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Carmen Consoli: «Rosa Balistreri era scomoda. Faceva paura a Sanremo e anche a Coppola»

Carmen Consoli e Lucia Sardo sul set del film “L’amore che ho.” 
Molestie, miseria, omicidi. È una storia drammatica quella della cantautrice di Licata che ora diventa il film L’amore che ho. A raccontarla qui una super fan che cura la colonna sonora e da tempo interpreta i suoi brani
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“A cantari sugnu solo le bottane!”, le diceva il padre Emanuele quando Rosa bambina scopriva la sua voce, unica. Ancora neanche sognava di usarla per sfuggire alla miseria: voleva solo cantare. Ma non si poteva. Emanuele era già vedovo quando sposò Vincenzina appena quattordicenne: nacque Rosa. E poi Maria, Angela, Mariannina. «Sempre femmine!». Poi arrivò lu masculu, Vincenzo. La poliomielite lo lasciò paralitico. Quando stava per arrivare un altro figlio, Emanuele aggredì ubriaco Vincenzina con una sega. A Rosa non va meglio: le combinano un matrimonio appena sedicenne. Quando il marito si gioca la dote della figlia Angela, lei lo assale con una lima. Rosa si costituisce credendo di averlo ucciso. Scarcerata con la condizionale, lascia Licata e va a Palermo, lavora in una curia e il prete la molesta. Si trasferisce a Firenze, si fidanza con un pittore, finalmente canta, la nota Dario Fo. Arrivano fama, riscatto, rispetto. E intanto, a 32 anni, ha imparato a leggere e scrivere.

È una…

“A cantari sugnu solo le bottane!”, le diceva il padre Emanuele quando Rosa bambina scopriva la sua voce, unica. Ancora neanche sognava di usarla per sfuggire alla miseria: voleva solo cantare. Ma non si poteva. Emanuele era già vedovo quando sposò Vincenzina appena quattordicenne: nacque Rosa. E poi Maria, Angela, Mariannina. «Sempre femmine!». Poi arrivò lu masculu, Vincenzo. La poliomielite lo lasciò paralitico. Quando stava per arrivare un altro figlio, Emanuele aggredì ubriaco Vincenzina con una sega. A Rosa non va meglio: le combinano un matrimonio appena sedicenne. Quando il marito si gioca la dote della figlia Angela, lei lo assale con una lima. Rosa si costituisce credendo di averlo ucciso. Scarcerata con la condizionale, lascia Licata e va a Palermo, lavora in una curia e il prete la molesta. Si trasferisce a Firenze, si fidanza con un pittore, finalmente canta, la nota Dario Fo. Arrivano fama, riscatto, rispetto. E intanto, a 32 anni, ha imparato a leggere e scrivere.

È una vita da film quella di Rosa Balistreri, meravigliosa voce ribelle della Sicilia ferita. Romanzata nel libro di Stefania Aphel Barzini La mia casa è un’isola (Giunti) e documentata in L’amuri ca v’haju (Aveditoria) scritto da Luca Torregrossa, nipote di Rosa (ma lui l’ha sempre chiamata “mamma” perché a lei affidato e da lei cresciuto). Tra la madre Angela e la nonna Rosa i rapporti furono decisamente problematici. Dal suo libro questa vita da film è diventata ora un film vero, L’amore che ho, diretto da Paolo Licata, in cui Rosa Balistreri ha quattro volti in quattro fasi della vita: Martina Ziami è Rosa bambina, Anita Pomario adolescente, poi Donatella Finocchiaro e infine Lucia Sardo. A cantare i brani di Rosa sono loro. Merito di una vocal coach d’eccezione che ha curato anche la colonna sonora con amorosa dedizione ed è una delle più grandi fan della cantautrice morta nel 1990 a 63 anni, tanto da diffonderne l’eredità artistica da quando ancora non era stata riscoperta: Carmen Consoli.

«E pensare che nel film neanche ci sono tutte le disgrazie che ha avuto», racconta Consoli da Catania, «il regista ha scelto di togliere alcuni episodi gravi perché diceva che altrimenti la gente non ci avrebbe creduto che davvero era successo tutto a lei. Però c’è la scena in cui la sorella Maria viene ammazzata dal marito davanti al resto della famiglia. Il padre esce per andare a chiamare un medico pensando di poterla salvare, ma non torna. Rosa va a cercarlo e lo trova impiccato. Quante tragedie ha dovuto affrontare questa donna? Quanto era negativo il karma da scontare? Sembra l’epica che si studia a scuola. Ma Rosa non era una vinta, nel senso del Ciclo dei vinti raccontato da Verga. Perché Rosa vince, riesce a elevarsi con la musica. E capisci che la sua storia è simile a quella di tante grandi del jazz che venivano dal basso. Come Billie Holiday».

