Si pensava, si era detto, che l'intelligenza artificiale avrebbe ridotto le disuguaglianze tra i lavoratori. È una speranza che si accende spesso al cospetto delle rivoluzioni tecnologiche. Successe anche col web, che, si diceva, avrebbe fatto fuori gli intermediari democratizzando le professioni. Mentre ha contribuito non poco, trasformando "dollari analogici in centesimi digitali" (chiedete a musicisti, fotografi, giornalisti, etc) all'impoverimento del ceto medio. Ma dicevamo dell'IA. Offrendo superpoteri ai lavoratori meno qualificati, prometteva il rassicurante storytelling, avrebbe rinvigorito i loro salari riducendo il fossato con quelli di chi ha molte competenze. Studi recenti ne dubitano. Se sei un controllore di volo, la tecnologia processa i dati ma ti lascia la decisione finale, il che giustifica che la tua paga resti buona. Se invece sei un cassiere di supermercato le casse automatiche ti rimpiazzano proprio, facendo scendere i salari. Molti mestieri subiranno la stessa dinamica. Amit Zavery di ServiceNow, un'azienda di software aziendale, stima che oltre l'85 per cento dell'assistenza clienti avverrà senza intervento umano. L'effetto finale sulle retribuzioni sarà quindi al ribasso. Nello studio legale A&O Shearman l'IA svolge già molto lavoro dei tirocinanti. Il software può analizzare i contratti, compararli con altri simili e suggerire modifiche in meno di 30 secondi. I dipendenti più bravi sono quelli che hanno saputo sfruttare meglio questo superpotere. Aidan Toner-Rodgers del Mit ha appurato che l'IA utilizzata dai ricercatori più bravi ha raddoppiato la loro produttività nello scoprire nuovi materiali mentre non ha avuto impatti misurabili per quelli che si collocano nel terzo più in basso. Morale: se eravate molto bravi, diventerete bravissimi. E anche il vostro stipendio sarà superlativo.
Chi perde e chi guadagna con l'IA
di Riccardo Staglianò