Barricate. «Adesso tocca a voi farle», mi aveva sussurrato il nonno prima di chiudere gli occhi. A 98 anni la morte gli appariva in parte un sollievo. «Tocca a voi», ripeteva, «e spero che non sia inutile come lo è stato per me».
“Barricate”. Se n’era accennato a scuola, ma precisamente non ricordavo niente. Così ho estratto il telefonino. “Il 31 luglio 1922 i sindacati di sinistra indissero lo sciopero legalitario suscitando la reazione dei fascisti che assediarono la città di Parma condotti da Italo Balbo. Il 1°agosto furono erette barricate... Gli scontri durarono fino al 6 quando i fascisti si ritirarono”. Di quella gloriosa masnada si ricordavano solo i capi e le vittime: Guido Picelli alla testa degli Arditi del Popolo; Antonio Cieri, un anarchico che guidava le Formazioni di difesa proletaria; e le vittime, Gino Gazzola, Ulisse Corazza, Giuseppe Mussini e Mario Tomba. Ad alcuni Parma aveva dedicato una via, una scritta di marmo nell’illusione di un imperituro ricordo.
Ho deciso…
Barricate. «Adesso tocca a voi farle», mi aveva sussurrato il nonno prima di chiudere gli occhi. A 98 anni la morte gli appariva in parte un sollievo. «Tocca a voi», ripeteva, «e spero che non sia inutile come lo è stato per me».
“Barricate”. Se n’era accennato a scuola, ma precisamente non ricordavo niente. Così ho estratto il telefonino. “Il 31 luglio 1922 i sindacati di sinistra indissero lo sciopero legalitario suscitando la reazione dei fascisti che assediarono la città di Parma condotti da Italo Balbo. Il 1°agosto furono erette barricate... Gli scontri durarono fino al 6 quando i fascisti si ritirarono”. Di quella gloriosa masnada si ricordavano solo i capi e le vittime: Guido Picelli alla testa degli Arditi del Popolo; Antonio Cieri, un anarchico che guidava le Formazioni di difesa proletaria; e le vittime, Gino Gazzola, Ulisse Corazza, Giuseppe Mussini e Mario Tomba. Ad alcuni Parma aveva dedicato una via, una scritta di marmo nell’illusione di un imperituro ricordo.
Ho deciso di rivisitare quei luoghi. Attraversato il ponte Caprazucca sono approdato in piazzale Rondani dove una città un po’ compiaciuta e molto distratta ha collocato molto in ritardo il monumento che ricorda quei giorni del ’22: un telaio di legno che sorregge e inquadra dei lastroni come quelli di cui si componevano le barricate. La sintesi è un verso del poeta Attilio Bertolucci: “Si erano vestiti dalla festa per una vittoria impossibile nel corso fangoso della storia”. E poi la chiusa: «Vincenti per qualche giorno, vincenti per tutta la vita”.
Piazzale Rondani è il polo scolastico dove ho trascorso la mia adolescenza. Chissà se i ragazzi che lo frequentano oggi sanno che i loro bisnonni hanno combattuto contro diecimila camicie nere che assediavano la città in rivolta. Allo sbocco su viale Vittoria, una prima barricata impediva l’accesso al cuore dell’Oltretorrente, mentre una seconda era all’intersezione con borgo San Giuseppe come estrema difesa. In tutto erano 21 gli sbarramenti. I fascisti avevano deciso di attaccare soprattutto a nord, nel rione Trinità. Balbo e Farinacci erano convinti che in poche ore avrebbero sbaragliato le difese e sarebbero entrati cantando Giovinezza schierati a coorte. Erano arrivati in treno dalla vicina stazione e non si erano dati la pena di attaccare su fronti più lontani. Il baricentro della battaglia dovevano essere borgo del Naviglio, borgo Gazzola e via Saffi. Da lì, dov’era il nucleo più agguerrito dei “sovversivi”, si sarebbe potuti arrivare in una manciata di minuti in piazza Garibaldi, al Comune, al Duomo e al Vescovado, al potere civile e spirituale della città.
Noi del Naviglio
Ci sono luoghi simbolo in tutte le guerre. Della breve guerra dell’agosto 1922, il Naviglio è certamente quello eletto a sintesi di quei giorni. Più che dall’uomo è modellato dal canale. Borgo Gazzola prende il nome dalla più giovane vittima di quelle giornate, un quattordicenne garzone di falegname che scrutava da vedetta sui tetti e fu centrato da un cecchino in camicia nera. Lì c’è “l’averta” che in dialetto parmigiano significa l’apertura. È un luogo di resistenza, ma anche di fatica. Su quei marmi si sono spaccate la schiena schiere di lavandaie insaponando le lenzuola dei ricchi. Noto a destra della fontana del borgo una piccola insegna di marmo. È dedicata ad Antonio Cieri, da sempre a fianco del comandante Guido Picelli. Sotto al suo nome la Federazione anarchica italiana ha inciso la scritta “Anarchico e ardito del popolo”.
