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Massimo Giannini: è vero, i Centri antiviolenza funzionano

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PER POSTA Nonostante la vergogna dei tagli ai fondi del 70 per cento fatti dal governo
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Caro Giannini, la seguo sul giornale e in tv, ascolto il suo Circo Massimo e quasi sempre concordo con lei. Ma il suo podcast su Ilaria, Sara e le altre donne uccise in questi primi mesi dell’anno, mi trova in disaccordo sul punto in cui afferma che le donne non vengono ascoltate nemmeno dai Centri antiviolenza. Sono volontaria in uno di questi centri, mi occupo di accoglienza telefonica. Operiamo per farci conoscere e per spingere le donne a rivolgersi a noi, a parlare, a denunciare. Se passa il messaggio che nessuno le ascolterà, prevarranno sempre la diffidenza e la chiusura… Fermo restando che quello di cui c’è bisogno è la prevenzione a partire dalle scuole e la formazione di tutti gli operatori (una rivoluzione culturale contro il patriarcato), intanto sollecitiamo tutte a parlare, sempre. A denunciare, comunque. I Centri antiviolenza ci sono. Ascoltano. Accompagnano le donne nel percorso di uscita dalla violenza. Con ostinazione e quasi sempre con successo.

Giuseppina Filippi

G…

Caro Giannini, la seguo sul giornale e in tv, ascolto il suo Circo Massimo e quasi sempre concordo con lei. Ma il suo podcast su Ilaria, Sara e le altre donne uccise in questi primi mesi dell’anno, mi trova in disaccordo sul punto in cui afferma che le donne non vengono ascoltate nemmeno dai Centri antiviolenza. Sono volontaria in uno di questi centri, mi occupo di accoglienza telefonica. Operiamo per farci conoscere e per spingere le donne a rivolgersi a noi, a parlare, a denunciare. Se passa il messaggio che nessuno le ascolterà, prevarranno sempre la diffidenza e la chiusura… Fermo restando che quello di cui c’è bisogno è la prevenzione a partire dalle scuole e la formazione di tutti gli operatori (una rivoluzione culturale contro il patriarcato), intanto sollecitiamo tutte a parlare, sempre. A denunciare, comunque. I Centri antiviolenza ci sono. Ascoltano. Accompagnano le donne nel percorso di uscita dalla violenza. Con ostinazione e quasi sempre con successo.

Giuseppina Filippi

Giuseppina carissima, grazie di cuore di questa sua testimonianza, preziosa e generosa. Glielo confesso: in quel mio giudizio troppo affrettato mi ero fatto prendere dallo sconforto, nel vedere la tragedia dei femminicidi che si consuma ogni giorno nel silenzio cieco e sordo di una politica e di una società dove il patriarcato esiste e resiste. È chiaro che bisogna combattere la sub-cultura proprietaria del maschio violento, a tutti i livelli. Ma spesso cadono le braccia. Le cito due esempi di pochi giorni fa. Il primo: quell’immagine orribile del Senato, dove il sottosegretario alla Giustizia Sisto risponde a un’interrogazione sulla violenza di genere, e sullo sfondo si vedono i banchi della maggioranza completamente deserti. Il secondo: le motivazioni della sentenza di condanna dell’infame carnefice della Cecchettin, Filippo Turetta, al quale non sono state applicate le aggravanti perché le sue 75 coltellate alla povera Giulia sono frutto “di imperizia, non di crudeltà”. Non voglio neanche commentare questo doppio, ripugnante abominio. Ma a lei, Giuseppina, voglio dire grazie per quello che fa: i Centri antiviolenza – nonostante il governo porti sulle spalle la vergogna di aver tagliato i fondi del 70 per cento - sono forse l’unica realtà che funziona, perché ascolta e agisce, quando si tratta di aiutare una donna vittima del furore cieco di un uomo.

E se Trump in realtà fosse comunista?

