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Daniel Craig: “A 007 ho dato tutto ciò che potevo. In Queer di Guadagnino mi sono sentito protetto”

Daniel Craig, 57 anni, a sinistra, con Luca Guadagnino, 53, durante la lavorazione di Queer. La storia è ambientata negli anni 50 tra Messico e Sudamerica (Yannis Drakoulidis) 

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Daniel Craig lascia 007 per l’alter ego di William S. Burroughs nel nuovo film di Luca Guadagnino, tra sesso, droga e Beat Generation: «Da 25 anni volevamo lavorare insieme». Intervista
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Daniel Craig non ha dubbi: «Questo è l’apice della mia carriera». Ma chi pensa si stia riferendo alla saga di James Bond è in errore. Sta parlando invece di Queer, in sala il 17 aprile dopo la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia. Craig, insieme al regista Luca Guadagnino e al coprotagonista Drew Starkey, in questo incontro fanno un viaggio tra i ricordi di un’esperienza umana e lavorativa «indimenticabile», parole loro. L’adattamento del romanzo incompiuto di William S. Burroughs, ambientato in Messico e Sudamerica negli anni Cinquanta ma girato a Cinecittà, è un percorso sentimentale tra due uomini che cercano strade diverse nella vita. In Italia fu pubblicato inizialmente con il titolo Diverso, poi Checca. William Lee (Craig) è un uomo di mezza età in cerca di avventure ma anche di una certa solidità emotiva mentre Eugene Allerton (Starkey) è un giovane che si lascia in qualche modo sedurre dal desiderio ma soprattutto dalla prospettiva di stabilità economica.

Come descr…

Daniel Craig non ha dubbi: «Questo è l’apice della mia carriera». Ma chi pensa si stia riferendo alla saga di James Bond è in errore. Sta parlando invece di Queer, in sala il 17 aprile dopo la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia. Craig, insieme al regista Luca Guadagnino e al coprotagonista Drew Starkey, in questo incontro fanno un viaggio tra i ricordi di un’esperienza umana e lavorativa «indimenticabile», parole loro. L’adattamento del romanzo incompiuto di William S. Burroughs, ambientato in Messico e Sudamerica negli anni Cinquanta ma girato a Cinecittà, è un percorso sentimentale tra due uomini che cercano strade diverse nella vita. In Italia fu pubblicato inizialmente con il titolo Diverso, poi Checca. William Lee (Craig) è un uomo di mezza età in cerca di avventure ma anche di una certa solidità emotiva mentre Eugene Allerton (Starkey) è un giovane che si lascia in qualche modo sedurre dal desiderio ma soprattutto dalla prospettiva di stabilità economica.

Come descrivereste la storia?
Luca Guadagnino:
«Come il desiderio di amore e contatto umano tra due persone, amplificato dalla bellezza di una terra magnifica».
Daniel Craig: «Per me è stata una scoperta incredibile perché dell’autore conoscevo solo La scimmia sulla schiena e ne sono rimasto rapito».
Drew Starkey: «Quest’immersione nella Beat Generation in cui Luca mi ha accompagnato nel nostro primo incontro mi ha totalmente stregato».

Qual è stata la genesi del progetto?
Guadagnino:
«A 20 anni ho preso la decisione di adattare il libro, ricostruendo il mondo dell’autore mescolandone la realtà e i suoi voli fantastici. Infatti ho parlato con il suo più grande allievo, Oliver Harris, che mi ha detto ad esempio che i ristoranti descritti come locali di Città del Messico in realtà sono quelli che Burroughs aveva visitato da ventenne in Austria. E così anch’io ho girato nella mia città natale, Palermo, i giardini botanici di Quito».

Dopo due film negli Stati Uniti (Bones and all e Challengers) torna in Italia. Che effetto le fa?
Guadagnino:
«Di sicuro è un vantaggio essere cullato dalla tenerezza emotiva di trovarsi a casa e girare nel mio Paese, negli studi dove Federico Fellini e William Wyler, due giganti, hanno lavorato. Non ho potuto usare lo studio 5 di Cinecittà perché era occupato da colleghi, ma può succedere di tutto e incrociare ad esempio il mio buon amico Ralph (Fiennes, ndr) in abito talare che sta girando un altro progetto (Conclave, ndr). Forse nel dirlo c’è un certo livello di megalomania, ma è stato divertente. Il film ha un respiro universale con un cast e una troupe proveniente da tutto il mondo che arricchisce il risultato. Confrontare i punti di vista, portare la specificità della comunità cinematografica italiana in un contesto così variegato è stato un motivo d’orgoglio per me che non ho mai in mente un tipo solo di persone o nazionalità. In questo caso eravamo inglesi, americani, tailandesi, argentini...».

