Dovete risolvere problemi? Chiedete a topi e galline
di Martina SaporitiQuando una formica Cataglyphis cursor sprofonda nel terreno e non riesce a tirarsi su, le compagne la circondano e iniziano a smuovere sabbia e pietruzze per aiutarla. I ratti non sono da meno in quanto a salvataggi: si prodigano per liberare compagni chiusi in gabbia. Verrebbe da pensare che “sentono” la sofferenza dei “prigionieri” e accorrono in loro soccorso, ma la verità è che ci sono spiegazioni più semplici. Per esempio, potrebbero rispondere a segnali di stress emessi dai compagni in difficoltà. A formiche e ratti “empatici” Giorgio Vallortigara, docente di Neuroscienze e Cognizione animale all’Università di Trento, dedica un capitolo del suo ultimo libro A spasso con il cane Luna (Adelphi). Una raccolta di brevi saggi sul funzionamento del cervello animale, che Vallortigara conosce bene avendoci scritto sopra libri e centinaia di articoli scientifici.
Quando una formica Cataglyphis cursor sprofonda nel terreno e non riesce a tirarsi su, le compagne la circondano e iniziano a smuovere sabbia e pietruzze per aiutarla. I ratti non sono da meno in quanto a salvataggi: si prodigano per liberare compagni chiusi in gabbia. Verrebbe da pensare che “sentono” la sofferenza dei “prigionieri” e accorrono in loro soccorso, ma la verità è che ci sono spiegazioni più semplici. Per esempio, potrebbero rispondere a segnali di stress emessi dai compagni in difficoltà. A formiche e ratti “empatici” Giorgio Vallortigara, docente di Neuroscienze e Cognizione animale all’Università di Trento, dedica un capitolo del suo ultimo libro A spasso con il cane Luna (Adelphi). Una raccolta di brevi saggi sul funzionamento del cervello animale, che Vallortigara conosce bene avendoci scritto sopra libri e centinaia di articoli scientifici.
Quello di Luna – così si chiamava l’husky dei suoi genitori – come in molte altre specie è simmetrico d’aspetto ma non nelle funzioni: la parte destra, per esempio, elabora gli stimoli nuovi e la sinistra quelli familiari. Ecco perché quando un cane odora qualcosa che non conosce usa soprattutto la narice destra mentre se l’odore è familiare la sinistra.Parlando di cervello non si può non parlare di intelligenza, che è un adattamento ecologico e non un metro di paragone rispetto a noi. «L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi: si può essere intelligentissimi a risolverne alcuni e del tutto incapaci con altri, dipende da qual è stata la nostra traiettoria evolutiva come specie. Insomma, l’intelligenza non è una monarchia ma una federazione di repubbliche largamente indipendenti».
Pesci battono scimpanzé
Per esempio, in test in cui bisogna massimizzare una ricompensa scegliendo tra due opzioni, i pesci labro pulitori (Labroides dimidiatus) se la cavano meglio dei nostri “cugini” scimpanzé (Pan troglodytes).
Non sono più intelligenti, ma per “mestiere” puliscono altri pesci dai parassiti (fanno circa duemila sessioni di pulizia giornaliere!) e hanno imparato a gestire i “clienti” in modo da massimizzare l’utile. Il paradosso è che esistono pure esseri intelligenti senza cervello. Vedi Physarum polycephalum, che non è un animale, né una pianta, né un fungo: «È un protista che ha l’aspetto di una muffa giallognola (lo si trova nei boschi, appiccicato ai tronchi, ndr), un organismo unicellulare che quando va alla ricerca di cibo estende le sue propaggini in una rete che in quanto a percorsi ottimali per raggiungere le diverse fonti è più efficiente di quella ferroviaria che collega Tokyo alle città attorno», racconta lo scienziato. E non finisce qui: se viene fatto a pezzi e i pezzi sono sparsi in un labirinto, si riuniscono e trovano l’uscita. Mostra persino elementari capacità di apprendimento: normalmente si tiene alla larga da sostanze come la caffeina e il chinino ma, dopo aver imparato che sono innocue, non le evita più; e se frammenti che si sono abituati vengono uniti a frammenti che ancora no, il “blob” ricostituito mostrerà comunque di aver imparato la lezione. Affascinante.
Se non serve un cervello per fare cose intelligenti (discorso che non vale per noi, che un cervello ce l’abbiamo e dovremmo farlo funzionare), averne uno grande non significa essere più smart. «Come minimo conviene dare un’occhiata a cosa c’è dentro, perché il volume non ci dice granché», spiega l’autore, «le mie amate galline per esempio (Vallortigara le ha studiate molto, scoprendo che hanno memoria spaziale e sanno riconoscere oggetti, simboli, geometrie, ndr) hanno cervelli che pesano poco, ma con una straordinaria densità di neuroni. Scherzando, ma neanche tanto, dico sempre che considero il cervello degli uccelli il vertice della creazione». Perché è piccolo, per vincoli anatomici dovuti al volo, ma organizzato in modo da aumentare velocità ed efficienza della diffusione dei segnali. Forse a questo si devono le straordinarie capacità di corvi e pappagalli. Quelli cenerini (Psittacus erithacus) sono di un altruismo disarmante: aiutano gli altri, pure se non li conoscono, senza nulla in cambio e non si arrabbiano se, a parità di sforzo, ricevono meno di un compagno. «La selezione naturale ha favorito l’evoluzione di un altruismo reciproco: io faccio una cosa per te se tu farai qualcosa per me, da cui la necessità di riconoscere chi imbroglia», aggiunge Vallortigara, ma i pappagalli sono altruisti ideali perché sono monogami e “sanno” che il partner non tradisce.
«In specie come la nostra l’altruismo deve invece essere controllato con regole severe, persino quando sono coinvolti parenti. In natura sono le menzogne e le bugie a essere sempre presenti, dai virus che imitano il comportamento dell’ospite agli umani che distorcono i loro stessi ricordi o sentimenti per meglio imbrogliare gli altri».
Il rebus della coscienza
Se l’altruismo è facile da studiare (si vede), la coscienza è impenetrabile. Alcuni credono si possa indagare col test dello specchio: disegni una macchia sul corpo di un animale, lo metti davanti a uno specchio e vedi se cerca di pulirsela. Lo hanno superato scimmie antropomorfe, delfini, elefanti, corvi e pesci pulitori. Ma basta a dimostrare che hanno una coscienza di sé? Oppure semplicemente imparano ad associare i propri movimenti ai segnali che gli arrivano dall’immagine riflessa?
La vita interiore degli animali (se provano empatia, se sanno di “essere”) è complicata, se non impossibile, da decifrare. Pure se l’animale siamo noi. «Non sappiamo cosa sentono gli altri, ci fidiamo di quel che ci dicono, ne osserviamo il comportamento e traiamo inferenze. Ma non abbiamo accesso diretto alla mente dell’amata o dell’amato così come a quella del gatto di casa. Per questo per risolvere il problema dell’origine della coscienza abbiamo bisogno di una teoria sul perché la coscienza si è evoluta e di quali meccanismi cerebrali la rendano possibile».
Sul Venerdì del 21 marzo 2025