Ansia da palcoscenico: un corso per batterla
di Giuliano AluffiÈ l’esame universitario più importante dell’anno. Vi sedete, con la bocca secca, e alzate lo sguardo verso i professori, mentre dietro di voi gli altri esaminandi osservano trepidanti. «Per cominciare ci dica cos’è l’anatocismo bancario». «Lei mi chiede cos’è l’anatocismo. È presto detto…» esordite, e già solo con questa prima frasetta state vincendo la vostra battaglia contro quell’emozione convulsa che rischiava di bloccarvi: l’ansia da performance. Si tratta di un problema molto diffuso: la paura di parlare in pubblico affligge il 64 per cento degli studenti universitari e il 17 per cento dei docenti (soprattutto gli esordienti). E può diventare un flagello per chi ha una professione dove il giudizio del pubblico è pressante e inappellabile: l’80 per cento dei musicisti ha provato almeno una volta questa sensazione, e uno su tre ne soffre in forma cronica. «È molto più frequente tra chi suona musica classica, perché deve confrontarsi con una precedente letteratura musicale fatta di…
È l’esame universitario più importante dell’anno. Vi sedete, con la bocca secca, e alzate lo sguardo verso i professori, mentre dietro di voi gli altri esaminandi osservano trepidanti. «Per cominciare ci dica cos’è l’anatocismo bancario». «Lei mi chiede cos’è l’anatocismo. È presto detto…» esordite, e già solo con questa prima frasetta state vincendo la vostra battaglia contro quell’emozione convulsa che rischiava di bloccarvi: l’ansia da performance. Si tratta di un problema molto diffuso: la paura di parlare in pubblico affligge il 64 per cento degli studenti universitari e il 17 per cento dei docenti (soprattutto gli esordienti). E può diventare un flagello per chi ha una professione dove il giudizio del pubblico è pressante e inappellabile: l’80 per cento dei musicisti ha provato almeno una volta questa sensazione, e uno su tre ne soffre in forma cronica. «È molto più frequente tra chi suona musica classica, perché deve confrontarsi con una precedente letteratura musicale fatta di esecuzioni perfette e canonizzate, che hanno reso il pubblico estremamente esigente: c’è molta più tolleranza per le esecuzioni imperfette dei musicisti di musica leggera», spiega la pianista e performing coach Gloria Campaner, organizzatrice presso il Conservatorio di Modena di un nuovo percorso terapeutico (la “Palestra delle emozioni”, finanziato dal bando Pro-Ben del Miur) aperto non solo ad artisti e musicisti ma a chiunque voglia imparare a gestire, appunto, l’ansia da performance.«Ho ricevuto molte richieste anche da parte di insegnanti: per loro salire sul palco equivale ad entrare in aula, e la performance è una lezione di una o due ore da tenere di fronte a una classe di scalmanati. Ma tanti altri hanno a che fare con una platea: vale per i chirurghi, per i colloqui di lavoro o le riunioni aziendali». Il blocco in tutti questi casi agisce sia attraverso il corpo che la mente: i sintomi sono sia emotivi – panico, vergogna, impulso a fuggire – che fisici: tachicardia, pressione che s’impenna, sensazione che manchi il respiro, tremore, bocca secca e sudore.