Gentilissimo Giannini, mi è sorto un atroce dubbio: Trump, capitalista, presidente dello Stato che ha insegnato al mondo il capitalismo, sotto sotto, è forse comunista? Mi risulta che le prime regole del capitalismo dovrebbero prevedere la libera circolazione delle merci e la libera concorrenza, e quest’ultima a sua volta dovrebbe portare al miglioramento dei prodotti: i migliori emergono, mentre chi non lo è soccombe. I dazi, il protezionismo di Stato mi riportano alla mente la vecchia Urss nella quale la libera circolazione delle merci e la concorrenza erano un sogno… Mi domando quale sia lo scopo della politica trumpiana dei dazi. Pare proprio che il mondo ormai stia girando al contrario…
Giorgio Cornia (Bologna)

Gentilissimo Giorgio, se non fosse il titolo del libro del generale Vannacci – non proprio un maestro del pensiero contemporaneo - la direi proprio come l’ha detta lei: il mondo sta girando al contrario. Trump sta riportando indietro le lancette della Storia. Al 1800, quando gli Imperi si spartivano un pianeta chiuso ai commerci. Al 1930, quando Hoover varò lo Smoot-Hawley Tariff Act e propiziò la Grande depressione. Ha copiato da economisti improbabili, Navarro e Miran, la dottrina delle barriere doganali sui beni importati come leva per spingere le aziende a riportare le produzioni in America, ma non ha fatto i calcoli con le Borse. Con i colossi digitali, da Apple ad Amazon, che hanno perso centinaia di miliardi. Con i grandi fondi come Blackrock, con gli hedge fund come Pershing Square, con i fondi pensione come Calpers che gestiscono la previdenza di milioni di americani. E con i fondi sovrani come il China Investment Corporation, che hanno in portafoglio più di 700 miliardi di titoli del debito Usa. In due parole, come dice lei, non ha fatto i conti con quel “libero mercato” di cui lui stesso è l’espressione massima e degenerata. Tutto questo da un lato spaventa, ma dall’altro lato conforta. Vedrà che a staccare la stella allo Sceriffo di Washington, prima o poi, sarà proprio il cinico capitalismo che gliel’aveva consegnata con gioia il 5 novembre 2024.

Perché il cinema non sa più raccontare le paure globali?

Caro Giannini, erano gli anni 80 della Guerra fredda, io ero un bambino: in radio passavano Futura e Washington di Lucio Dalla… Tina Turner cantava We don’t Need another Hero e Sting Russians mentre al cinema c’erano War Games, The Day After, Spie come noi, Alba rossa. Musica e cinema affrontavano i temi del pericolo nucleare con chiavi diverse, tra incubi apocalittici, appelli accorati e immagini scioccanti. Oggi cinema e musica sono silenti. Disimpegno, mancanza di lettura della realtà, politically correct, censura: non sappiamo più raccontare le paure globali?
Daniele Piccinini

Caro Daniele, condivido. Tranne poche eccezioni (per lo più serie tv su Netflix e dintorni, da Fauda a Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom) effettivamente il panorama cine-musicale non aiuta granché a decifrare il presente. Però un film lo voglio citare, distopico ma tragicamente realistico: Civil War di Alex Garland. È uscito nel 2024, ma a vederlo oggi vengono i brividi.

Che cosa direbbe Ataturk della Istanbul di Erdogan?

Caro Giannini, forse Ataturk si rivolta nella tomba vedendo cosa succede in Turchia. Lui che, al crollo dell’Impero Ottomano, creò la laica e moderna Repubblica, condannerebbe certamente il governo dell’autocrate Erdogan. Se la Turchia fosse rimasta quella laica, ora sarebbe oltre che nella Nato anche nell’Ue?

Walter Merzagora, Milano

Caro Walter, lo scempio di democrazia compiuto da Erdogan è insopportabile. Ma le immagini che arrivano da Istanbul scaldano il cuore: milioni di persone in piazza - a protestare contro l’arresto del sindaco Imamoglu, avversario dell’autocrate - dicono che non tutto è perduto. Per loro, e anche per noi europei.

Sul Venerdì del 18 aprile 2025

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