Quando i dinosauri saremo noi: che cosa resterà della civiltà umana
di Alex SaragosaÈ famosa la scena finale del film Il pianeta delle scimmie del 1968, in cui un astronauta, che credeva di essere arrivato su un pianeta alieno, scopre la testa e la torcia della Statua della Libertà, capendo di essere in realtà tornato sulla Terra, distrutta da un conflitto nucleare. «È un perfetto esempio di tecnofossile, cioè di quanto potranno trovare i miei colleghi di un lontano futuro della nostra civiltà industriale», dice Jan Zalasiewicz, geologo e paleontologo dell’Università di Leicester, che con la collega Sarah Gabbott ha scritto Discarded: How Technofossils Will be Our Ultimate Legacy (Abbandonati: come i tecnofossili saranno la nostra ultima eredità, Oxford Academic Press). «Quella scena però è irrealistica: di New York resteranno forse strutture sotterranee come i tunnel della metro, mentre la Statua della Libertà, fatta di lastre di metallo, sparirà, corrosa dal vento marino».
È famosa la scena finale del film Il pianeta delle scimmie del 1968, in cui un astronauta, che credeva di essere arrivato su un pianeta alieno, scopre la testa e la torcia della Statua della Libertà, capendo di essere in realtà tornato sulla Terra, distrutta da un conflitto nucleare. «È un perfetto esempio di tecnofossile, cioè di quanto potranno trovare i miei colleghi di un lontano futuro della nostra civiltà industriale», dice Jan Zalasiewicz, geologo e paleontologo dell’Università di Leicester, che con la collega Sarah Gabbott ha scritto Discarded: How Technofossils Will be Our Ultimate Legacy (Abbandonati: come i tecnofossili saranno la nostra ultima eredità, Oxford Academic Press). «Quella scena però è irrealistica: di New York resteranno forse strutture sotterranee come i tunnel della metro, mentre la Statua della Libertà, fatta di lastre di metallo, sparirà, corrosa dal vento marino».
Il tempo considerato da Gabbott e Zalasiewicz, infatti, non è quello storico dei secoli e millenni che ci hanno restituito necropoli, grandi monumenti e intere città pieni di reperti, ma quello geologico delle decine o centinaia di milioni di anni. E su quella scala, ben poco resiste.
Un biglietto per la lotteria
«Fra cento milioni di anni la Terra sarà completamente diversa dall’attuale. A causa dei movimenti tettonici, aree oggi abitate saranno diventate alte montagne o fondo marino. Catene montuose saranno state erose, vulcani avranno coperto di cenere i loro dintorni, laghi si saranno prosciugati, pianure saranno finite sotto chilometri di sabbia o fango, e così via. Lasciare tracce che resistano a simili sconvolgimenti e testimonino il passaggio di questa nostra epoca sulla Terra sarà molto difficile. Anche perché poi gli spessi strati di sedimenti divenuti rocce che conterranno quelle tracce dovranno essere riportati a loro volta in alto dalle forze tettoniche, e consumati dall’erosione fino ad esporre alla luce i tecnofossili: insomma, è più facile vincere alla lotteria. Potrebbe aiutarci, però, l’aver prodotto miliardi di tonnellate di manufatti: qualcuno potrebbe estrarre quel raro biglietto vincente».
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Ma non saranno, dicevamo, i resti rimasti in superficie. «Essere esposti agli elementi rende quasi impossibile la conservazione. Le stesse piramidi egizie, enormi ammassi di pietre, dopo soli 5 mila anni già mostrano segni di erosione, nonostante il secco clima egiziano. E anche metalli, plastiche, legno e altri materiali organici, esposti a luce, vento, pioggia, acque salate, acide o alcaline, torneranno a forme indistinguibili da quelle naturali sui tempi geologici. Resteranno, però, invisibili indizi di una perduta civiltà industriale che i miei colleghi futuri (chissà, magari di ritorno dalle colonie su Marte, ndr) potrebbero scoprire: ciottoli fatti di cemento e mattoni di case, ponti e dighe, leghe artificiali come le punte delle biro in carburo di tungsteno, elementi radioattivi rilasciati dai contenitori di scorie nucleari, o composti organici quasi indistruttibili, come il teflon, il Ddt o le diossine. Nulla da esporre nei musei, però», dice Zalasiewicz.Ciò che finirà nelle teche, invece, è ciò che sarà sepolto. «Fossili di esseri viventi, vecchi anche più di tre miliardi di anni, si sono preservati proprio perché coperti da ceneri vulcaniche, oppure da sedimenti in fondo a oceani o a lagune povere di ossigeno. Preservati dalla sepoltura, i nostri tecnofossili saranno molto più spettacolari dei tirannosauri. I miei futuri colleghi rinverranno, in profondi strati di roccia, spessori di bitume misto a ghiaia, larghi solo qualche metro ma estesi per chilometri e chilometri: capiranno che erano strade? E che penseranno delle sottili, ma interminabili linee di minerali di rame azzurri e verdi, che un tempo erano cavi elettrici? O dei mucchi d’oro, metallo quasi inalterabile, ultima traccia dei caveau dove erano conservate le riserve auree? Forse su alcuni lingotti saranno ancora leggibili numeri e lettere punzonati milioni di anni prima».
