Coltivare senza diserbanti si può: la storia di Giuseppe Oglio
dalla nostra inviata Brunella GiovaraGambolò (Pavia). E se uno proprio vuole, può anche sdraiarsi comodo in questo campo, a contare le formiche o a ragionare sul futuro di questa stessa terra, o tutte e due le cose. «Qui non diserbo dal 1987», quindi sono 38 anni che Giuseppe Oglio non sparge chimica sulla sua proprietà. A parte il non evitabile inquinamento atmosferico, si può ben dire che questa sua fetta di Lomellina è sana, incredibilmente verde, profumata di fiori e perciò piena di api (e anche coccinelle, e lombrichi belli grassi). Oasi nel deserto. Intorno ci sono migliaia di ettari geometrici e grigio-marròn, accuratamente sterilizzati da qualunque traccia di vita apparente, e già pronti per le prossime semine, che per lo più sarà riso. Ed essendo contadino, Oglio non è per niente poeta, perché ha studiato agraria a Voghera e poi a Milano, e conosce il potere della chimica, quello che uccide tutte le erbe, quello che concima a forza le colture. Perciò ha fatto la scelta di rinunciarvi, quando il biologico non era…
Gambolò (Pavia). E se uno proprio vuole, può anche sdraiarsi comodo in questo campo, a contare le formiche o a ragionare sul futuro di questa stessa terra, o tutte e due le cose. «Qui non diserbo dal 1987», quindi sono 38 anni che Giuseppe Oglio non sparge chimica sulla sua proprietà. A parte il non evitabile inquinamento atmosferico, si può ben dire che questa sua fetta di Lomellina è sana, incredibilmente verde, profumata di fiori e perciò piena di api (e anche coccinelle, e lombrichi belli grassi). Oasi nel deserto. Intorno ci sono migliaia di ettari geometrici e grigio-marròn, accuratamente sterilizzati da qualunque traccia di vita apparente, e già pronti per le prossime semine, che per lo più sarà riso. Ed essendo contadino, Oglio non è per niente poeta, perché ha studiato agraria a Voghera e poi a Milano, e conosce il potere della chimica, quello che uccide tutte le erbe, quello che concima a forza le colture. Perciò ha fatto la scelta di rinunciarvi, quando il biologico non era neanche di moda, basando il suo essere su un’agricoltura antica eppure rivoluzionaria.
Se l’agricoltura tradizionale oggi è quella del diserbo spinto, che è l’intensivo, lui ha scelto di restare nel vecchio, il poco ma buono, il pulito, l’equilibrio dove comanda la natura, non l’uomo. Il che, non è semplice.Anzi, è una battaglia.
Toccare il meno possibile
Vederlo coltivare alla sua maniera i suoi trenta ettari («siamo un’azienda piccola…») ha sempre dato fastidio ai grandi, che lavorano chilometri di terra con trattori da 200 mila euro, con il computer e l’aria condizionata. E può sembrare patetico, vederlo salire sul suo Massey Ferguson 155, comprato dal padre negli anni Cinquanta, ma dietro al vrum vrum del trattore scolorito c’è la filosofia di un agricoltore selvatico, che pure funziona, se ad aprile ha venduto quasi tutto il raccolto, e la Cascina Casalina è da anni oggetto di studio, tesi di laurea, studenti che vengono qui ad imparare la semina a spaglio – che è poi quella a mano (se c’è qualcuno che ancora lo sa fare, si alzi e lo dica).«Cominciamo dall’importanza delle erbe infestanti», noi le chiamiamo erbacce, lui le ama. «La convivenza aiuta a rendere le coltivazioni più resistenti, così come la semina contemporanea di più varietà», e si intende resistenti alla siccità, che è il problema cronico d’Italia, non solo della provincia di Pavia.
Poi, bisogna usare sementi antiche, «alcune ereditate da mio nonno, altre comprate, molte scambiate con altri contadini appassionati», visto che l’agricoltura selvatica non si pratica solo qui, ma anche in altre zone, e solo in appezzamenti piccoli o medi. Inoltre, bisogna «toccare il terreno il meno possibile». E qui si arriva alle macchine. Non si ara, non si rivolta la terra, «basta grattarla appena, al seme è sufficiente stare un centimetro sotto», e l’aratro comprato anni fa, prima della svolta, è parcheggiato nel cortile della cascina, «un ricordo del passato» così come il trattore John Deere del ’93 «che uso solo per i fossi». Sì invece alla mietitrebbia degli anni Sessanta, e al trattore-giocattolo Ferguson «che ha una frizione e una marcia ed è quasi come un cavallo. Come si usava nel dopoguerra: io lavoro i campi come si faceva allora». Allora si cominciò a diserbare, e «fino agli anni Settanta, cioè quando sono nato io, c’erano molti agricoltori che avevano proprietà come la nostra, dai 10 ai 100 ettari. Poi hanno lasciato, venduto, e sono nati i grossi, che vanno dai 150-200 ettari in su. Sono rimasto solo», circondato da grandi aziende «a cui certamente non posso dare fastidio, avendo una produzione piccola». Ma ci sono alcuni nemici sconosciuti, come i vandali che gli hanno tagliato gli alberi che circondavano i suoi campi, o li hanno bruciati, o «uccisi con il glifosato sulle radici». Ha denunciato, gli restano mezzi tronchi, oltre alle piante selvatiche poi seminate dagli uccelli, i ciliegi, i meli, il pero cotogno, e persino un noce che fa ben sperare. «Nel 2014 ho avuto un grave incidente, ho perso una gamba. E tutti dicevano: “Oglio adesso venderà, venderà…”. Ma io ho tenuto duro», e lo può ben dire, visto che possiede anche una gamba da acqua, per i lavori nel riso, ad esempio.
