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Annalisa Cuzzocrea: Consigli (non richiesti) alle neomamme

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A CASA TUTTI BENE Le donne che lavorano subiscono una pressione sociale di cui tutte insieme dovremmo liberarci
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Quando aspettavo i miei figli pensai di brevettare le magliette: le donne incinte hanno la pancia. Perché passavo il tempo a rispondere a chiunque su quanto fosse grande la mia, e di quanto ero, e com’era possibile che fosse solo uno, ed ero sicura che l’ecografista non avesse sbagliato? Un giorno un venditore ambulante di calzini mi apostrofò: «Ciao mamma di gemelli», non avendo probabilmente idea dei minimi principi del marketing. Un tassista, più delicato: «Andiamo in ospedale?». Ero al sesto mese.

Dico questo perché ricordo quanto aumenti la suscettibilità, quando si aspetta un bambino. O quando lo si è appena avuto. Quanto tutti si sentano in diritto di fare commenti su di te e sulla tua vita. Così – negli anni – ho tenuto fede a una promessa che mi ero fatta: «Non rompere le scatole alle mamme, non dare consigli su allattamento, passeggini, spray nasali o umidificatori da cameretta. Per carità, parla d’altro». Finché, qualche settimana fa, durante la bellissima manifestazione de…

Quando aspettavo i miei figli pensai di brevettare le magliette: le donne incinte hanno la pancia. Perché passavo il tempo a rispondere a chiunque su quanto fosse grande la mia, e di quanto ero, e com’era possibile che fosse solo uno, ed ero sicura che l’ecografista non avesse sbagliato? Un giorno un venditore ambulante di calzini mi apostrofò: «Ciao mamma di gemelli», non avendo probabilmente idea dei minimi principi del marketing. Un tassista, più delicato: «Andiamo in ospedale?». Ero al sesto mese.

Dico questo perché ricordo quanto aumenti la suscettibilità, quando si aspetta un bambino. O quando lo si è appena avuto. Quanto tutti si sentano in diritto di fare commenti su di te e sulla tua vita. Così – negli anni – ho tenuto fede a una promessa che mi ero fatta: «Non rompere le scatole alle mamme, non dare consigli su allattamento, passeggini, spray nasali o umidificatori da cameretta. Per carità, parla d’altro». Finché, qualche settimana fa, durante la bellissima manifestazione del 15 marzo a Roma, ho visto una collega che ha avuto un figlio da poco e senza neanche pensarci ho detto: «Prenditi più tempo che puoi». Lei mi ha guardata con occhi interrogativi:«Dici davvero?». Ero riuscita a farmi i fatti miei per talmente tanto tempo che effettivamente, il consiglio a bruciapelo deve averla colta di sorpresa.

A farmi infrangere la promessa è stata la sensazione che negli ultimi anni la pressione sulle donne che hanno un lavoro e una carriera, e incidentalmente anche dei figli, sia aumentata. Che ci sia come una pretesa che grava su di te non appena diventi madre: devi scegliere! O dimostri subito che tieni al posto che hai dovuto lasciare per un po’, e ti affretti a dire «Torno, aspettatemi, tre mesi e sono lì. Al massimo quattro visto che sono andata via l’ultimissimo giorno utile». Oppure hai la sensazione di essere considerata inadatta alla causa. Buona per il prossimo part time. Passata dalla parte di chi, in fondo, preferisce stare a casa a girare il sugo. È un tipo di pressione sociale che esiste e di cui credo che, tutte insieme, ci dovremmo liberare. Ci sono mestieri ai quali, non appena torni, devi dedicarti interamente. Prendersi più tempo che si può, se te lo puoi permettere, non è un attentato o qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Serve a questo, il fronte comune. A fare in modo che sempre più donne siano sostenute nel loro essere madri, anche economicamente, senza che questo comporti un’eterna penalizzazione per il lavoro e la carriera. Senza essere etichettate come “madri e basta”. Senza l’eterna sensazione di dover dimostrare qualcosa in più degli uomini, per aver diritto alla stessa paga e alle stesse opportunità. Dovrebbe servire a questo, avere donne ai vertici della politica. E invece, ho la sensazione che non ci pensi davvero nessuno.

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