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Ambiente, ora è fuga dal green

Una foto della raffineria Grangemouth, in Scozia, la più antica del Regno Unito (1924): sarà riconvertita a energie verdi. Getty Images 

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È iniziata con il colpo di spugna di Trump alle politiche ambientali,a seguire il ritorno al petrolio di India e Brasile. E ora anche l’Europa fa parzialmente marcia indietro. Dunque, tutto è perduto? Scienziati e ambientalisti dicono di no. E qui ci spiegano perché
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Qualcosa è cambiato.Dopo anni di costante crescita mondiale negli investimenti verdi, nella transizione ecologica e nelle politiche di sostenibilità, all’improvviso all’inizio del 2025 – per paradosso proprio dopo l’anno più caldo di sempre – è arrivata la “tempesta perfetta”. Che ha dato inizio a una grande fuga dal green da parte di gruppi finanziari, banche e privati. Una ritirata che inizia dall’America ma che rischia di coinvolgere anche l’Europa. Quando il 20 gennaio Donald Trump è tornato al potere ha infatti subito messo in chiaro il suo scopo: basta con le politiche verdi, meglio trivellare e puntare sui combustibili fossili, tanto la crisi del clima è solo «una bufala». Dalle parole ai fatti: gli Usa sono usciti dagli Accordi di Parigi, siglati per mantenere le temperature globali sotto i famosi +1,5 gradi rispetto ai livelli pre industriali, e hanno cancellato ogni riferimento alla crisi climatica dalle agenzie federali e dal sito della Casa Bianca. Tramite il Doge (il Dipa…

Qualcosa è cambiato.Dopo anni di costante crescita mondiale negli investimenti verdi, nella transizione ecologica e nelle politiche di sostenibilità, all’improvviso all’inizio del 2025 – per paradosso proprio dopo l’anno più caldo di sempre – è arrivata la “tempesta perfetta”. Che ha dato inizio a una grande fuga dal green da parte di gruppi finanziari, banche e privati. Una ritirata che inizia dall’America ma che rischia di coinvolgere anche l’Europa. Quando il 20 gennaio Donald Trump è tornato al potere ha infatti subito messo in chiaro il suo scopo: basta con le politiche verdi, meglio trivellare e puntare sui combustibili fossili, tanto la crisi del clima è solo «una bufala». Dalle parole ai fatti: gli Usa sono usciti dagli Accordi di Parigi, siglati per mantenere le temperature globali sotto i famosi +1,5 gradi rispetto ai livelli pre industriali, e hanno cancellato ogni riferimento alla crisi climatica dalle agenzie federali e dal sito della Casa Bianca. Tramite il Doge (il Dipartimento per l’efficienza governativa guidato da Elon Musk) sono stati licenziati migliaia di dipendenti pubblici nei settori forestali, scientifici e ambientali. La scure dei tagli si è abbattuta sull’agenzia di protezione ambientale, l’Epa, e sull’Usaid, privata di 2,8 miliardi destinati a programmi sul clima. Con un colpo di spugna Trump ha poi cancellato 4 miliardi di dollari di finanziamento al Green Climate Fund, necessario per la transizione ecologica nel Sud del mondo.I big della finanza globale hanno fatto subito un passo indietro: BlackRock, la più grande società di investimento mondiale (presente nell’azionariato di molte società italiane, da Mediobanca a Unicredit) ha lasciato la Net Zero Asset Managers (Nzam), alleanza di società che, sostenute dall’Onu, si impegnano per guidare gli investitori ad arrivare alle emissioni zero entro il 2050. E con lei altre imprese, tanto che la Nzam è stata momentaneamente sospesa.

A catena, anche le banche si sono sfilate dall’idea di finanziare e guidare i percorsi per arrivare alle emissioni zero: dalla Net zero banking alliance (Nzba) sono uscite JP Morgan, Citygroup, Bank of America, Morgan Stanley, Wells Fargo, Goldman Sachs e l’australiana Macquarie.

Dal washing all’hushing

Non stupisce la mossa di un grande gruppo energetico, la Bp (Before present, ex British Petroleum) che cinque anni fa aveva annunciato politiche verdi basate su rinnovabili e calo del greggio, tali da portarla alle emissioni zero nel 2050: ora ha tagliato i fondi al verde di 5 miliardi di dollari e ne ha investiti 10 in combustibili fossili. E se l’India ha appena lanciato un nuovo pacchetto di licenze per l’esplorazione di gas e petrolio offshore, l’Argentina ha allentato i sistemi di protezione ambientale per aumentare la caccia alle risorse minerarie nel Nord del Paese. E il Brasile (che a novembre ospiterà la Cop30 sul clima) a febbraio ha aderito all’Opec, l’alleanza dei produttori che esportano greggio.In altri settori, vista l’aria che tira,le promesse vengono semplicemente rimandate: Airbus, leader nella costruzione di aerei, ha messo in stand by lo sviluppo di un velivolo commerciale a idrogeno.