Faccio fatica a ritrovare quello spirito combattivo. I cognomi sui campanelli per la metà sono stranieri. Un’altra consistente parte è di altre regioni italiane. I volti che spuntano dalle case esprimono mestizia e rassegnazione. Manca loro un Picelli, un Cieri e un “sol dell’avvenir”. All’inizio del Naviglio, la targa a ricordo di quell’agosto e della Resistenza porta la data del 1955. È un marmo ormai scolorito. «Noi del Naviglio ricordiamo», comincia, e la “enne” di noi che è caduta in avanti come il Corridoni di via Bixio. Ci sono i sei caduti nell’agosto e i 13 trucidati durante la Resistenza, riuniti in un’unica iscrizione perché la Resistenza è una categoria immortale che attraversa stagioni e secoli. Ora toccherebbe a me, a quelli della mia età, come ha stabilito mio nonno, ma, cresciuti figli unici e nell’era dell’individualismo, non riusciamo a ritrovarci.
Nel 1922 la miseria accomunava tutti, l’arroganza dei ricchi si abbatteva allo stesso modo egalitario. I portoni sono rimasti piccoli per uomini e donne cresciuti senza proteine, con i femori accorciati dalla polenta. Le finestre sono piccole per offrire minor breccia al freddo e alla fumera della pianura. Un’edilizia al risparmio, rachitica. Poco distante dall’imbocco del Naviglio, c’è la sede del “Club dei 27”, covo di melomani verdiani. Forse l’Aida è il canto che più incarna ciò che è oggi il Naviglio, il potente lamento di un popolo spodestato e disperso.
La patria “sì bella e perduta”, è quella che non c’è più in questi borghi. Allora fu furor di popolo. Tutta la zona dei borghi tra via Garibaldi, viale Mentana, via Saffi e le strade attorno a via Imbriani alle spalle della chiesa dell’Annunziata, insorse per istinto e chi dalle finestre, chi dai tetti, chi in strada con armi rudimentali e qualche schioppo, si mobilitò. Qualcuno a sassate o sacrificando dalle finestre quel poco di mobilio che aveva in casa. Ho letto che sulle barricate si ritrovarono socialisti, comunisti, anarchici, Arditi del Popolo reduci dalle trincee della guerra dolomitica e soldati semplici già avvezzi alla battaglia, umiliati dalla criminale disciplina di Cadorna.
L’Adelchi tra bio e dehor
Il borgo delle Colonne è il più “rosso” dove il Partito comunista era pressoché plebiscitario. Mi viene in mente, passando tra case ristrutturate a lusso, affiancate da catapecchie abitate da stranieri, tra locali con il dehor e negozi bio, il terzo coro dell’Adelchi: “Un volgo disperso che nome non ha”. Ho idea che il volgo qui non abbia avuto eredi. Mio nonno si è sbagliato. È vero che tocca a noi, ma gli attrezzi mancano. Siamo tutti falegnami senza pialla. Pensieri che insorgono mentre imbocco via XX Settembre. Già nell’aprile del 1921, le camicie nere inseguirono i socialisti e le loro bandiere ma non riuscirono a violare la piccola enclave rossa perché li accolse una selva di spari. Morì il veterano di guerra Italo Strina, calzolaio trentanovenne. Ed è sempre lì che si formano gli Arditi del Popolo, un centinaio di uomini addestrati alla guerra nelle trincee capitanati da Picelli. Nel ’21 sfilano come truppa fino alla Camera del lavoro di via Imbriani. Un gesto di sfida in un’Italia già sotto la minaccia del manganello. Picelli stabilisce il quartier generale in borgo del Naviglio al numero 23 nell’osteria Speculati il cui titolare, non a caso, si chiamava Spartaco.
Il coraggio di Maria Viola
Le camicie nere che avevano ucciso Strina erano arrivate da via Garibaldi imboccando via XX Settembre. A metà di questa strada, i sovversivi avevano eretto il “Trincerone”, uno degli sbarramenti più importanti della Resistenza parmigiana.Tra il “Trincerone” e il Naviglio, il perimetro della miseria, si ebbero gli scontri più cruenti. È lo stesso Picelli a raccontare l’angoscia di quei giorni nelle sue memorie. «Il terzo giorno», racconta, «i fascisti bloccarono i passaggi obbligatori che conducevano all’Oltretorrente. Il collegamento venne perduto. I colombi viaggiatori impiegati come mezzi di comunicazione furono lanciati tutti. Finalmente un’operaia riuscì a raggiungere la sede del comando degli Arditi in Parma vecchia e a consegnare un biglietto nascosto trai capelli». Annunciava la morte di Gazzola e di Carlo Mora e il ferimento di un portaordini. Il biglietto era anche un’estrema richiesta di soccorso: «Munizioni quasi esaurite, mancano i viveri. Si chiede l’invio immediato di pallottole da fucile e da rivoltella. Diversamente saremo costretti a ripiegare sull’Oltretorrente nella notte». L’intrepida staffetta Maria Viola torna con un buon numero di caricatori e un biglietto di risposta. «L’ordine è resistere e morire sul posto. Voi ne siete capaci». Ritirata!Il 6 agosto i fascisti decidono di ritirarsi. La resistenza della città e il clamore della vicenda li convincono a togliere l’assedio. Mi fermo e rifletto mentre immagino la lotta tra quelle case. Alla fine comprendo che, scomparsi i protagonisti, il loro gesto di rivolta è il solo che rimane vivo. Ed è forse questo che ha voluto comunicarmi mio nonno. Tutto quel che è accaduto in quei sei giorni è l’ostinata opposizione contro la prepotenza. “Balbo e tè passé l’Atlantic mo miga la Perma” (Balbo hai passato l’Atlantico ma non il torrente Parma) scrissero i parmigiani sul muro dell’Oltretorrente. L’epitaffio gli fece più male delle pallottole.
Sul Venerdì del 18 aprile 2025