Oggi spose a Treviso
dalla nostra inviata Fiammetta Cupellaro«Wow! Come sei bella!». Quando il bambino vede la mamma sbucare vestita da sposa si emoziona e corre ad abbracciarla. Trevigiana, capelli rossi, Paola ha voluto che ci fosse anche lui, insieme alla nonna, alla sorella e alla nipotina, alla scelta dell’abito da sposa. Fino alla fatidica frase: «Scegliamo questo». Perché, se rito deve essere, nonostante un budget risicato nel pur benestante Nordest, che lo sia fin dall’inizio. L’atelier scelto da Paola occupa il seminterrato di una villetta a Castagnole, un paese alle porte di Treviso. Spazio messo a disposizione della Caritas da una famiglia di cui conosciamo solo il nome della proprietaria, Angelica. Gli accordi sono chiari: «Vi facciamo assistere alla scelta dell’abito, ma l’indirizzo della villetta deve rimanere anonimo». Qui, nella terra del benessere grazie a capannoni e vigneti di Prosecco, è stato ricreato un vero e proprio atelier per abiti da sposa di seconda mano. Ce ne sono più di duecento, donati da donne che, per scelta et…
«Wow! Come sei bella!». Quando il bambino vede la mamma sbucare vestita da sposa si emoziona e corre ad abbracciarla. Trevigiana, capelli rossi, Paola ha voluto che ci fosse anche lui, insieme alla nonna, alla sorella e alla nipotina, alla scelta dell’abito da sposa. Fino alla fatidica frase: «Scegliamo questo». Perché, se rito deve essere, nonostante un budget risicato nel pur benestante Nordest, che lo sia fin dall’inizio. L’atelier scelto da Paola occupa il seminterrato di una villetta a Castagnole, un paese alle porte di Treviso. Spazio messo a disposizione della Caritas da una famiglia di cui conosciamo solo il nome della proprietaria, Angelica. Gli accordi sono chiari: «Vi facciamo assistere alla scelta dell’abito, ma l’indirizzo della villetta deve rimanere anonimo». Qui, nella terra del benessere grazie a capannoni e vigneti di Prosecco, è stato ricreato un vero e proprio atelier per abiti da sposa di seconda mano. Ce ne sono più di duecento, donati da donne che, per scelta etica o per altri motivi, invece di tenerli negli armadi li hanno messi a disposizione di chi non ha il budget giusto. Senza pubblicità e solo con il passaparola, negli anni sono arrivate in tante: chi a portare l’abito, chi a prenderlo in prestito. «E se è vero che l’80 per cento delle neospose si rivolge a noi perché non ha i mezzi per comperarne uno nuovo» racconta Sara Scagnet, giovane volontaria della Caritas,«per altre è una scelta consapevole anti spreco. Perché, si chiedono, spendere tanti soldi per un vestito che indosso un giorno solo?». Quindi eccoci nella taverna della villetta trasformata in sartoria, accanto al garage. È un po’ fredda, ma qualche oggetto di arredamento basta a creare l’atmosfera: un paio di poltroncine posizionate davanti a una pedana per far accomodare chi assiste alle prove, un séparé per la privacy delle future spose, un lungo tavolo e qualche sedia.Nella stanza accanto ci si immerge in un mondo di bianco, tulle, ricami, strascichi e paillettes. Ogni abito è classificato e pulito: l’unica condizione che le volontarie pongono è di restituirlo dopo un passaggio in tintoria. Le taglie vanno dalla 38 alla 52, e gli abiti raccontano i cambiamenti della moda degli ultimi dieci anni. Ci sono modelli classici, altri più originali, qualcuno persino sexy. Si scelgono sfogliando un catalogo.Volontarie e corpetti Le volontarie Sara Scagnet e Rosella Lorenzetto fanno la spola dal garage alla taverna spostando uno stand carico di vestiti numerati. Paola si sposerà a breve: vuole un modello liscio con i fiori ricamati.
Prova e riprova
È al secondo matrimonio, ha 34 anni, punta a una cerimonia low cost. Aveva rinunciato a indossare il classico abito bianco per mancanza di soldi, poi ha sentito parlare dell’iniziativa della Caritas di Treviso e si è convinta. Titubante, all’inizio, perché racconta di essersi sentita a disagio nel ruolo di futura sposa con l’abito già usato. Poi, prova dopo prova, tra uno strascico da sistemare e un corpetto ricamato da stringere, si lascia andare. Intorno mamma, sorella e volontarie suggeriscono, consigliano, sistemano orli e fiocchi. Tutto come da copione. «Non chiediamo nulla alle future spose» dicono le volontarie. «Non ci interessa sapere se alle spalle hanno un divorzio, e neppure vogliamo conoscere il motivo che impedisce loro di acquistare un abito nuovo. Serviamo tutte. E allo stesso tempo diamo una nuova vita a vestiti che altrimenti sarebbero stati destinati a rimanere chiusi per decenni dentro gli armadi».
