Scam city, le città delle truffe
di Monika Bulaj e Theo Guzman. Foto di Monika BulajPelle ossa, sdraiato su un pancaccio di ferro, appena entriamo ci fa segno di andarcene: «Go, goooo away». Ha visto la macchina fotografica e non ne vuole più sapere di parlarci. Ma poi si calma, si mette di schiena e accetta di raccontare la sua storia anche se a monosillabi, la voce spezzata da una malattia respiratoria: «Sono qui dal 2023» ci dice Yong (nome di fantasia).Il “qui” è Shwe Kokko, la più famosa Scam City in Myanmar, una delle tante “città della truffa” che negli ultimi quattro anni sono fiorite lungo i confini tra la Thailandia e la guerra birmana.
Yong ha trent’anni e lavorava nella stessa stanza con altri cinquanta scammer – truffatori – o dog, cani, come si chiamano tra loro questi ladri virtuali che “scannano” – centinaia di migliaia di “maiali”. Ovvero quei comuni cittadini in giro per il mondo convinti sulle chat a investire in criptovalute salvo poi vedersi svuotato il conto.Yong soffre di una malattia che finirà di guarire in Cina, dove è stato rimpatriato il …
Pelle ossa, sdraiato su un pancaccio di ferro, appena entriamo ci fa segno di andarcene: «Go, goooo away». Ha visto la macchina fotografica e non ne vuole più sapere di parlarci. Ma poi si calma, si mette di schiena e accetta di raccontare la sua storia anche se a monosillabi, la voce spezzata da una malattia respiratoria: «Sono qui dal 2023» ci dice Yong (nome di fantasia).Il “qui” è Shwe Kokko, la più famosa Scam City in Myanmar, una delle tante “città della truffa” che negli ultimi quattro anni sono fiorite lungo i confini tra la Thailandia e la guerra birmana.
Yong ha trent’anni e lavorava nella stessa stanza con altri cinquanta scammer – truffatori – o dog, cani, come si chiamano tra loro questi ladri virtuali che “scannano” – centinaia di migliaia di “maiali”. Ovvero quei comuni cittadini in giro per il mondo convinti sulle chat a investire in criptovalute salvo poi vedersi svuotato il conto.Yong soffre di una malattia che finirà di guarire in Cina, dove è stato rimpatriato il giorno dopo il nostro incontro. Non ci voleva andare in Cina, anche se è quella casa sua. «Appena guarisco torno qui al lavoro. Sono dodici ore al giorno, ma mi va bene così».
Da che ora a che ora?, chiediamo. «Da mezzanotte alle 12 del mattino dopo». Orari da fuso americano, e infatti Yong si arrangia bene con l’inglese. Eppoi c’è l’intelligenza artificiale che può modificare suoni, vocaboli, voce. Trasformarti in una dolce cinesina che finge di essere in cerca di affetto. Che ti consiglia di aprire un conto condiviso e giocare con le criptovalute. E per un po’ si vince: 20, 30, 40 dollari. Poi il colpaccio: «Ho la soffiata giusta!». Il giovane rampante o il vecchio pensionato – cinese, americano, thai, malese, indiano ma anche europeo – ci casca. Investe pensione o risparmi. E il conto condiviso sparisce dallo schermo.
Filo spinato e guardie armate
Yong fa parte dei circa settemila webtruffatori liberati in febbraio nella zona di confine tra Thailandia e Myanmar, attorno alla città birmana di Myawaddy, che ha in Mae Sot la sua sorella thai. Città siamesi come Chiasso e Ponte Chiasso. Città di contrabbando, dalle sigarette agli esseri umani.È lungo questo confine che, favorite dal Covid, le “Sin City”, città birmane del vizio con casinò e prostitute, si sono trasformate in “Scam City”. Col Covid i casinò hanno dovuto chiudere, le prostitute blindarsi, le pillole di Yaba – anfetamina più caffeina molto in voga nel Sud-est asiatico – smettere di circolare. E così la mafia cinese, che con sodali locali gestisce casinò e bordelli in Myanmar, Cambogia e Laos – dove il gioco d’azzardo è consentito solo agli stranieri – si inventa questa modalità telematica che è un salto nella modernità declinata al criminale.
Un giro d’affari di miliardi e un esercito di cyber schiavi a servizio permanente effettivo. Secondo l’Onu, oltre 200 mila truffatori – 140 mila di questi nella sola Thailandia – sono stati coinvolti nelle scam-truffe. Spesso sono diventati dog controvoglia, attirati con la promessa di un lavoro informatico e poi sequestrati negli scam compound: edifici circondati da alte mura e filo spinato con guardie armate che ti prendono cellulare e passaporto e non ti lasciano uscire. Intorno, la guerra civile birmana.
Mechelle racconta
«Hanno sostenuto colloqui su Zoom, ricevuto un contratto e biglietti aerei pagati. All’aeroporto di Bangkok li attendeva un autista con un cartello con il loro nome», ci racconta a Mae Sot, prima del nostro viaggio clandestino per Shwe Kokko, Mechelle Moore, responsabile di Global Alms, gruppo che si occupa delle vittime di tratta destinate alla criminalità forzata.Vengono in Thailandia da Uganda, Kenya, Etiopia, Nepal, India, Indonesia, Filippine, spiega Mechelle. Non si accorgono nemmeno di aver attraversato il confine birmano. Uomini, donne e minori, costretti a un addestramento lampo alla truffa. Chi si rifiuta viene torturato: elettroshock, bastonate, stupri di gruppo.Il team di Global Alms, con una hotline attiva 24 ore su 24 e una squadra d’emergenza, affianca la polizia locale e internazionale, l’immigrazione, le ambasciate e i servizi sociali.
