Questa specie di sauro (lo chiamavano l’iguana del rock) compie 78 anni tra tre giorni. All’epoca di Dirt (= sporco: un amplificatissimo blues nel secondo album degli Stooges, Fun House) Iggy Pop aveva ventitré anni, ma on stage non era molto diverso da oggi: carponi sul palco con pettorali, tartaruga e pacco sempre ben in evidenza (sì, sì, ancora! Alla soglia degli ottanta!); quando il vinile era in salute e i bootleg – dischi pirata realizzati con registrazioni live clandestine – erano ghiottonerie per intossicati di rock, ne uscì uno con una foto “siffrediana” di Iggy completamente nudo che i negozi smerciavano a centomila lire, una fortuna all’epoca).
Ma Iggy, prima che un sex symbol e un’iguana, è un’icona. Dei suoi Stooges – la band che insieme agli MC5 sono la gloria del rock di Detroit – e dei loro primi tre album c’è una cosa da dire: senza di loro il rock di fine anni Settanta (e le sue derivazioni, grunge compreso) avrebbe preso una piega diversa: gli Stooges erano pun…
Questa specie di sauro (lo chiamavano l’iguana del rock) compie 78 anni tra tre giorni. All’epoca di Dirt (= sporco: un amplificatissimo blues nel secondo album degli Stooges, Fun House) Iggy Pop aveva ventitré anni, ma on stage non era molto diverso da oggi: carponi sul palco con pettorali, tartaruga e pacco sempre ben in evidenza (sì, sì, ancora! Alla soglia degli ottanta!); quando il vinile era in salute e i bootleg – dischi pirata realizzati con registrazioni live clandestine – erano ghiottonerie per intossicati di rock, ne uscì uno con una foto “siffrediana” di Iggy completamente nudo che i negozi smerciavano a centomila lire, una fortuna all’epoca).
Ma Iggy, prima che un sex symbol e un’iguana, è un’icona. Dei suoi Stooges – la band che insieme agli MC5 sono la gloria del rock di Detroit – e dei loro primi tre album c’è una cosa da dire: senza di loro il rock di fine anni Settanta (e le sue derivazioni, grunge compreso) avrebbe preso una piega diversa: gli Stooges erano punk prima del punk, Sex Pistols prima di Sid & Nancy, dannati prima dei Damned, dirompenti prima dei Clash, autolesionisti prima dei Cobain. Il loro “strappo” (esatto, quello che si ode all’inizio della martellante Dirt) disorientò discografici, pubblico e critica: non sapevano “dove” metterli e finirono nel tritatutto dell’hard rock – oggi sappiamo che era un ingrediente estraneo.
Non erano in sintonia né con i postumi del flower power e della British Invasion né con la nascente idea della fusion – più con l’Experience di Jimi Hendrix e i Rolling Stones di Beggars Banquet casomai. Don Gallucci, produttore ex membro dei Kingsmen, riuscì miracolosamente a ricreare in studio la devastante potenza live della band, esaltando il suono di basso e batteria e creando un muro di suono che avanza implacabile verso l’ascoltatore come un’ondata lavica. Dirt è un blues (Iggy Pop adorava Howlin’ Wolf), ma rallentato, dilatato, elettrificato, esaltato a dismisura. Né heavy né hard, solo rock ad alto voltaggio.