Nel film lei è Alice, un piccolo personaggio inventato che accompagna Rosa in alcune esibizioni in piazza. Hanno provato a convincerla a interpretare la protagonista?

«No no, io non sono attrice. Ho rispetto per chi ha studiato per recitare, io ho fatto altro, ho preferito studiare armonia alla Berklee. Se in Italia ognuno facesse il proprio mestiere, tutto funzionerebbe molto meglio».

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Ha interpretato molti brani di Rosa Balistreri anche nell’ultimo tour e nell’album dal vivo Terra ca nun senti, ma nella colonna sonora in uscita la sua voce non c’è.

«Ma ho fatto da produttrice, arrangiatrice, compositrice e da coach per le attrici, le mie muse. Sono state bravissime. Era quasi impossibile interpretare brani cantati da una voce strabiliante come quella di Rosa. La canzone che ho scritto per il film non c’è nel disco, non volevo creare un falso storico. Ci sono strumentali orchestrali, e faccio vocalizzi su un tema arabeggiante composto con mio figlio Carlo».

Non è piccolo? Quanti anni ha?

«Undici, ma già suona, studia contrabbasso. Mi ha suggerito una melodia e poi l’ho sviluppata. A casa è un via vai di musicisti, facciamo le “scannate”, improvvisazioni, è il suo nuovo gioco, ha sostituito i Lego. Ha respirato tanta musica, anche vecchia. Non ascolto solo i Pixies e i R.E.M. dei miei tempi, infatti lui già conosce Blue di Joni Mitchell e Tapestry di Carole King. Poveretto, è già un boomer e non lo sa».

Nella sua formazione, invece, Rosa Balistreri quando compare?

«A 13 anni in uno spettacolo di Ercole Patti ho dovuto interpretare una cantastorie, cantavo i brani di Rosa. Mi sono approcciata alla musica con lei da una parte e dall’altra Aretha Franklin. Analizzando le impostazioni vocali del blues le ritroviamo nei canti popolari, non solo siciliani, anche in Gabriella Ferri. È la voce del dolore e del riscatto, della rabbia che si trasforma in passione e guarisce. Ma diciamoci la verità, il siciliano lo devi saper cantare altrimenti risulta posticcio. Con una madre veneta a casa mia non lo parlavamo tantissimo. Quindi mi sono dovuta proprio mettere a studiare».

Perché l’Italia ci ha messo tanto per riscoprire Rosa Balistreri?

«Perché era la nostra PJ Harvey. Cantava Mafia e parrini sulle colpe della chiesa. Cose leggere non ne cantava. Era un po’ scomodina… Una volta disse “Non sono una cantautrice, sono un’attivista politica che usa la chitarra e la voce per dire il proprio pensiero”».

La leggenda vuole che mandò a quel paese Francis Ford Coppola.

«È tutto vero. Coppola la chiamò perché nel Padrino voleva un brano della tradizione. Si incontrarono, lei iniziò a suonare Vitti ’na crozza che parla di un soldato morto, una storia tragica. Ma evidentemente lui voleva una versione leggera, folcloristica, lalleru lalleru. E lei voleva fare la versione originale, drammatica. Pensa a quanto ha rinunciato per un principio, lei che veniva dalla miseria».

E rinunciò anche al Festival di Sanremo perché il brano non era inedito.

«Non si capì bene perché fu fatta fuori. Il brano era Terra ca nun senti, con una denuncia pesante della nostra terra, che on faceva niente per non far partire i suoi figli che cercavano l’Eldorado altrove. Non è ancora così? Ma la mia canzone preferita al momento è un’altra. È L’amuri ca v’haju, con cui finisce il film. Se dico una frase del testo in siciliano si capisce?».

Proviamo.

«Si moru, ’n Paradisu non ci vaiu, pirchì p’amari a vui non pensu a Diu. “Se muoio, in Paradiso non ci vado, perché per amare te non penso a Dio”. In questa frase c’è tutta l’attitudine rock. La verità è che Rosa è come Janis Joplin».

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