L’atelier si trova in una di quelle inconfondibili villette che popolano i paesini veneti: taverna accanto al garage e, due piani sopra, la casa vera e propria, con una collinetta a fare un po’ di scenografia e la scala esterna. Ad avere l’idea dell’atelier è stata Marta Feletto, jesolana, durante un percorso spirituale in Umbria dove si imbatté nell’Atelier di Santa Rita. «Mi avevano raccontato che le suore del convento di Santa Rita da Cascia sin dagli anni 50 ricevevano in dono da tutta Italia abiti da matrimonio, una sorta di ex voto da parte delle neo spose alla santa. Le suore mettono a disposizione gli abiti in cambio di un’offerta al convento. Incuriosita, sono andata a vedere e alla fine anch’io ho indossato un loro vestito, che poi ho rimesso in circolo». Ispirata dall’esperienza vissuta nel monastero, Marta si è chiesta: perché non farlo anche in Veneto? E ha costretto a ricredersi chi pensava che nel ricco Nordest poche donne avrebbero indossato un abito da sposa di seconda mano. Invece le clienti sono arrivate, eccome. Non solo. Con le loro offerte la Caritas aiuta le famiglie in difficoltà, si paga la mensa scolastica dei bambini, i farmaci per gli anziani.
Meno famiglie, più poveri
Sarà che in Italia, anche al Nord, il disagio continua a crescere. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam 2025 sulle disuguaglianze, più di 2,2 milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà assoluta, giovani e donne sono quelli più in difficoltà. Così anche organizzare la cerimonia per un matrimonio diventa un lusso. Le nozze in Italia sono in calo da tempo: nel 2023 ne sono state celebrate 184.207, in diminuzione del 2,6 per cento rispetto all’anno precedente (Istat). E forse non è un caso che al Sud la diminuzione sia stata maggiore (-5,8 per cento), mentre al Nord il dato è rimasto quasi invariato (-0,3). Dai rilievi dei primi otto mesi del 2024, la tendenza della rinuncia all’altare sembra accentuarsi, -6,7 per cento. Per contro, da Nord a Sud, aumentano le unioni libere da vincoli: negIi ultimi vent’anni le convivenze sono passate da 440 mila a 1,6 milioni. Ma chi si sposa non bada a spese: si paga molto per la cerimonia e tutto il resto, con l’abito che varia dagli 800 ai 5 mila euro. Il giro d’affari arriva a 4 miliardi l’anno. Senza sfarzi veneziani alla Bezos, il costo medio di uno sposalizio in Italia è di 22.100 euro, calcola il sito matrimonio.com, portale di riferimento del settore nuziale e parte del gruppo internazionale The Knot Worldwide. C’è però una nuova tendenza, segno dei tempi. Le spese per la festa stanno diventando più oculate, soprattutto da parte delle coppie più giovani, e anche quello del sì diventa talvolta un giorno ispirato alla tendenza eco-friendly e senza sprechi. Compreso il riciclo dell’abito per lei.«Riceviamo richieste ogni settimana da parte di future spose di ogni età. I “noleggi” sono partiti grazie ai frati trevigiani che all’inizio ci hanno aiutato parlandone durante alcune omelie. E sono decollati quando se ne sono interessati i quotidiani locali», spiega orgogliosa Marta Feletto. Raccontando che il vestito delle sue nozze è già finito altre quattro volte davanti all’altare.
Foto ricordo da altri mondi
Talvolta arrivano abiti protagonisti di storie che non hanno affatto un lieto fine. Come quello portato da una moglie che ha scoperto il tradimento del marito un anno dopo le nozze. Matrimonio finito: «Non lo voglio più vedere questo vestito, ci ha detto la signora consegnando alle volontarie un abito sfarzoso, ricamato con le perline. Era costato 5 mila euro, lo si vede ancora su Instagram, indossato dalle influencer. Ora è tra i più gettonati dalle future spose». Marta spiega che solo gli abiti troppo datati non li accettano più. «Mentre altri, pur bellissimi, non vengono tanto richiesti e allora li mandiamo alle suore missionarie che danno loro una nuova vita in altri Paesi. Riceviamo le foto di queste ragazze con i nostri vestiti, a migliaia di chilometri da qui, ed è bello pensare che continuano a rendere felici altre famiglie da qualche altra parte nel mondo. Non vogliamo chiamarla solidarietà, sappiamo bene che un vestito da sposa non cambia la vita delle persone. È soltanto un piccolo gesto tra donne, ma crea un legame, ci rende più vicine e per noi questo è un valore. Importante».
Sul Venerdì dell’11 aprile 2025