le tasse: dove sta il problema?». Già. Perché quando Cisint se la prende nel libro col «buonismo verso gli arrivi senza controllo dei clandestini» evidentemente non si può riferire alla sua città, dove sono tutti regolari, ma le fa comodo confondere i piani. Hamin ha due figlie nate qui che vanno a scuola e poi, spera, all’università. Una madre che non ha mai portato il niqab, il lugubre velo che lascia scoperti solo gli occhi, e una moglie che non usa nemmeno il più leggero hijab (ammette però che avrebbe da ridire, «come uno del vostro Sud», su abiti troppo succinti). «Il problema della nostra comunità» conclude «è che siamo troppo buoni. Qualsiasi altra, di fronte alle continue provocazioni, avrebbe già reagito. Ma quanta cattiveria ci vuole per multare chi gioca a cricket?».Niente bagno in mareGià, il divieto di cricket. Ha fatto il giro del mondo, dal liberale Economist (col sottotitolo Un caso di xenofobia politicamente opportunistica) al Financial Times che in un reportage titolava sulle “tensioni che montano intorno ai lavoratori migranti”. Ma cos’era successo? Che dal 2017 è stato proibito ai ragazzi di giocare al loro sport tradizionale nei parchi pubblici per motivi di sicurezza. Con i vigili che multavano i trasgressori. La domanda è: perché? Sforzandomi, dal momento che la criminalità a Monfalcone è bassa (3,6 reati ogni 100 abitanti, sotto la media nazionale di 3,8) e sostanzialmente stabile (sui 1.100 reati negli ultimi dieci anni), posso arrivare a capire che si temano gli imam. Ma i ragazzini che fanno sport, peraltro uno sport notoriamente incentrato sul fair play che non hanno gli ultras canaglia del calcio, proprio no. Giro l’obiezione a Cisint, che non ci sta: «Nessuno ha proibito il cricket! Io ho messo dei paletti su qualsiasi sport non giocato in luoghi adatti. Dopo che una pallina da cricket, che può raggiungere i 150 chilometri orari, ha spaccato vetri di auto e di verande. Nel vicino comune di Staranzano si può giocare a cricket in spazi adeguati che a Monfalcone non ci sono. Scriva questo: se a un bambino arriva in testa una pallina da cricket, quello muore! È chiaro?». C’è, nella retorica muscolare di questa donna che – con efficace espressione americana non accetta un no come risposta – un singolare pattern. Vieta il bagno in mare alle donne musulmane per il decoro, ma rivendica di farlo anche per femminismo. Per loro. Il suo «cuore di mamma» sanguina per le bambine bengalesi zitte e sottomesse a scuola. Ma poi, sostenendo che nelle classi «su 25 alunni 23 sono stranieri», vuole spalmarle sui comuni vicini, rendendo loro la vita ancora più difficile. Se la prende col «lavoro sottopagato», dimenticandosi di dire che il grosso dei subappaltatori che lo impongono sono italiani. Anche se Fuori dal coro di Rete 4, canale che l’ha adottata come paladina della resistenza patriottica, propone in tv un servizio dove un anonimo denuncerebbe un “pizzo islamico” per cui alcuni bengalesi restituirebbero cash parte dei salari a caporali connazionali. Senz’altro friulani sono invece i proprietari immobiliari che «tra il 2022 e il 2023 hanno venduto 200 case e affittato 1.500 appartamenti agli stranieri» come mi spiega il bengalese Sani Bhuyan, consigliere comunale d’opposizione (la cui moglie studia all’università e non si vela), quindi più che di invasione si tratta di volontarissima vendita. Ovvero lo stesso schema di Prato coi cinesi, 350 chilometri più a Nord.Scuola e niqabL’ultima occasione per finire sui media nazionali è stata l’identificazione forzata di alcune ragazze che si ostinano a portare il niqab al Pertini, un istituto tecnico per il turismo. La preside ha saggiamente escogitato una soluzione intermedia: identifica le quattro giovani massimaliste e poi le fa entrare. Carla De Favari ci insegna tedesco e ricorda che simili casi, sporadici, ci sono da almeno tre anni, «come se dopo il confinamento del Covid queste ragazze avessero bisogno di una specie di protezione psicologica contro l’esterno». Un recente servizio delle Iene le fa parlare e racconta che i genitori erano contrari che mettessero il velo (al netto del passaggio preoccupante quando, alla domanda se sceglierà in totale autonomia lo sposo, la ragazza un po’ tentenna). La prof conferma e dice che il problema non va tamponato localmente ma dev’essere risolto una volta per tutte dal ministro dell’Istruzione che dovrà spiegare la laicità alle autorità islamiche. Ma dice anche un’altra cosa: «Le nostre primarie, per sopravvivere, hanno bisogno dei bambini stranieri».
