«Una mattina Gregor Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra». Sostituite il povero commesso viaggiatore di Kafka con lo scienziato invasato Seth Brundle interpretato da Jeff Goldblum e avrete La mosca, film-capolavoro di David Cronenberg del 1986 e vero manifesto della sua estetica scabrosa.
Ecco perché, a voler rintracciare un punto di partenza per il body horror – sottobranca tra le più disturbanti del cinema “di paura” finita inopinatamente sul red carpet degli Oscar di quest’anno grazie al film The Substance – prima che al cinema bisogna guardare alla letteratura. Lovecraft, Stevenson, Poe, Mary Shelley e in particolare la Metamorfosi dello scrittore praghese, con la sua vivida messa in scena di una trasformazione fisica e psico…
«Una mattina Gregor Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra». Sostituite il povero commesso viaggiatore di Kafka con lo scienziato invasato Seth Brundle interpretato da Jeff Goldblum e avrete La mosca, film-capolavoro di David Cronenberg del 1986 e vero manifesto della sua estetica scabrosa.
Ecco perché, a voler rintracciare un punto di partenza per il body horror – sottobranca tra le più disturbanti del cinema “di paura” finita inopinatamente sul red carpet degli Oscar di quest’anno grazie al film The Substance – prima che al cinema bisogna guardare alla letteratura. Lovecraft, Stevenson, Poe, Mary Shelley e in particolare la Metamorfosi dello scrittore praghese, con la sua vivida messa in scena di una trasformazione fisica e psicologica senza ritorno e senza un motivo. L’inspiegabilità dell’orrore che travolge i protagonisti e i loro corpi – la sorpresa e a volte l’oscuro piacere nel ritrovarsi mutati, infetti, deformati, invasi da elementi alieni o tecnologici – è infatti la chiave per inquadrare il genere, soprattutto nella variante del regista canadese, diventata ipso facto canonica.
Eros e Thanatos
A cominciare da Il demone sotto la pelle (Shivers), il film del 1975 con cui Cronenberg scioccò per la prima volta le platee di tutto il mondo: in un idilliaco condominio chiamato Arca di Noé un altro scienziato disturbato utilizza strani parassiti per risvegliare in chi li ospita istinti erotici repressi. Nonostante la trama sempliciotta e la messa in scena povera, ci sono già tutti gli ingredienti dei migliori body horror: il sangue, la violenza, il contagio, le alterazioni ripugnanti. Insomma, malattia come metafora, per dirla con Susan Sontag. Ma anche il sesso, in quanto forma simbolica e funzione riproduttiva. Atto biologico che diventa catalizzatore e porta d’ingresso per il mostruoso. Come nella successiva saga di Alien, di Ridley Scott, dove la Ripley di Sigourney Weaver diventa una Madonna aliena gravida dello xenomorfo. O nell’antesignano Rosemary’s Baby con Mia Farrow che partorisce un essere metà umano e metà demone peloso.
Anche in Eraserhead, debutto surreal-espressionista di David Lynch, del 1977, le figure deformi abbondano, a cominciare dal neonato mutante figlio del protagonista. Mentre in Possession, di Andrzej Zulawski, Isabelle Adjani custodisce una creatura tentacolare nella Berlino del Muro. Un’altra pietra miliare è il giapponese Tetsuo (1989), prossimo a ritornare in sala dal 7 al 15 aprile: il film di Shynia Tsukamoto dove la carne si fa metallo è una delle principali ispirazioni dello scioccante Titane di Julia Ducorneau, Palma d’oro che tanto fece inorridire Nanni Moretti a Cannes 2021.
La morte ti fa bella
Ancora prima, c’erano stati i Freaks di Tod Browning che “trasformavano” a colpi di mutilazioni la femme fatale Cleopatra in un fenomeno da baraccone; e L’isola delle anime perdute, censuratissima pellicola del 1932 con Charles Laughton che osa tramutare gli animali in uomini e per questo verrà punito. Ma è il francese Occhi senza volto (1960), di Georges Franju, a fornire gli spunti più fecondi e saccheggiati. Anche qui c’è un uomo di scienza, un medico stavolta, che sottopone la figlia sfigurata a una serie di trapianti utilizzando la pelle di giovani donne sacrificate all’uopo.
Cronenberg stesso ne riprenderà i temi in Rabid – Sete di sangue (1977) dove gli innesti trasformano l’ex pornostar Marilyn Chambers in una specie di vampiro che si nutre attraverso un’appendice fallica spuntata sotto l’ascella. La morale è chiara: la mancanza di scrupoli nel maneggiare e rimodellare il corpo delle donne può condurre a conseguenze impreviste e catastrofiche.
Ed è così che arriviamo a The Substance e a tutta la recente e fortunata riappropriazione del genere in chiave femminile e femminista. A partire proprio dal remake di Rabid del 2019 delle gemelle Soska, spericolate registe canadesi che riambientano il film nel mondo della moda, e non a caso. La ritrovata perfezione fisica della protagonista, ottenuta attraverso dubbi interventi sperimentali, la costringerà a pagare un prezzo altissimo. Come a volte succede nella realtà, ce lo dice anche la cronaca con le frequenti notizie di liposuzioni e rinoplastiche fatali. E d’altronde, perché non dovrebbe essere così? Chi bella vuol apparire un po’ deve soffrire, recitava un vecchio e beffardo adagio. E quante favole e miti ruotano attorno ai risvolti mortali della bellezza? Che sia stato un processo conscio o meno per la regista Coralie Fargeat, a ben guardare il fortunato The Substance appare come una riscrittura psicotica di Biancaneve, aggiornata a un’epoca ossessionata da gioventù e bellezza – e dunque dal corpo – come mai prima d’ora. Iniettandosi la faustiana sostanza gialla del titolo, l’attrice sul viale del tramonto Elizabeth Sparkle (Demi Moore) è in grado di sdoppiarsi ed essere sia l’ingenua principessa che la vecchia e amareggiata Strega cattiva.
Mentre è in arrivo anche la rilettura splatter di Cenerentola: The Ugly Stepsister della giovane regista norvegese Emilie Blichfeldt è stato presentato al Sundance e alla Berlinale, dove avrebbe provocato i conati di chi lo ha visto in anteprima. Tra sanguinose automutilazioni per infilare i piedi nella celebre scarpetta (già presenti nella versione dark dei fratelli Grimm), uova di tenia pre-Ozempic ingerite per ottenere subitanei dimagrimenti e rudimentali operazioni di chirurgia plastica, non può non venire in mente un classico slogan femminista: “Il tuo corpo è un campo di battaglia”. E, subito dopo, l’illuminante risoluzione: forse, è arrivato il momento di disertare.