È certo un esemplare resistente di homo sapiens, in questo uguale all’enorme pioppo nel cortile della cascina, piantato almeno 300 anni fa, abbattuto da un uragano recente, «ma lo abbiamo tirato su con la gru, ed è ripartito», nuovi rami, nuove foglie, stupisce la posizione reclinata, però è ben vivo. «Nessuno pianta più gli alberi sugli argini, che pure sono utili. Io ho meli e peri spontanei, di 30 e 40 anni. I gelsi me li hanno abbattuti quasi tutti, invece». E qui, «metterò il riso. E là, c’è il grano Senatore Cappelli, ma quello originale, che vien su fino a 1 metro e 60». Insieme, il pisello selvatico, a fiore bianco, o rosso, o verde. «Credo molto nella mescolanza, perciò semino pisello e grano, o pisello e farro, o pisello e orzo. Il fagiolo borlotto con il grano saraceno, il saraceno con il riso» – mentre avanza un giovane fagiano, che poi se ne va per i fatti suoi.
La fattoria degli animali
I 30 ettari di Oglio attirano i selvatici, «qui vivono due falchi, una coppia di tassi, una volpe. Poi ci sono le api che fanno il miele sugli alberi, così», insomma è un mondo poco visto, che meriterebbe una Doc, si potesse. «Di certo non seguo i parametri del mondo moderno, pur essendone circondato», la Statale che corre così vicina, l’abbandono di molta spazzatura, come succede ovunque. Gli scarichi illegali di fanghi e percolati, che colorano i ruscelli di arancione e preoccupano chi ancora crede a certe cose, come Monia, la compagna di Giuseppe, e Gianni e Luigi, amici e aiutanti di grande età e passione. E i proprietari della tenuta ex Necchi, ora albergo di lusso. Vale la pena investire tutti quei soldi, se poi qualcuno brucia i campi con i liquami, che infiltrano la terra e ti arrivano fino alla porta? Una che ci credeva era Giulia Maria Crespi, «che sperimentò tra i primi il biodinamico nei suoi poderi. Allora c’era il Centro Botanico, a Milano… E ricordo che vennero i loro tecnici, per la certificazione dei miei prodotti, che però sfuggivano ai loro parametri».
Il mix sementi ed erbe spontanee, il loietto e il trifoglio che cresce assieme al grano. L’acetosa, il miglio, il tarassaco e la camomilla, «infatti a volte il mio riso profuma di quella, ma piace così». Poi, ci pensa la macchina separatrice, a dividere i semi. «Non quella ottica, ma solo meccanica. Metti il crivello più grosso, ed escono i piselli…». E il terreno è soffice, per quanto non lavorato, o quasi. «Per il resto del mondo questo è solo un prato. Invece è un campo, che produce». Perciò è stato accusato da alcuni di aver “rubato” l’acqua del Cavo Baggino, di cui è comproprietario. Accusato di aver sprecato l’acqua preziosa per irrigare campi considerati “incolti”, il processo è ancora in corso. «Certo, con i miei metodi non fai la produzione del chimico. Ma il mio non è un hobby: il reddito c’è, e lo spiego sempre quando mi invitano ai convegni. È una tecnica che va bene per i piccoli proprietari e il raccolto è di 15-20 quintali a ettaro. Se usassi i prodotti che usano gli altri, arriverei a 60. Ma sai la soddisfazione».
La produzione va via con i GAS, i gruppi di acquisto solidale, non solo a Milano. Infine, offre un bicchiere di un suo vino preistorico, da uva bianca rara, vite non potata, cresce sulle ripe e viene quel che viene. Sapore di legno, aromi misteriosi, bevuto accanto all’albero delle galline (un tasso su cui alle 17 precise tutte si ritirano, come bravi soldati). Intorno, una natura spettinata dove “c’è un equilibrio”, di tronchi caduti che diventano tane di lepri, di prati sempre verdi, quando non piove e quando piove troppo. È anche bellissimo, tra l’altro.
Sul Venerdì del 18 aprile 2025