✕

Il regista di Adolescence: giravo la serie e pensavo a mia figlia di otto anni

Una scena di Adolescence (quattro episodi sulla piattaforma) con Owen Cooper e Erin Doherty (Courtesy of Ben Blackall/Netflix © 2024) 

Ascolta l'audio

Philip Barantini ha diretto la serie del momento, 25 milioni di spettatori nel mondo: «Credevamo che avrebbe funzionato solo nel Regno Unito». Intervista
4 minuti di lettura

No, non se li aspettavano questi oltre 25 milioni di spettatori nel mondo sbandierati da Netflix. E men che meno si aspettavano di diventare l’argomento del giorno, di molti giorni, sulla stampa, sui social media. Si auguravano, ma non credevano, che avrebbero scatenato discussioni e sconvolto un po’ tutti, uomini e donne, giovani e adulti. Persino il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di avere visto la miniserie Adolescence (quattro episodi su Netflix), insieme ai suoi figli, un ragazzo di 16 e una ragazza di 14, e si è detto favorevole a iniziative che la mostrino nelle scuole.

«Pensavamo, all’inizio, che il lavoro fosse buono perché ci avevamo messo l’anima, ma io contavo che avrebbe funzionato, al ma…

No, non se li aspettavano questi oltre 25 milioni di spettatori nel mondo sbandierati da Netflix. E men che meno si aspettavano di diventare l’argomento del giorno, di molti giorni, sulla stampa, sui social media. Si auguravano, ma non credevano, che avrebbero scatenato discussioni e sconvolto un po’ tutti, uomini e donne, giovani e adulti. Persino il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di avere visto la miniserie Adolescence (quattro episodi su Netflix), insieme ai suoi figli, un ragazzo di 16 e una ragazza di 14, e si è detto favorevole a iniziative che la mostrino nelle scuole.

«Pensavamo, all’inizio, che il lavoro fosse buono perché ci avevamo messo l’anima, ma io contavo che avrebbe funzionato, al massimo, nel Regno Unito, dove c’erano stati alcuni casi molto seguiti dall’opinione pubblica di ragazzini che avevano accoltellato delle coetanee. Storie accadute in luoghi e contesti diversissimi, da Nord a Sud del Paese», ci dice in un’intervista via Zoom Philip Barantini, regista della serie-fenomeno che racconta, appunto, un caso simile: Jamie ha 13 anni, è sveglio e bene educato, eppure ammazza una sua compagna di scuola. Questo lo scopriamo da subito, non ci sono dubbi che sia stato lui. Gli altri episodi provano a spiegarci il perché di questo delitto impossibile da concepire e da accettare, soprattutto da parte della famiglia di Jamie.

Barantini, 44 anni, è qui portavoce del trio di uomini quasi coetanei che ha creato Adolescence. Degli altri due, Stephen Graham (attore e co-sceneggiatore, 51) e Jack Thorne (sceneggiatore, 46) è amico e collega. Tutti e tre sono genitori, nella vita reale. Tutti e tre sono spaventati dalla difficoltà di dialogo con i ragazzi di una generazione che sembra non somigliare in nulla alle precedenti e hanno voluto raccontare questo sentimento di paura e impotenza. Alla luce del successo della miniserie, si capisce che le loro preoccupazioni sono universali: non sono i soli a provarle.

Come è nato questo progetto?

«In modo molto banale, come capita spesso. Ho incontrato un produttore della Plan B (la società di cui è socio anche Brad Pitt, ndr) che mi ha chiesto di pensare a una serie da fare con Stephen Graham con cui avevo già realizzato il film Boiling Point – Il disastro è servito. Al produttore non importava tanto il tema, importava il come. Cioè voleva che fosse, come Boiling Point, tutto girato in piano sequenza, senza stacchi. Ne ho parlato subito con Stephen. Eravamo in macchina, stavamo andando da qualche parte per promuovere il film e ci siamo messi a parlare di questi fatti di cronaca che ci avevano molto colpito. Abbiamo coinvolto Jack, che si è messo a studiare, finendo dritto nel tunnel di questi siti, account, forum in gran parte clandestini, di maschi per maschi, che propagandano la misoginia fino a teorizzare la violenza contro le donne».