Libri come papiri di Ercolano
Per non parlare delle discariche, vere cornucopie di tecnofossili. «Quei luoghi offrono un ambiente con poco ossigeno e umidità, che predispone alla conservazione. Se la discarica non verrà erosa, ma sepolta, ciò che c’è dentro, anche se appiattito e arrostito dalla pressione degli strati di roccia sovrastanti, rivelerà la sua natura artificiale. Si potranno così rinvenire strani ammassi di metalli, spesso ridotti a croste di ossidi e solfuri, plastica e vetro, che un tempo erano state auto, lavatrici o frullatori. Armadi in legno fossilizzato e persino libri, quasi intatti, ma carbonizzati come i papiri di Ercolano. E una marea di ossa di pollo, bovini e suini fossili, molto più comuni dei fossili di selvatici: capiranno che si tratta di resti di animali allevati», spiega il paleontologo. Più difficili da interpretare saranno altri reperti. «Le pale in fibra di vetro o carbonio delle turbine eoliche e i vetri dei pannelli fotovoltaici spesso non vengono riciclati ma sepolti in discariche. È quindi probabile che si conserveranno. Non sarà facile capire cosa siano, ma se ci riusciranno dedurranno che la nostra società a un certo punto ha cercato di abbandonare carbone e petrolio, per alimentarsi con sole e vento».A questo proposito, paradossale sarà il destino della plastica che permea il nostro mondo. «Una minuscola parte forse supererà l’abisso del tempo quasi intatta. Anzi, l’improvvisa comparsa negli strati di roccia di abiti in fibre sintetiche– mentre quelli in tessuti naturali non sopravvivranno – forse farà credere ai miei futuri colleghi che prima di essi gli umani andassero in giro nudi. Ma quasi tutta la plastica si disgregherà invece in microparticelle, un po’ delle quali verranno digerite dai funghi e batteri che decompongono polimeri naturali, ma per lo più finiranno mescolate ai sedimenti nelle profondità dei mari, dove, sottoposte a pressioni e calore elevati, diventeranno di nuovo petrolio».
E che fine faremo noi, ci fossilizzeremo? «Viste le decine di miliardi di persone passate sul pianeta, certo qualcuno fossilizzerà. Quelli sepolti nei cimiteri, però, giacciono in fosse superficiali, e senza una subsidenza del terreno, erosione e decomposizione prima o poi distruggeranno tutto. È più facile che fossilizzino persone sepolte sotto grandi cumuli di macerie, per guerre o terremoti, o chi è stato coperto da cenere vulcanica, come le vittime di Pompei e Ercolano, o chi è finito sul fondo senza ossigeno di laghi e mari».Ecco allora un consiglio per chi voglia essere esposto in un museo come tecnofossile fra cento milioni di anni: «dovrebbe farsi inumare in un blocco di cemento, gettato poi in mare in un’area che stia sprofondando, come la laguna veneta. Con molta fortuna sarà rinvenuto da un mio collega che riconoscerà l’origine artificiale di quel blocco, e dopo averlo aperto scoprirà la mummia o le ossa o almeno il calco del corpo, e qualche tecnofossile personale, tipo cellulare, occhiali, dentiera, protesi in titanio o camicia di poliestere. Avrà certo un posto d’onore nel museo».
La sentenza ai posteri
Difficile immaginare che cosa capiranno gli scienziati futuri della nostra civiltà, non sapendo che cosa troveranno e tanto meno come saranno quegli ipotetici paleontologi. «Ma prendiamo un oggetto rivelatore che rinverranno in gran quantità: milioni di tastiere da computer più o meno deformate e carbonizzate. Per noi a cosa servano è ovvio, ma se loro non usassero scrittura o magari mancassero di dita, cosa ne capirebbero? Una cosa però è certa: alla fine dei loro studi, non ci faremo una grande figura. Capiranno che eravamo una specie che, in un battito di ciglia geologico, ha dilapidato le risorse del pianeta, trasformandole in montagne di rifiuti, distruggendo la biodiversità, inquinando l’ambiente e alterando il clima». E così, forse, si spiegheranno anche che cosa ci abbia estinto.
Sul Venerdì del 18 aprile 2025