Annalisa Cuzzocrea: qualcuno mi chiami
di Annalisa CuzzocreaQuando mia madre viene a trovarci a Roma, si sveglia presto e alle sette e mezzo del mattino si attacca al telefono. Parte così, con lei sul divano che compone numeri sul cellulare, il giro di chiamate giornaliere. Ci sono mio fratello, la cugina, mio zio, un’altra cugina, qualche caro amico di famiglia, altre amiche di lunga data, compari e commari varie. Io e io marito lo chiamiamo “il giro di nera”. Quello che ci hanno insegnato ai tempi della scuola di giornalismo i bravi capi cronaca: si parte dagli ospedali, poi polizia, carabinieri, vigili del fuoco, e così via. Lo chiamiamo così, con una punta di black humour lo ammetto, perché spesso le notizie che passano di telefonata in telefonata sono preoccupanti: una malattia, una perdita, qualcuno finito in pronto soccorso. Ci sono giorni in cui mia madre mi chiama felice per dirmi: «Oggi è successa una cosa bella: si è laureata Sara», oppure: «Serena ha preso trenta e lode», come fosse del tutto insolito che nel suo giro appaiano buon…
Quando mia madre viene a trovarci a Roma, si sveglia presto e alle sette e mezzo del mattino si attacca al telefono. Parte così, con lei sul divano che compone numeri sul cellulare, il giro di chiamate giornaliere. Ci sono mio fratello, la cugina, mio zio, un’altra cugina, qualche caro amico di famiglia, altre amiche di lunga data, compari e commari varie. Io e io marito lo chiamiamo “il giro di nera”. Quello che ci hanno insegnato ai tempi della scuola di giornalismo i bravi capi cronaca: si parte dagli ospedali, poi polizia, carabinieri, vigili del fuoco, e così via. Lo chiamiamo così, con una punta di black humour lo ammetto, perché spesso le notizie che passano di telefonata in telefonata sono preoccupanti: una malattia, una perdita, qualcuno finito in pronto soccorso. Ci sono giorni in cui mia madre mi chiama felice per dirmi: «Oggi è successa una cosa bella: si è laureata Sara», oppure: «Serena ha preso trenta e lode», come fosse del tutto insolito che nel suo giro appaiano buone notizie.
Per anni ho pensato ci fosse qualcosa di insano e morboso, in questa rete che – soprattutto al Sud, ma forse lo penso solo perché è da lì che vengo – tiene avvinte le persone e le notizie sulla loro vita, in modo da non farsi trovare impreparati. Mi è sembrato sempre un rituale antico e in qualche modo soffocante. Mi sottraggo ogni volta che posso, se la telefonata tocca a me. Poi mi pento, certo, ma l’istinto è quello di fuggire. Qualche settimana fa però, mi ha molto colpita, com’è accaduto a tanti, la morte improvvisa di Gene Hackman, malato di Alzheimer, e della moglie – più giovane e più sana di lui – che se ne prendeva cura. I loro corpi sono stati trovati dopo due settimane. Lei avrebbe contratto un virus che l’ha uccisa prima che riuscisse a chiedere aiuto. Lui non era in grado di prendersi cura di se stesso,e il suo pacemaker ha smesso di funzionare sei giorni dopo la fine di lei. Una stella del cinema e la sua compagna non avevano evidentemente qualcuno che li chiamava tutti i giorni per chiedere semplicemente: come va? Posso fare qualcosa?
Non è la prima volta che rivaluto usi da cui sono fuggita quando ero ancora una bambina. Modi di essere comunità che esistono da prima dei telefonini e forse da prima del telefono. Quando vivevo da mia nonna, a ogni malattia seguiva una visita in cui qualcuno portava zucchero e caffè. Se c’era proprio da festeggiare, arrivavano anche i pasticcini “Ore liete” (rubavo i wafer e quelli al cioccolato dalla scatola, lasciavo dentro quelli coi canditi). Vedo in gesti che un tempo mi sembravano asfissianti, o generatori di puro pettegolezzo, la cura delle persone cui si vuole bene. Con metodo, con pazienza, con pervicacia, come quella di mia madre. Che se non rispondono, non si dà per vinta: chiama un’ora dopo. Di solito sbuffo. Poi penso che, forse, l’unica cura per la solitudine sia un po’ di sana insistenza.
Sul Venerdì del 28 marzo 2025