Armando Vertorano, professione “domandiere”: “Vi racconto i segreti dei quiz televisivi”
di Antonio DipollinaPremessa: è sempre col quiz che ci danno i milioni. Ma, avvalorato l’insegnamento dei maestri, che storia quella delle domande in tv e della voglia degli italiani televisivi di rispondere a modo. Armando Vertorano ha 44 anni, irpino. Con gergo interno che somiglia a un’auto-punizione, si definisce “domandiere”. Ovvero è un fior d’autore televisivo, ha transitato per luoghi nobili dell’intrattenimento a quiz e non solo – Avanti un altro, Caduta libera, Scherzi a parte – e oggi è colonna del gruppo che ogni sera ordisce quel gran passatempo per milioni di italiani che è L’Eredità, Rai 1: ovvero come impadronirsi dell’attenzione popolare ogni giorno – chi indovina la Ghigliottina trascorre il resto della serata col buon umore, altrimenti si rimugina per ore sul fatto che nella tua vita rimane sempre qualcosa di inespresso.
Vertorano ha scritto un libro con un titolo – A doman…
Premessa: è sempre col quiz che ci danno i milioni. Ma, avvalorato l’insegnamento dei maestri, che storia quella delle domande in tv e della voglia degli italiani televisivi di rispondere a modo. Armando Vertorano ha 44 anni, irpino. Con gergo interno che somiglia a un’auto-punizione, si definisce “domandiere”. Ovvero è un fior d’autore televisivo, ha transitato per luoghi nobili dell’intrattenimento a quiz e non solo – Avanti un altro, Caduta libera, Scherzi a parte – e oggi è colonna del gruppo che ogni sera ordisce quel gran passatempo per milioni di italiani che è L’Eredità, Rai 1: ovvero come impadronirsi dell’attenzione popolare ogni giorno – chi indovina la Ghigliottina trascorre il resto della serata col buon umore, altrimenti si rimugina per ore sul fatto che nella tua vita rimane sempre qualcosa di inespresso.
Vertorano ha scritto un libro con un titolo – A domanda rispondo, Nottetempo edizioni – di quelli che se hai un titolo così poi devi farci un libro. Passa la storia dell’intrattenimento televisivo a forma di quiz, ma raccontata dall’altra parte, si gioca col passato, col presente e col futuro. Un titolo alternativo poteva essere “Dal controfagotto all’AI”, partendo da quella volta, anno 1955, nel quale il concorrente Lando Degoli a Lascia o raddoppia ebbe da eccepire sull’uso del controfagotto in Giuseppe Verdi. Diventò un caso nazionale. A seguire, in un racconto che innesca lucciconi nella fascia adulta, il Rischiatutto come appuntamento fisso, il quiz e le domande annesse che si fanno storia delle tv e del costume, con rivoluzioni – anche brutali – evidenti: il gioco che invade il mezzogiorno tv con Il pranzo è servito, il ribaltamento totale del Milionario, la scomparsa definitiva del quiz nozionistico e oggi il dilagare dei game-show che rendono del tutto impensabile il ritorno del quiz vero, con domande e risposte secche, tantomeno in prima serata.
Vertorano scava nella memoria e traccia una storia che è anche, eccome, socio-qualcosa: che tutto quanto sia nato, costruito e raccontato per giocare, è valore aggiunto.
La sua tesi: forse non tutti realizzano che dal tenore e livello delle domande dei quiz più popolari si ricava un check dello stato di salute della cultura media di un Paese.
«Ne sono convinto. E ne ho prova ogni giorno quando la selezione delle domande a L’Eredità diventa un lavoro collettivo che passa diversi gradi di giudizio, controllando e ricontrollando, decidendo quali sono le fonti giuste a cui attingere. Ma poi, quello che conta, è sentire che sei stato trasversale al massimo, che la domanda è in linea con la possibilità di rispondere per ogni singolo spettatore che hai di fronte».
Un guaio vero è il seguente: ci vogliono, anche, concorrenti giovani. Ma il pubblico a casa non lo è. Se fai una domanda su un tema del passato, il concorrente non sa rispondere. Se gli chiedi qualcosa di attualissimo e moderno, il pubblico a casa – che è quello per cui si fa la tv – si incupisce.
«Nel libro faccio l’esempio del film Ghost: per la generazione precedente è naturale, mentre il concorrente sui vent’anni, facilmente, non l’ha mai visto. È una lotta quotidiana: per fortuna il pubblico a casa è un po’ ringiovanito, cerchiamo mediazioni, anche se certi errori o silenzi fanno presto a diventare dei meme. E cerchiamo di sfruttare ogni opportunità».