A proposito di grandi produzioni, Craig, com’è stato passare da 007 a una pellicola intima come questa?
Craig:
«La decisione di chiudere l’esperienza con James Bond è arrivata molto prima di Queer. Ho dato al personaggio tutto quello che potevo, ho ricevuto un’opportunità incredibile e soddisfacente e sono contento che sia terminata in modo molto naturale, il prossimo capitolo sarà un nuovo inizio. E poi sono 25 anni che spero di lavorare con Luca, da quando l’ho incontrato a un party e ci ho parlato! Di solito riguardo i miei lavori e penso che avrei potuto fare meglio con un altro ciak, ma Guadagnino ci ha messo la sua magia e ne sono orgoglioso così com’è».
Guadagnino: «Sul set si è creata un’atmosfera giocosa, si è aperto davanti a noi un ventaglio di opportunità splendide ed emotive, che hanno reso questi due fragili personaggi capaci di realizzare cose emotivamente profonde e complicate, ma non è stata una sfida, piuttosto parlerei di opportunità e di ambizioni nel completare il vuoto di un romanzo non terminato, grazie al lavoro dello sceneggiatore Justin Kuritzkes. Gli ho dato il libro mentre giravamo Challengers, ancora lo ricordo, era il maggio del 2022 e lo stesso giorno abbiamo iniziato a parlarne».

Guadagnino, com’è stato lavorare con Daniel Craig?
Guadagnino:
«Daniel, se posso dirla tutta, è come scolpito nella celluloide, in modo raro che ho capito fin da quando l’ho visto sullo schermo in Love is the Devil (nel film del 1988 interpretava George Dyer, modello e amante di Francis Bacon, ndr). Solo chi ha questa iconicità narcisistica può reggere il silenzio sullo schermo, che – come dice lui – non è assenza di parole, ma profondità di significato».
Craig: «Nella scena in cui Lee prende l’eroina c’è infatti un lunghissimo momento in cui rimbomba quasi questo immenso silenzio, che in realtà è un suono enorme perché non si parla ma non vuol dire che la mente sia vuota dai pensieri».
Starkey: «Anche il mio Allerton parla poco, non pronuncia grandi dialoghi eppure c’è grande profondità in quello che fa, nei momenti che trascorre con Lee, quando vorrebbe dire delle cose e non può. I loro sentimenti sono quasi circospetti e limitati e ho cercato di rappresentare il non detto, il desiderio di parlare e il non poterlo fare».
Craig: «Permettetemi di capovolgere la domanda e raccontare cosa si prova a lavorare con Luca, un regista raro che sa quello che vuole ma ci tiene ad ascoltare opinioni differenti, vuole fare meglio, creare più meraviglia e questa è la vera sfida stimolante sul suo set. Ti fa sentire al sicuro, in una posizione protetta e intima. Quello che ricordo è l’eccitazione di quei momenti, il turbinio di emozioni, l’energia travolgente di quel periodo, la collaborazione che richiede poche direttive e fa sentire ciascuno al posto giusto».

Come vi siete preparati per i ruoli?
Craig:
«Io mi butto nei ruoli e li farei tutti, interpreterei qualsiasi persona per capirla, scoprirla e in qualche modo afferrarne l’essenza. In questo caso ho fatto tonnellate di ricerche, parlato con molti esperti e incontrato persone splendide. A un certo punto però devi reagire a chi hai di fronte, lasciar sedimentare quello che hai imparato e lasciarti andare».
Starkey: «Avere quattro mesi per prepararsi è un lusso, soprattutto per uno come me che ha sempre l’ansia di trovare il tono giusto per un personaggio, le sfumature del mondo a cui appartiene. In questo caso ho perso peso e sono stato consapevole dal principio che Allerton è raccontato attraverso gli occhi di Lee e degli altri, quindi come se fosse modellato dall’esterno».

È stato importante il contesto storico del romanzo?
Guadagnino:
«Fondamentale, direi. Con Burroughs ho scoperto la Beat Generation da adolescente, ho avuto il mio “battesimo”, se così si può dire, in un contesto culturale audace, coraggioso e sfrontato con scrittori come Jack Kerouac, Peter Orlovsky e Allen Ginsberg. Tutti loro giocavano con le parole in uno stile del tutto nuovo di letteratura. L’idea di una generazione che dopo la Seconda guerra mondiale in qualche modo si ribellasse ai valori morali imperanti era provocatoria e mi intrigava. Per me voleva dire avere uno spirito capace di arrendersi alle emozioni più primitive, senza che fossero cristallizzate nel tempo come una storia in costume, ma qualcosa in costante movimento».

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