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Vittorio Lingiardi: Verrà la morte e avrà i tuoi denti

Hi tech Il “sudario” (“shroud”) tecnologico che dà il titolo al film. A sinistra, l’avatar che riproduce la moglie del protagonista 

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Fisica e metafisica nei film di Cronenberg
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«Grief is rotting your teeth». Il dolore del lutto ti sta facendo marcire i denti. Basta questa frase per evocare l’archivio di ossessioni (la morte, il corpo, la trasformazione organica o tecnologica) che David Cronenberg converte in uno stile. La pronuncia il dentista al paziente Karsh (Vincent Cassel) e sono le prime parole di The Shrouds, science-fiction and cadaver-thriller sulla decomposizione dei corpi e l’angoscia di separarsi da quelli che abbiamo amato. Fantascienza fino a un certo punto, visto che si sta diffondendo un desiderio spicciolo d’immortalità digitale, sintomo triste di negazione del separarsi: raccogliendo tracce digitali si costruiscono chatbot, dette griefbot, per far rivivere chi è venuto a mancare. Come? Conversando con la sua voce e lasciando a un algoritmo la scelta di prevedere quel che il morto farebbe o direbbe.

È un’autobiografia dichiarata, The Shrouds, con Cassel quasi una copia di Cronenberg. Così aggiungiamo un altro tema caro al regista: il doppio,…

«Grief is rotting your teeth». Il dolore del lutto ti sta facendo marcire i denti. Basta questa frase per evocare l’archivio di ossessioni (la morte, il corpo, la trasformazione organica o tecnologica) che David Cronenberg converte in uno stile. La pronuncia il dentista al paziente Karsh (Vincent Cassel) e sono le prime parole di The Shrouds, science-fiction and cadaver-thriller sulla decomposizione dei corpi e l’angoscia di separarsi da quelli che abbiamo amato. Fantascienza fino a un certo punto, visto che si sta diffondendo un desiderio spicciolo d’immortalità digitale, sintomo triste di negazione del separarsi: raccogliendo tracce digitali si costruiscono chatbot, dette griefbot, per far rivivere chi è venuto a mancare. Come? Conversando con la sua voce e lasciando a un algoritmo la scelta di prevedere quel che il morto farebbe o direbbe.

È un’autobiografia dichiarata, The Shrouds, con Cassel quasi una copia di Cronenberg. Così aggiungiamo un altro tema caro al regista: il doppio, quello di Inseparabili. Shroud significa “sudario”, ma ha anche altri significati che rimandano al “coprire” o al “nascondere”. Forse Cronenberg ci sta dicendo che il rituale funebre è un modo per allontanare il pensiero di ciò che ci accade da morti: putrefacciamo. L’ennesima angolazione di uno sguardo cinematografico sempre rivolto al corpo, di volta in volta manipolato, posseduto, sfigurato come in un trittico di Bacon. Fisico e metafisico, carne e metallo, il corpo di Cronenberg è fatto di malattie genetiche, mutazioni deformanti, ibridazioni suppuranti, parassiti inoculati, trapianti, morsi rabbiosi, contagi, cicatrici, innesti. Amore del corpo, orrore del corpo.

Cronenberg viene considerato il padre dei film body horror, se non fosse che l’espressione non gli piace. Ma che genere è? È quando le deformità corporali e le mutazioni deturpanti generano paura e disagio, ma anche pensieri, negli spettatori. Chi non ricorda la mostrificazione ditterica del corpo in La mosca? Al di là del catalogo infinito dei titoli, cronenberghiani e non, sarebbe interessante riflettere sui confini, fisici e mentali, di questo corpo-orrore. È solo paura e ribrezzo? C’è una possibilità empatica? Senza entrare nella clinica e rimanendo nel cinema, è horror il corpo di Charlie in The Whale, metamorfosi sovrappeso di un dolore inelaborabile? Fanno solo orrore i corpi di Tina e Vore in Border di Ali Abbasi, fiaba nordica e perturbante sulla frontiera tra l’umano e il bestiale? E il mostro in quanto tale (per esempio la creatura anfibia di Guillermo del Toro in La forma dell’acqua), è totalmente horror?

Cronenberg continua a dirci che il corpo è la compagnia più inquietante che abbiamo, non solo perché si ammala, si squama, si squaglia, ma perché nella sua intimità ci è alieno. È un io ma anche un tu. È quello che siamo, ma anche quello che abbiamo. Il corpo è sempre su una soglia, tra la vita e la morte. Non solo: piacere e dolore, per esempio; bellezza e repulsione, intimità ed estraneità.

E qui penso all’espressione che Christopher Bollas, psicoanalista, usa per spiegare certi stati di sospensione estatica sessuale: “intimità nel corpo dello straniero”. Nel mistero del corpo, molte di queste opposizioni possono persino coincidere. E comunque il corpo, proprio ora che ci stiamo virtualizzando, tornerà. Non solo in forme post-umane, tecnologiche o anabolizzate. Perché, come dice un verso di Szymborska, “il corpo c’è, e c’è, e c’è”. È come se Cronenberg prendesse quel verso e, non senza pietas, lo attorcigliasse in varianti barocche che mi viene da versificare così: il corpo c’è, di ceramica e lacca, cedevole cera, s’accende e cicatrizza, si decompone e cade, per essere inventato si macera e marcisce.

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