Esplorando per mesi questo universo detto “manosfera” e studiando gli "incel" (i "celibi involontari" che danno la colpa alle donne per le loro relazioni mancate), Thorne è arrivato a una conclusione estrema: sotto i 14 anni dovrebbe essere proibito l’uso del cellulare. È d’accordo?

«Senta, quel mondo è spaventoso. Spaventa, giustamente, i genitori di maschi e femmine. Io ho una bambina di otto anni, è ancora piccola, ma io ho già paura di quello che può vedere su YouTube, del fatto che cominci a capire o anche solo incuriosirsi. Sapendo quello che si rischia di trovare lì dentro, l’istinto è di tenerla più lontana possibile».

Nella serie non ci sono solo Jamie e il suo disperato papà. Anche il poliziotto che indaga è a sua volta padre di un ragazzino. Suo figlio è continuamente bullizzato dai compagni eppure, diversamente da Jamie, sembra avere le spalle larghe.

«È un personaggio chiave. Lui riesce a illustrare al padre il mondo di frustrazione e brutalità che anima certe comunità online. È come se gli facesse da interprete, un interprete più che mai necessario perché la lingua che parlano questi ragazzi è diversa da quella con cui siamo cresciuti noi adulti».

Quando Jamie viene arrestato e, essendo minorenne, può scegliere un adulto che lo affianchi negli interrogatori insieme all’avvocato, Jamie non ha dubbi: sceglie suo padre perché suo padre è il suo eroe. Non che la madre o la sorella abbiano qualcosa che non va: sono entrambe persone amorevoli.

«Quando succedono queste tragedie si tende a dare sempre la colpa alle famiglie. I primi indiziati sono madri e padri. Abbiamo discusso molto con Jack e Stephen di questo e ci siamo trovati d’accordo sul fatto che volevamo che la famiglia alle spalle dell’autore del delitto fosse una famiglia normale, non disfunzionale. Non volevamo mostrare una madre depressa o un padre alcolizzato ma una famiglia di lavoratori, serena e senza smagliature. Ma proprio per questo facciamo capire che può succedere a chiunque, che siamo tutti fragili. L’unico mezzo che abbiamo a disposizione per affrontare quello che ci circonda è tenere sempre aperta la comunicazione tra genitori e figli. Lo scopo della nostra serie è invitare al dialogo».

E per farlo meglio, si è messo alla ricerca del suo protagonista, il cui volto “normale”, deve far pensare lo spettatore. Come è stato il casting?

«Abbiamo incontrato più di cinquecento ragazzi. Vista la tematica, all’inizio avevamo pensato di prendere un 18enne che dimostrasse qualche anno di meno. E, vista la complessità della recitazione richiesta, per via dei piani sequenza, un incubo per attori più che consumati, abbiamo provinato anche diversi ragazzi che avevano già un po’ di esperienza. Ma quando è arrivato Owen Cooper, 13 anni come il protagonista della storia, nessuna esperienza di set, è stata una specie di rivelazione. Ho potuto guidarlo, modellarlo per trasformarlo in Jamie. Siamo stati fortunati a incontrare un talento simile. Prima di fare il regista, io ho fatto anche l’attore e, mi creda, bravi così ne ho visti pochi, penso che Owen continuerà a recitare per tutta la vita».

Owen è già sul set di una nuova versione di Cime tempestose, diretto dalla regista Emerald Fennell (interpreta Heathcliff da ragazzo, nel cast adulto ci sono Margot Robbie e Jacob Elordi) mentre lei sta girando la terza stagione della serie Enola Holmes. Siete rimasti in contatto?

«Certo! Tengo d’occhio la carriera di Owen, sono in contatto con lui e la sua famiglia, penso di dovergli molto e gli ho promesso che sarò sempre a sua disposizione come amico e mentore».

Leggi i commenti