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“Amblimblè”, un libro sui giochi di strada: la democrazia si impara in un cortile

(Ryan McVay / Getty images ) 

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Nascondino, campana, rubabandiera: sono gratuiti, interclassisti e autonomi dagli adulti. Per questo, spiega Piero Dorfles in un saggio, i videogames non li sostituiranno mai. Intervista
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«Il rischio, quando si parla di qualcosa in via di sparizione o addirittura già sparita, è fare un’operazione nostalgia. E non è questa la mia intenzione. Sono invece convinto che i giochi di strada resisteranno, come i libri. Non solo per il fascino del loro contenuto immaginifico, ma anche per l’insostituibile funzione che svolgono: aiutare il bambino a crescere in una dimensione di autonomia rispetto al mondo degli adulti». Nessun effetto Bauman, dunque. Fin dalle prime pagine di Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada, appena pubblicato da Manni, Piero Dorfles ci avverte che la sua non è una passeggiata nella memoria né l’invito a proteggere una tradizione, bensì la difesa attiva di pratiche di costruzione culturale «indispensabili nello sviluppo della persona e dei suoi rapporti sociali».

Piero Dorfles, scrittore, critico letterario e conduttore in radio e in tv 

Biglie, acchiappare…

«Il rischio, quando si parla di qualcosa in via di sparizione o addirittura già sparita, è fare un’operazione nostalgia. E non è questa la mia intenzione. Sono invece convinto che i giochi di strada resisteranno, come i libri. Non solo per il fascino del loro contenuto immaginifico, ma anche per l’insostituibile funzione che svolgono: aiutare il bambino a crescere in una dimensione di autonomia rispetto al mondo degli adulti». Nessun effetto Bauman, dunque. Fin dalle prime pagine di Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada, appena pubblicato da Manni, Piero Dorfles ci avverte che la sua non è una passeggiata nella memoria né l’invito a proteggere una tradizione, bensì la difesa attiva di pratiche di costruzione culturale «indispensabili nello sviluppo della persona e dei suoi rapporti sociali».

Piero Dorfles, scrittore, critico letterario e conduttore in radio e in tv 

Biglie, acchiapparella, rubabandiera, nascondino, quattro cantoni, campana o palla avvelenata, la lista è lunga quanto tradizioni e dialetti d’Italia e qui viene spuntata con la passione militante di chi riconosce in essa profondi vettori di senso, a loro modo eterni e non sostituibili da un’idea di gioco che si fa sempre più tecnologica, disincarnata e a-relazionale. Dice Dorfles: «I processi psicologici, linguistici e sociali che vengono innescati in un cortile, tra bambini che si organizzano da soli, secondo sistemi di regole antiche eppure modificabili con la massima libertà, sono molto importanti. Ma sono proprio quelli che stanno venendo meno, con il risultato di sottrarre alla formazione dei più piccoli tutta una serie di strumenti di organizzazione del pensiero, invenzione, relazione, rispetto sociale».

Stiamo perdendo i ferri del mestiere per diventare grandi.
«Il pericolo è quello, sì. Ma gliel’ho detto: non spariranno. Malgrado il mondo stia andando in altra direzione, i giochi di strada sono ineliminabili. Nelle scuole, negli asili, in altri specifici contesti, si dovrà necessariamente tornare a immaginare luoghi “protetti” da destinare al gioco, quello gratuito, senza nessuno che dica cosa fare o non fare e senza oggetti a mediare le differenze sociali e di classe».

Interclassismo e gratuità. Lei insiste molto su questo.
«Il luogo “protetto” dagli adulti produce meccanismi di solidarietà istintivi, compreso l’interclassismo. Il gioco di strada è paritario per definizione, perché fa a meno delle cose, basta un legnetto, una palla di stracci, un gessetto consumato. Sono le cose, il loro possesso, a distinguerci, mentre la fantasia condivisa unisce».

Amblimblè: le conte come forma letteraria.
«Lo sono, nel loro piccolo. E come tutte le forme letterarie comprendono una serie di cose che riguardano l’intera vita dell’uomo: sessualità, cucina, potere, re, regine, tutto questo entra a far parte del mondo delle conte, spesso costruite dai bambini a partire da linguaggi adulti che vengono riprodotti, modificati, trasformati in qualcosa di diverso. Una trasformazione che già di per sé è attività di libera fantasia, costruzione di pensiero, produzione culturale».

Ma sono anche un’autorità da rispettare.
«Sì, le conte alludono ai processi del potere, perché determinano chi in quel momento è in posizione subalterna. È una dura regola ma è la regola di un bambino, che può venir meno in ogni momento. Non è costrittiva, come quelle che vive in famiglia, e per questo ha un alto valore formativo».

Per lei questa è la prima vera palestra della cittadinanza. Ci spieghi.
«Pensi ai casi di conflitto, di incertezza, di dubbio sulle regole: quello è il momento in cui si impara a dirimere i conflitti attraverso la relazione, cosa fondamentale in una democrazia. C’è tutta una dimensione giurisprudenziale complessa, ma elaborata in autonomia, dietro ai processi innescati dalla contestazione di un bambino che dice: “non vale!”».

I giochi di strada sono un catalogo di varianti, adattamenti, tradizioni che si intrecciano e strutturano, ognuna con il proprio linguaggio. Nell’epoca del gioco tecnologico è roba controculturale assai.
«È una sorta di biodiversità della fantasia e della socialità che la tecnologia mi sembra non abbia molta intenzione di salvaguardare. Del resto non si vede perché dovrebbe farlo, visto che l’innovazione tecnologica non è guidata da chi gioca, ma da chi ha fatto il gioco. E poi c’è la questione del corpo, altrettanto importante».

Già. Nascondino e palla avvelenata non si giocano al tablet.
«Se eliminiamo il rapporto fisico con l’avversario nel momento del gioco, allora eliminiamo qualcosa che ha a che fare con l’esperienza dell’uomo. Il ricorso sempre più massiccio al gioco tech, dove si sta spesso da soli, in rapporto esclusivo con la macchina, limita i processi relazionali e la loro elaborazione simbolica».

A proposito di simboli, il lupo va alla grande nei giochi di strada.
«Eh, nella tradizione culturale contadina il lupo mangiava le galline, era il nemico della vita quotidiana che le conte e i giochi infantili rielaborano in modo ambivalente. Da un lato è strumento di esorcismo della paura, dall’altro chiama alla sfida, al superamento».

Ci racconta anche di come, senza saperlo, si giochi alla peste e al banditismo…
«L’acchiapparella evoca il contagio delle pesti millenarie della società medievale: quando vieni toccato sei in qualche modo infetto, puoi essere isolato o imprigionato. E guardie e ladri ci ricorda un contesto sociale di miseria dove un bambino guardava con più simpatia ai ladri che rubavano per fame che ai rappresentanti della legge. E anche lì c’è qualcosa che insegna, fin da piccoli: una distinzione tra la giustizia giusta e la giustizia ingiusta».

Come quando si paga pegno o si fa penitenza.
«Anche i pegni sono una forma di autoamministrazione, un confronto con la realtà che non è fatta di rose e fiori. C’è un elemento di sadismo, in certe penitenze, ma dobbiamo ricordare che siamo in uno spazio esistenziale che tende ad assorbire, autotutelare il gruppo dal sistema adulto. E come vede torniamo a quello che, assieme alla gratuità e all’interclassismo, è il punto decisivo: l’autonomia».

Sul Venerdì del 18 aprile 2025

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