Per esempio?
«Sanremo, soprattutto dall’era Amadeus in avanti. È fondamentale. Oggi facciamo tranquillamente domande su Olly, l’anno scorso sarebbe stato impensabile. E lo stesso vale per molti altri personaggi, musica, tendenze. Sanremo sdogana per sua natura».
Il quiz tv che cambia e asseconda il tempo, a sua volta in rapido cambiamento. Anche con strappi molto forti. Ci sono degli sventurati che quando videro Chi vuol essere milionario? la prima volta si chiesero: ma perché il concorrente invece di dare la risposta si mette a ragionarci sopra? E decretarono: “Questo quiz è una noia assoluta, non lo vedrà mai nessuno”.
«Il Milionario anticipava e annunciava appunto, in un certo senso, il nuovo spirito del tempo. La fine del nozionismo, la scelta tra più opzioni – per cui tutti dovevano avere una possibilità di azzeccarci anche se non sapevano niente di niente. E la chiacchiera lunga prima di rispondere, che permetteva al concorrente qualsiasi di esibire sé stesso. Non a caso stavano per arrivare i social».
Com’è il lavoro di “domandiere”?
«Faticoso e appagante il giusto, con molti aspetti tecnici che racconto nel libro in maniera divertita. E momenti surreali: abbiamo il divieto assoluto di qualsiasi contatto con i concorrenti, stiamo nascosti, capita di incrociarli a mensa o in giro per gli studi e non possiamo rivolgerci la parola, né far capire chi siamo. Loro ci guardano, magari mi ritrovo davanti uno che ha appena mancato una grossa vincita per colpa di una mia domanda. A quel punto fingo di essere un altro e ovviamente svicolo. È un mezzo Truman Show».
Altro riferimento che capiscono gli anziani. La parte del suo libro sulla costruzione delle domande e l’obbligo di perfezione che ci dev’essere è tra le più intriganti ma anche sorprendenti.
«Il controllo delle fonti, quali siano affidabili e quali no, è la gran parte del lavoro. Una volta era semplice: enciclopedie, dizionari, libri di storia e via. Da internet in avanti è un bailamme inestricabile».
Non me lo dica.
«Nel libro racconto l’esempio di una domanda sulle linee temporali di Guerre Stellari. Per venirne a capo ci sono voluti giorni».
Ma in quel caso non è meglio cassare la domanda e passare ad altro?
«E il gusto della sfida, diciamo, intellettuale?».
Giusto. Il gioco dei giochi è la Ghigliottina. Lei nella parte finale del libro si diverte parecchio.
«Con l’intelligenza artificiale ormai bisogna fare i conti. E così ho provato a usare un Chatbot per stilare la lista dei cinque indizi, immettendo gli elementi logici che sono alla base del ragionamento di noi umani quando scegliamo gli indizi».
In avvio, un disastro. Il Chatbot compila una Ghigliottina ma tra i cinque indizi c’è anche la parola che è invece la soluzione. Roba da prenderlo in giro per anni.
«Poi, pian piano, si aggiungono elementi e si perfeziona, gli si spiega questo e quello».
E così?
«Non ce la fa. O meglio, non riesce e non riuscirà mai, secondo me, ad avere tutte quelle sfumature e rispettare tutte le regole che il cervello umano sa di dover osservare e trova naturali».
Ovvero, il giorno in cui l’Ia sarà alla pari anche in queste sfumature, chiudiamo tutto.
«Il rischio c’è. Ma non succederà. Credo».
E adesso giochiamo. Ci fornisce una Ghigliottina da indovinare, difficile ma non impossibile?
«Solo a un patto. Vietato usare Google. Il bello, la fortuna del gioco, la sua popolarità, nascono dal fatto che il concorrente non può mettersi a fare ricerche. E spero che, nel poco tempo a disposizione, non lo facciano nemmeno a casa».
Proviamo.
«Questa mi piace moltissimo, ma in tv per vari motivi non possiamo utilizzarla: Tirare/Legge/Figura/Ventitré/A chi?».
C’è del sadismo.
«Un po’, sì».
(Pensateci su, poi scrollate fino a fondo pagina per la soluzione – e per capire perché non sarebbe adatta a una ghigliottina in tv)
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La soluzione è: SCEMO