Oggi 25 aprile: per tanti ma non per tutti
di Paola ZanuttiniNel 1955, a Palazzo Chigi siede il democristiano e anticomunistissimo Mario Scelba, che si è tenuto pure la poltrona degli Interni, a lui più affine. Alla Pubblica Istruzione c’è Giuseppe Ermini, anche lui inevitabilmente dc, che spedisce ai provveditori agli studi una circolare: il 25 aprile, nelle scuole italiane si dovrà festeggiare la nascita di Guglielmo Marconi, avvenuta 81 anni prima. Che quel 25 aprile cada una ricorrenza ben più sentita, il primo decennale della Liberazione (festa che, con una campagna sul Secolo d'Italia, il Msi propone di abolire) non conta. In realtà conta anche troppo, meglio oscurarlo con una sghemba commemorazione di Marconi, in mancanza di anniversari a cifra tonda.Nel 2025, a Palazzo Chigi siede la Fratella d’Italia Giorgia Meloni. Al Municipio di San Colombano Certenoli, entroterra genovese, c’è Carla Caselli, sindaca inevitabilmente di destra, che fa demolire in cimitero la lapide del partigiano Federico Beronio, nome di battaglia Zatta, vicecomanda…
Nel 1955, a Palazzo Chigi siede il democristiano e anticomunistissimo Mario Scelba, che si è tenuto pure la poltrona degli Interni, a lui più affine. Alla Pubblica Istruzione c’è Giuseppe Ermini, anche lui inevitabilmente dc, che spedisce ai provveditori agli studi una circolare: il 25 aprile, nelle scuole italiane si dovrà festeggiare la nascita di Guglielmo Marconi, avvenuta 81 anni prima. Che quel 25 aprile cada una ricorrenza ben più sentita, il primo decennale della Liberazione (festa che, con una campagna sul Secolo d'Italia, il Msi propone di abolire) non conta. In realtà conta anche troppo, meglio oscurarlo con una sghemba commemorazione di Marconi, in mancanza di anniversari a cifra tonda.Nel 2025, a Palazzo Chigi siede la Fratella d’Italia Giorgia Meloni. Al Municipio di San Colombano Certenoli, entroterra genovese, c’è Carla Caselli, sindaca inevitabilmente di destra, che fa demolire in cimitero la lapide del partigiano Federico Beronio, nome di battaglia Zatta, vicecomandante della divisione garibaldina Cichero. Nell’ottantesimo anniversario della Liberazione, la sindaca motiva la sua decisione con la necessità di interventi di riordino tra le vecchie sepolture. Ma proprio ora? Iniziativa un filo pretestuosa, la sua, come l’inopinata commemorazione di Marconi? Difficile dire, però in questo ottantennale si sente da più parti un fastidiosissimo raschio di unghie sugli specchi: politici e amministratori in arrampicata acrobatica per negare qualsiasi intento censorio dietro azioni, oppure omissioni che, di fatto, rimuovono gli orrori del nazifascismo e minimizzano o tralasciano la Resistenza. Ma non è cosa d’oggi, accade da sempre che il potere reagisca in modo goffo e capzioso, perfino violento, a memorie e ricorrenze scomode. O irritanti.
E che il 25 Aprile sia scomodo e irritante è un dato di fatto. Lo storico Giovanni De Luna – è stato lui a raccontarmi l’episodio della circolare ai provveditorati – dice che è sempre stato divisivo: «Non siamo riusciti a farne una festa di tutti come il 14 luglio in Francia. Franco Antonicelli ci aveva provato con una sua pièce: Festa grande d’Aprile. La Guerra fredda e la polarizzazione degli anni Cinquanta lo hanno impedito. Le celebrazioni si sono separate da subito: governo e Dc alle Fosse Ardeatine e comunisti orgogliosi di essere diversi in piazza. Poi c’erano i fascisti con la loro dimensione funebre di Dongo e dintorni».Anche la geografia influenza la memoria storica: al Centro Nord, nelle terre dei partigiani, e di Salò, il 25 Aprile è inevitabilmente più sentito che nel Sud di Badoglio e degli Alleati. Ricorda De Luna che nel suo Meridione – lui è di Battipaglia – i vecchi partigiani erano guardati con diffidenza: «Con la dissoluzione dell’esercito dopo l’8 settembre, molti soldati della IV Armata, prevalentemente del Sud, rimasero al Nord a combattere nella Resistenza, ma quando tornarono a casa erano considerati dei rubagalline».