Chiedo un commento a Diego Moretti, candidato sindaco Pd alle elezioni del 13-14 aprile: «Il tema del niqab a scuola è stato sollevato anche da noi, certo. Ma quello che Cisint ha sempre fatto è stato di radicalizzare lo scontro per capitalizzare il consenso. Mentre questa città va soprattutto pacificata. Vuole problemi veri? Siamo il comune con reddito pro capite più basso della provincia. Non ci sono abbastanza abitazioni. Mancano lavoratori specializzati. Mentre la giunta raddoppia, da un anno a due, i termini per il ricongiungimento familiare, che è la vera assicurazione contro un’immigrazione problematica! Ogni ragionamento deve partire da un dato di realtà. Ovvero: metà degli 800 bambini che nascono ogni anno sono stranieri».Alla fine la dissonanza cognitiva è sempre la solita. “Volevamo braccia, sono arrivati uomini” come disse Max Frisch sulla Svizzera presa in contropiede dall’immigrazione (italiana) negli anni 70. Sui circa 30 mila abitanti di Monfalcone oggi quasi un terzo è straniero, probabilmente la percentuale più alta d’Italia. Gli imprenditori avevano bisogno delle loro braccia, i politici di uomini da additare come colpevoli dei mali del Paese.
Per vedere questa contraddizione in azione c’è da entrare in Fincantieri. Anzi, la si coglie ancor prima di varcare l’ingresso, davanti all’infinita distesa “cinese” di biciclette piuttosto male in arnese, impeccabilmente parcheggiate negli stalli davanti all’ingresso della fabbrica. Intanto in cantiere…Cristiano Bazzarra, direttore del cantiere, mi accompagna. Stupefacenti sono le dimensioni: una città nella città. C’è il pre-allestimento, dove un robot salda gli enormi pannelli e gli umani assemblano grandi Lego metallici per le condutture. Poi il pre-montaggio in bacino. Quindi l’allestimento in banchina, ovvero in acqua, dove gli specialisti italiani ancora spadroneggiano. «È un’enorme fatica trovare manodopera qualificata» esordisce. La spiega così la sproporzione tra i «1.600 assunti, di cui metà amministrativi, e i 7.000 indiretti». Ma perché non li assumono tutti, visto che hanno ordini fino al 2036 e quattro delle prossime navi valgono da sole 9 miliardi di euro? «Perché il tipo di lavorazione non lo consente. Ci sono fasi più e meno intense. Con picchi, come i tre mesi prima del varo, in cui serve molta più manodopera». Alessandro Perrone, sindacalista Usb, non se la beve: «Noi chiediamo un solo contratto per gente che fa lo stesso lavoro. Punto. Mentre gli indiretti non hanno neanche l’armadietto dove cambiarsi né l’accesso alla mensa. E prendono sui 1.200-1.300, con punte di 1.800 per gli specializzati, contro i 1.500 medi degli assunti». Bazzarra obietta che gli specializzati superano anche 2.000 euro, accesso a luoghi dove mangiare e armadietti ora ce li hanno tutti, ma resta il mistero di così tanta gente in tuta e casco per strada. L’unica cosa su cui il manager e il sindacalista concordano è che senza immigrati il cantiere si fermerebbe. Covaz, il giornalista figlio di cantierini, continua a dire che i problemi di Monfalcone non vengono dagli stranieri ma dall’azienda che, in nome del profitto, ha liquidato l’aristocrazia operaia puntando sul proletariato asiatico. Di sicuro, in questa storia, mi sembra ci siano solo due cose.
La prima è che la torrenziale Cisint – in teoria il candidato sindaco è l’assessore alla Cultura Luca Fasan, ma nessuno dubita su chi continuerà a portare i pantaloni in municipio – rivincerà alle prossime amministrative. Almeno fino a quando gli immigrati aventi diritto al voto saranno meno di mille, come oggi. La seconda è che un’azienda, sostanzialmente pubblica, che solo nell’ultimo anno ha guadagnato in Borsa il 112 per cento, possa fare meglio di così quanto a trattamento dei lavoratori. Certo, ciò significherebbe margini leggermente più bassi per gli azionisti. Ma dignità e integrazione per quella maggioranza di immigrati che manda avanti la baracca non rientra nella tanto invocata “responsabilità sociale” con cui le imprese si fanno belle una volta all’anno? Perché questa è gente che lavora sodo tutti i giorni. Tra pochi diritti e tanti schiaffi dalla giunta magari, prima o poi, si stanca.