Anche la Ue segue il trend: con la proposta del disegno di legge noto come pacchetto Omnibus – una serie di riforme per snellire e sburocratizzare le regole sulla rendicontazione ambientale delle aziende – ha deciso di lanciare un assist soprattutto alle piccole e medie imprese, proponendo l’obbligo di report sulla sostenibilità solo per aziende con più di mille dipendenti ed escludendo così le Pmi che rappresentano ad oggi quasi l’80 per cento delle ditte nel Vecchio Continente. In generale poi, per la rendicontazione sull’impegno green delle società, l’Ue ha deciso di dare più tempo: si va da due a cinque anni a seconda delle varie norme in discussione.«In nome della competitività l’Europa sta rivedendo molte norme ambientali, mettendo a rischio il Green Deal. Loro la chiamano semplificazione, noi deregolamentazione», commenta Bernardo Tarantino, responsabile Affari europei e internazionali per il Wwf. «Omnibus è solo l’ultimo tassello. Prima c’è stata la revisione della Pac, la politica agricola comunitaria, svuotata dei requisiti di standard ambientali per noi necessari a proteggere la natura. Poi c’è stato il ritiro del regolamento pesticidi, e ultimamente la Ue ha deciso di declassare anche lo stato di protezione del lupo. In futuro si parla di rivedere persino la direttiva Habitat, che oggi salva e conserva migliaia di specie. Ma per noi la battaglia è ancora aperta».

Insomma, se fino a pochi mesi fa c’era il problema del greenwashing –il presentarsi delle aziende come verdi quando in realtà non lo erano affatto – ora sta prendendo campo l’atteggiamento opposto, il greenhushing, una pratica con cui le aziende tacciono volontariamente le proprie iniziative ambientali. Solo nell’ultimo anno, secondo la società di consulenza svizzera South Pole, tra 1.400 imprese intervistate l’86 per cento di quelle che commerciano beni di consumo ha affermato di aver ridotto le comunicazioni verdi.

Può essere un’opportunità

La grande retromarcia, però, potrebbe perfino non essere un male. È quanto sostiene Matteo Mura, direttore del Centre for Sustainability and Climate Change di Bologna Business School: «Già prima di Trump in Europa c’era una forte onda di riflusso perché le aziende faticavano tra troppa burocrazia e regole complesse da realizzare. Per cui forse, e lo dico da persona che si occupa di sostenibilità da vent’anni, questa potrebbe essere la chance per tornare un po’ indietro per ripartire con politiche più semplici e forti. Dobbiamo cogliere questa fase come un’opportunità, non come un declino».

Anche perché, a differenza degli Usa, nel Vecchio continente sono ancora in molti a difendere l’ambiente. «Da una parte Trump e la Ue con un Green Deal sempre meno spinto, dall’altra cittadini e imprese che dimostrano di crederci ancora», dice Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. E per ragioni molto concrete: «Gli investimenti globali nelle rinnovabili 20 anni fa erano al 15 per cento, mentre nel fossile erano l’85. Oggi la situazione è ribaltata. Dunque il mondo delle imprese prescinde dalla politica negazionista e continua a puntare su ciò che funziona. Sono convinto che ci salverà la consapevolezza delle persone».Ma basteranno cittadini e imprese a fermare il distacco dal verde? Per Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici all’università di Parma, l’importante è non perdere la fiducia. «È indubbio che a livello culturale e politico ci sia una minor attenzione al green, nonostante tutte le evidenze scientifiche. Però le politiche costruite negli ultimi anni non verranno smontate. Abbiamo l’Accordo di Parigi, abbiamo dei target verso le emissioni zero e nessuno fermerà le rinnovabili, semplicemente perché convengono. Per cui attenzione alle strategie inattiviste, quelle che dicono che ormai non c’è più niente da fare. Non è così, e gli Usa non sono il mondo. Guardiamo anche altrove, alla Cina delle energie pulite e delle auto elettriche».

Già, perché se una parte dell’Occidente si sta allontanando dal verde – con Trump che blocca le concessioni per l’eolico e recita il mantra drill, baby, drill (trivellare, baby, trivellare) – in Oriente Pechino sta cavalcando una rivoluzione. È vero che il Paese va ancora soprattutto a carbone e in parte a petrolio, ma il boom delle rinnovabili in costante crescita sta dimostrando che un’altra strada è possibile: oggi le energie pulite valgono il 10 per cento del Pil e ormai metà delle auto in circolazione sono elettriche. Questo significa, ha annunciato il governo cinese, che non solo il Paese raggiungerà in anticipo sui 5 anni i suoi obiettivi climatici sulle emissioni, ma che «entro vent’anni potrebbe non avere più bisogno di importare petrolio» basando il fabbisogno elettrico soprattutto su acqua, sole e vento che invece altri stanno in tutti i modi trascurando.

Sul Venerdì del 28 marzo 2025

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