Un lavoro pericoloso: Mechelle riceve minacce, estranei le sono entrati in casa, teme per la figlia piccola. Racconta che sul lato birmano ci sono oltre sessanta città fortificate, senza finestre o con le sbarre, nascoste dentro grandi città o costruite in mezzo ai campi, in continua espansione. «Chi riesce a fuggire viene talvolta trovato con le gambe spezzate perché si è gettato dalla finestra», ci dice un’altra fonte a Shwe Kokko.Una di queste città murate è il famigerato Gate 25, visibile oltre il fiume Moei che segna il confine, una prigione presidiata dai fortini del BGF, – le guardie di frontiera alleate alla giunta golpista birmana, a cinquanta metri dalla Thailandia. «Ora hanno messo una rete nera per coprire il recinto», racconta Mechelle. «Prima si vedevano nel cortile interno persone costrette a correre sotto il sole, bastonate finché non si rialzavano».
Alcune vittime finiscono in ospedale, se fortunate. «Un ragazzo che abbiamo recuperato aveva due anche e una gamba rotta, contusioni e ferite, una lesione spinale permanente. È stato trasferito in un rifugio governativo in Thailandia, dove ha trascorso otto mesi in riabilitazione. Abbiamo avuto anche una donna keniota, arrivata incosciente dopo un’operazione andata male all’interno del compound. È rimasta in coma per nove giorni. La sua famiglia non è arrivata in tempo. Ho lavorato con l’ambasciata per ottenere la procura legale e alla fine ho dovuto spegnere le macchine».
«Quando le vittime fuggono», ci spiega ancora Mechelle, «possiamo intercettarle, portarle in un luogo sicuro, curarle, spiegare loro i diritti e accompagnarle nel processo di denuncia alle autorità thailandesi, attraverso il National Referral Mechanism (NRM), il sistema di identificazione e protezione delle vittime di tratta. Collaboriamo con un dipartimento che fa capo al ministero della Giustizia. Non sono poliziotti, ma hanno poteri speciali per indagare e intervistare gli scammer per poi rintracciare trafficanti e reclutatori in tutto il mondo. Occuparsi solo delle vittime non basta».
Piccole sentinelle
A Shwe Kokko andiamo nel momento in cui le autorità birmane, sotto pressione dalla Cina – prima vittima delle Scam City – hanno fatto il muso duro con Bangkok. E imposto che la Thailandia scollegasse linee elettriche e web ai vari compound sparsi oltre frontiera. Per farlo la Thailandia è ricorsa a una campagna in Cina sui rischi del viaggio verso i suoi confini: le è costata la perdita di un milione di turisti provenienti dal Celeste impero. E mentre Bangkok tagliava rete e luce, anche la giunta golpista birmana, che nel 2021 ha scalzato il governo di Aung San Suu Kyi, ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha fatto liberare dalle BGF circa settemila prigionieri. Una goccia nel mare. Ma un segnale.Oltre a Yong incontriamo altri due male in arnese e in attesa di rimpatrio. Uno ha lesioni serie, parla col contagocce. Vuole tornare a casa. Ma c’è un altro giovane cinese vicino a lui che, invece, di tornare a casa non ha nessuna intenzione. È simpatico, ride, dice che con questo lavoro si guadagna bene: «L’ho saputo dal web che c’erano opportunità qui». Quali? «Saper usare il pc», dice sorridendo. Poi aggiunge: «Certo, qui non ho amici, e uscire si può ma solo in certi orari e solo in giardino». Una vita blindata.Il sole si abbassa all’orizzonte.
È ora di tornare. Il nostro autista ci fa segno di filmare solo a finestrini semi abbassati. Riusciamo a vedere un compound nuovo in costruzione. Negozi con scritte in cinese. Guardie armate un po’ ovunque. Poi via, attraverso cinque check point delle BGF. In pochi chilometri arriviamo nel territorio controllato dalla Karen National Union, la storica milizia indipendentista dei Karen. Nessuno ci ferma perché la macchina ha una sorta di lascia passare e l’autista sa quel che fa. Ma colpisce che i check point tra BGF e KNU siano così vicini. «A volte convivono nello stesso villaggio... Che devono fare? Sono tutti Karen». Alcuni stanno con la giunta e la mafia cinese. Altri pensano a uno Stato indipendente. In mezzo alla guerra e alle sue tenebre mafiose, ci sono contadini e pescatori come quello che ci traghetta oltre la frontiera segnata dal fiume Moei.Non siamo gli unici ad attraversarla.Per i bambini karen birmani, apolidi iscritti a scuole cristiane per profughi in territorio thailandese, il Moei è solo un fiume che separa la scuola dalle famiglie. I genitori li hanno mandati sull’altra riva per sottrarli alla leva forzata: come sentinelle, corrieri o bambini soldato. «Ma la paura non finisce nemmeno nella scuola-rifugio», spiega Ivan Galli Laforest, volontario pescarese che insegna l’inglese ai piccoli birmani sul Moei. «Molti temono che imparare a usare un computer e l’inglese a due passi da una Scam city li renda appetibili ai cyber criminali».«Il traffico di minori è peggiorato», insiste Mechelle. «Due anni fa i cinesi avevano diffuso una lista di regole che i compound dovevano rispettare: niente omicidi, niente torture brutali, niente minori, niente truffe contro cinesi e traffico di esseri umani. Nei compound si fanno tutte queste cose».(Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Journalism Fund Europe)
Sul Venerdì del 25 aprile 2025