Il teppista Volodja diventò Putin del Kgb a causa di una serie televisiva del 1968, Lo scudo e la spada: dove, come tanti 007, gli agenti sovietici operavano contro la Germania nazista nella Seconda guerra mondiale (43 anni dopo, Putin ne canterà la sigla in un incontro con 11 spie russe espulse dagli Usa). Era stato infatti mediocre studente – mai fermo – e un attaccabrighe; vissuto, da piccolo, nel cortile – quasi un pozzo, infestato di topi e insetti – della kommunalka assegnata ai Putin nel ‘45 (20 metri quadrati la loro stanza, 15 per altri tre; la cucina, un pezzo di corridoio con una stufa a quattro fuochi dove scaldavano l’acqua per lavarsi fuori – una volta a settimana si andava ai bagni pubblici). Per il suo compagno preferito, Volodja «si azzuffava con chiunque; non era il più forte della classe, ma vinceva perché si infervorava e si batteva fino alla fine»: non ha paura di nulla, recitava anche la sua scheda del Kgb. Offeso dai maestri, riusciva a calmarsi perfettamente, p…
Il teppista Volodja diventò Putin del Kgb a causa di una serie televisiva del 1968, Lo scudo e la spada: dove, come tanti 007, gli agenti sovietici operavano contro la Germania nazista nella Seconda guerra mondiale (43 anni dopo, Putin ne canterà la sigla in un incontro con 11 spie russe espulse dagli Usa). Era stato infatti mediocre studente – mai fermo – e un attaccabrighe; vissuto, da piccolo, nel cortile – quasi un pozzo, infestato di topi e insetti – della kommunalka assegnata ai Putin nel ‘45 (20 metri quadrati la loro stanza, 15 per altri tre; la cucina, un pezzo di corridoio con una stufa a quattro fuochi dove scaldavano l’acqua per lavarsi fuori – una volta a settimana si andava ai bagni pubblici). Per il suo compagno preferito, Volodja «si azzuffava con chiunque; non era il più forte della classe, ma vinceva perché si infervorava e si batteva fino alla fine»: non ha paura di nulla, recitava anche la sua scheda del Kgb. Offeso dai maestri, riusciva a calmarsi perfettamente, poi la collera lo riprendeva, e di nuovo si dominava; con lo sport, divenne «imperturbabile».
Fu il Sambo, un incrocio di judo e arti marziali russe, a 13 anni, a inquadrarlo, e levarlo dalla strada. Per la strana scelta, negli studi, della lingua tedesca (prevaleva l’inglese) giocò forse l’epopea familiare. Nel 1941, con l’invasione nazista, il padre di Putin, Vladimir anche lui, era operaio alle fabbriche immediatamente riconvertite alla produzione di armi. Ma poi, con l’assedio e la fame a Leningrado (seicentomila morti, e casi di cannibalismo), Vladimir senior passò al Nkvd (il controspionaggio militare) per infiltrarsi nelle zone occupate dai nazisti. In un’eroica azione per far saltare un deposito di armi – di 28, si salvarono in 4 – riuscì a nascondersi dal nemico in un acquitrino, respirando con una canna; in un’altra, ferito per sempre a una gamba, fu portato a spalla oltre un fiume ghiacciato.
In ospedale, Vladimir passava metà razione di cibo alla moglie Marija in visita; fu scoperto, e lei quasi morì di fame. Avevano perso due figli, e Volodja a fine guerra fu un bambino iperprotetto; la madre, per sorvegliarlo, lavorava di notte. Il legame del padre con il Nkvd spiega la loro dacia, la tv e il telefono: e la preferenza di Volodja per il Kgb (i coetanei sognavano di fare gli astronauti) e il tedesco, per la volontà di dominare la lingua dei nemici del padre. Ora il russo Alexander Etkind (nel saggio La Russia contro la modernità, Bollati Boringhieri) attribuisce a una scelta “edipica” la “paleomodernità” di Putin: rispetto alla transizione energetica e digitale, il mondo antico del petrolio e dell’acciaio.