Ping pong di messaggi
«Quando si manifesta l’ansia da performance, l’amigdala – ovvero il “centro della paura” del nostro cervello – prende il sopravvento sulle parti più razionali, come la corteccia prefrontale», dice lo psicoterapeuta e musicista Daniele Rinero, che terrà dei workshop nel progetto modenese. Uno studio pubblicato pochi mesi fa da neurologi della Northwestern University fa luce sul meccanismo: il nostro cranio è attraversato da un continuo ping-pong di messaggi tra una parte dell’amigdala (il nucleo mediale) e le aree cerebrali preposte alle relazioni sociali. Ed è così che si formano pensieri intrusivi come «Penseranno che sto dicendo sciocchezze? Come mi giudicano? Sto facendo una brutta figura?». «Quello che dobbiamo fare in questi casi non è cercare di scacciare l’ansia – è impossibile, è un processo fisiologico che accompagna da sempre l’Homo sapiens – ma cercare di gestirla. Non dobbiamo considerare l’ansia in sé come un problema, ma solo come un “postino” che ci porta un messaggio. E il messaggio è che c’è qualcosa nell’ambiente in cui siamo che ci mette a disagio. A volte può trattarsi anche di condizioni puramente esterne, come la temperatura della stanza in cui dobbiamo esibirci: sono tutti dettagli che il nostro sistema nervoso autonomo raccoglie, influenzandoci». E siccome la parte più emozionale del cervello ha una connessione diretta con i muscoli, per gestire l’ansia da performance, non appena si manifesta è importante usare il corpo: «In risposta alle sensazioni corporee che mi spingono a muovermi per fuggire, se io mi radico a terra e concentro l’attenzione sui piedi, il mio sistema nervoso autonomo riceverà dalle gambe il segnale “sicurezza, sicurezza, sicurezza” e lo trasmetterà al cervello», spiega sempre Rinero.
Scegliere un passe-partout
Una volta ristabilito il controllo del corpo, si possono riprendere anche le redini del cervello: «È cruciale prepararsi stabilendo una frase passepartout che può vincere la paura di iniziare, sbloccare e aiutare a trasformare i pensieri negativi in positivi. È un sistema che si usa molto con le persone balbuzienti: per molti di loro già solo il semplice atto di parlare a qualcuno può ingenerare ansia da performance, perché ci si sente giudicati», aggiunge la logopedista Maria Elena Levoni, coinvolta nel progetto di Campaner per il conservatorio di Modena. «Se si è a un esame universitario e si è molto tesi, si può iniziare a rispondere ripetendo la domanda: è vero che in quei pochi secondi non si sta rispondendo davvero, però è come mandare a noi stessi un messaggio che dice “Sto rispondendo, sono preparato, non sto facendo scena muta” e questo ci rasserena». Una soluzione ancora più generale – secondo uno studio dell’Harvard Business School che ha esaminato esibizioni al karaoke, discorsi in pubblico e test di matematica – è dare una diversa valutazione, più positiva, della sensazione che si prova. Se ci diciamo “Non sono nervoso, sono solo eccitato per questa prova che devo superare”, possiamo ottenere risultati migliori.
Anche la tecnologia può venire in soccorso: diversi studi in questi ultimi anni suggeriscono che esporsi – tramite realtà virtuale – a una platea può aiutare i musicisti ad attenuare i sintomi dell’ansia da performance. Un effetto ancora maggiore si può avere quando la platea è composta da persone in carne ed ossa, che magari soffrono lo stesso problema e quindi sono particolarmente indulgenti e comprensive: una delle strategie del progetto di Campaner è infatti centrata su prove ed esibizioni musicali in gruppo.«L’opposto dell’ansia da performance non è la serenità, ma è la connessione con gli altri», riprende Rinero. «Quando devo affrontare una prova, sono troppo concentrato sull’io. Connettermi emotivamente e cognitivamente con gli altri mi permette di affrancarmi».Il rischio dell’eccesso di “io” è più forte per chi deve superare prove che non prevedono la presenza di antagonisti: quando Sinner affronta Alcaraz, la perdita di un punto non è certo un dramma, visto il valore dell’avversario. Molto più insidioso, perché più legato alla responsabilità personale, è un errore commesso da un solista in teatro. «Mi esibivo in concerti fin da ragazza, e avendo diversi amici nel mondo dell’atletica mi resi subito conto che le pressioni che affrontiamo sono simili», conclude Campaner. «Ma mentre gli atleti di livello sono supportati da mental coach, i musicisti sono lasciati da soli». Oggi, però, non più.
Sul Venerdì del 14 marzo 2025