Di destra, di sinistra
Insomma, le commemorazioni si fanno, basta che non siano divisive: l’anno scorso, con questa accusa, Marta Viola, consigliera comunale di minoranza a Martinsicuro, in quel di Teramo, fu allontanata dalla piazza dove il sindaco di centro destra non aveva apprezzato il suo cartello con la scritta “25 aprile liberazione dal fascismo”. Davvero divisivo.Nell’Italia che celebra o non celebra c'è un’altra demarcazione: fra chi commemora e chi festeggia. Adesso, citando la nota categorizzazione di Gaber, potremmo dire che la commemorazione è di destra e la festa è di sinistra. Per esempio, Matilde Celentano, sindaca FdI di Latina, città di fondazione fascista, ai tempi Littoria, festeggia la ricorrenza, come dice il suo capo della segreteria Stefano Gori, ma forse in realtà commemora: «Facciamo una cerimonia al monumento ai caduti di tutte le guerre con le autorità civili e religiose. Di solito si va alla stele che sta nei giardini pubblici ma, visto che sono in rifacimento da anni, andremo a Borgo Faiti: prende il nome da un’altura del Carso che vide i duri scontri fra italiani e austriaci nella Prima guerra mondiale. È a ridosso dell’Appia, proprio dove si fermò San Paolo». Leggendo il testo del suo discorso pronunciato il 25 aprile 2024, presente anche una rappresentanza dell’Anpi, bisogna ammettere che Celentano nominò la fine del Ventennio fascista e dell'occupazione nazista, «la festa di tutti gli italiani che si riconoscono nella democrazia, libertà e solidarietà sancite dalla nostra Costituzione repubblicana»: parole non sempre presenti in queste solennità, quando gestite dal centro destra. Poi ha allargato lo sguardo sui caduti di ogni ordine e grado, condannando tutti i regimi totalitari del Novecento e di oggi e citando «gli esuli giuliano-dalmati e poi i profughi dei Paesi dell’Est, in fuga dai regimi comunisti» confluiti a Latina. Si può fare di peggio, certamente, ma neanche una parola sulle porcate dei regimi fascisti e nazisti, sulla Resistenza, sull'insurrezione, sulla gioia della libertà.
Largo ai santi
Ottant’anni sono tanti quindi è difficile trovare qualcuno che abbia memoria di un comune dove mai e poi mai è stata celebrata la Liberazione: perfino a Predappio, il 25 aprile 2010, fu inaugurata una targa che onora la Resistenza. Ma si è provato a scippare la festa alla Liberazione mettendo in mezzo San Marco, patrono di Venezia che, nel calendario dei santi, occupa la stessa data. Fabio Vallon, presidente provinciale dell’Anpi di Trieste, racconta che a opera del sindaco leghista della un tempo rossissima Muggia, ma anche in altri centri del litorale giuliano veneto, ci sono stati tentativi di slittamento semantico: da festa civile a sagra religiosa. Con poco successo, però. Vallon è presidente dal 2016 e dice che da almeno vent'anni l’Anpi non aveva diritto di parola alla celebrazione che si tiene alla Risiera di san Sabba, stalag dove transitarono oltre 25 mila persone dirette a Buchenwald, Dachau, Auschwitz e furono trucidati più cinquemila internati. «Poi ho cominciato a chiedere perché, e adesso partecipiamo». Il 25 è una cosa complicata a Trieste, terra di confine: intanto perché la città fu liberata il Primo maggio, dagli sloveni, e la comunità di lingua e sentimenti italiani la considerò un’occupazione più che una liberazione. Insomma, l’aspetto divisivo è tangibile. E Vallon sostiene anche che si sente molto la distinzione fra festa e commemorazione: «Qui si commemora e basta, il 25 Aprile è vissuto più che altro come un giorno dei morti 2.0, niente feste o cortei. Il sindaco ci ha negato il patrocinio alla festa della Liberazione a campo San Giacomo, un quartiere proletario, giudicandolo pleonastico». Nella missiva del gabinetto del sindaco Roberto Dipiazza, esponente di Forza Italia che a suo tempo aveva fatto togliere dalla facciata del municipio lo striscione di Amnesty “Verità per Giulio Regeni”, si legge un riassuntino sulla natura del 25 Aprile da cui si deduce che essendo una giornata di festa nazionale istituzionalizzata, un Ente locale dello Stato come il Comune di Trieste considera alquanto pleonastico vedersi richiedere un patrocinio. E qui si sente davvero il raschio delle unghie sugli specchi, anche perché Vallon ricorda che il patrocinio al Giorno del Ricordo, dedicato alle foibe, è stato concesso.
Ma si sente anche il profumo delle grigliate, perché nelle residue Case del popolo, nelle famiglie, fra amici, la ricorrenza sembra stia diventando una specie di Pasquetta laica.A Nord Ovest, nella provincia di Monza e Brianza, un tempo bianchissima e oggi verde Lega , Fulvio Franchini, presidente dell’Anpi locale, riporta la polemica dello stendardo: uno striscione amaranto senza simboli, con la scritta “80° anniversario della Liberazione”, che l’associazione propone di appendere sulle facciate degli edifici pubblici. Da Lissone rispondono che la linea dell'amministrazione è quella di non esporre drappi per non creare disparità. Stessa solfa da Mezzago, con l'aggiunta che vogliono evitare strumentalizzazioni. Un po' più ruvido il consigliere leghista di Besana Alessandro Corbetta che ha definito l'Anpi “il braccio armato della sinistra”. Ma poi c'è il presidente della Provincia, il leghista della prima ora Luca Santambrogio, che è anche sindaco di Meda, pronto a stupirci: lui il drappo lo esporrà «non è affatto divisivo, l'Anpi è stata molto sensibile a non piazzare simboli di sorta, anche se magari una bandiera ce l'avrei messa». Quando gli chiedo se per lui i ragazzi di Salò e quelli che sono andati in montagna a fare i partigiani si equivalgono, risponde: «Mio nonno è sopravvissuto in un campo di concentramento in Germania come internato militare italiano perché rifiutò di schierarsi dalla parte del regime e mi ha trasmesso questo grande insegnamento».