A poche ore dalla nostra intervista, l’assistente di Nic Pizzolatto mi comunica che «Nic preferisce tenere separate politica e cultura». È il day after dei dazi. La Borsa precipita come solo l’11 settembre. I nostri accordi però erano diversi. L’occasione per parlare col celebre showrunner delle prime tre stagioni di True Detective, serie tv che ha riscritto il genere poliziottesco presentandoci agenti filosofi, ex alcolisti tormentati, quando non scarnificati dall’Alzheimer, è l’uscita in Italia del suo romanzo, Galveston.
Scritto ben prima della fama globale, racconta la storia cupissima di un recuperatore di crediti, per conto di uno strozzino, che in fondo al barile della sua coscienza ha ancora pepite di umanità. Che tornano brevemente a brillare di fronte a una disgraziata che sopravvive alla mattanza di cui lui si rende artefice.
Citando un’altra serie recente, ferina più che mai, American Primeval, quella di Pizzolatto è una terra ancestrale, che è impossibile non mettere in relazione con l’America di oggi. La conversazione, quindi, parte sotto la stella sbagliata di un cambiamento unilaterale delle regole di ingaggio. Ma come si fa a non parlare di politica, col “suo” presidente che ogni giorno terremota il mondo? Tutto sta a prenderla alla lontana.
I suoi nonni erano siciliani. Che rapporti ha con l’Italia?
«Erano di un paesino sulla costa occidentale. Un test genetico ha confermato che il 67 per cento dei miei geni sono italiani. L’Italia la amo, ogni tanto fantastico di prendere la doppia cittadinanza. Anche mia moglie, la musicista Suzanne Santo, si sente molto italiana. Ma sono dodici anni che non ci torniamo».
Vivete invece a Austin, ovvero il Texas più cosmopolita, assai diverso dall’immagine che noi europei abbiamo in mente, no?
«In un certo senso sì. Ed è il motivo per cui stiamo pensando di trasferirci in campagna, in qualche zona più bucolica dove crescere i nostri figli. L’avvento dell’industria tecnologica, con la bolla immobiliare e il resto, sta creando un mini-esodo. Non trovo necessariamente che più edifici e più soldi migliorino una cultura». (Questa risposta è il primo indizio del perché il mio schematismo liberal per cui California uguale Rinascimento e Texas uguale Medioevo non abbia alcuna presa sull’intervistato, che è un pesce assai diverso da quelli che tipicamente popolano l’acquario hollywoodiano).
Il che ci porta al suo romanzo. Il sangue, la disperazione, vengono da qualche parte della sua biografia? E come parlano con l’America di oggi?
«Penso che ogni luogo in natura possa essere, allo stesso tempo, oscuro e luminoso. Che ci sia povertà trasmessa di padre in figlio e mancanza di opportunità per cui le persone fanno ciò che possono per sopravvivere. Di certo i miei anni formativi hanno avuto molta oscurità. I luoghi dove sono cresciuto, tra Louisiana e Costa del Golfo, erano minacciosi. Posti difficili, abitati da persone difficili, dove è facile finire in una rissa».
Nel romanzo, Roy vive in una stamberga, Rocky non ha un centesimo in banca. Le disuguaglianze sono ai massimi: qualcosa si è rotto nel sistema economico del suo Paese?
«Non penso che sia davvero rotto, ma se qualcosa l’ha rotto è stata la globalizzazione. Io credo nel capitalismo, che ha sollevato tante persone dalla povertà. Ma da anni viviamo secondo una specie di “schema Ponzi” di mercati finanziari e immobiliari che non producono molto. Sono stato povero per la maggior parte della mia vita, ma non credo di affrontare nelle mie opere le disuguaglianze di reddito perché non credo ci sia molto da affrontare. Penso invece che siano il costo della libertà».
In True Detective ha sovvertito i cliché del genere. Perché i poliziotti sono personaggi così interessanti per lei?
«Loro e il mystery mi attraevano perché, come esseri umani, fondamentalmente viviamo sull’orlo di un grande mistero. Scrittori e detective hanno metodologie simili: entrambi vanno alla ricerca di un indizio, un dettaglio concreto che illuminerà la storia più grande. Finché si soddisfano i requisiti esteriori di una storia di “mistero” (suspense, progressione) si può far compiere ogni sorta di cosa ai personaggi. Così due poliziotti che guidano in macchina non devono essere solo due poliziotti che guidano in macchina. Possono avere ogni tipo di conversazione. O, come nel caso della terza stagione, il poliziesco diventa veicolo per esplorare il mistero più profondo. Ovvero: chi è quest’uomo che la malattia si sta portando via? Il mystery è un po’ come un filo dove appendere i panni ad asciugare. Tutto ciò che ci appendi dipende da te e da quanto sei bravo».
A un certo punto però si è stancato di questo pur flessibile genere: perché?
«Perché i poliziotti sono stati solo il mezzo per arrivare al pubblico ampio che cercavo. Ho sempre aspirato a raccontare i misteri più ampi dell’essere umano. Che vuole sempre le stesse cose – sicurezza, amore, un futuro per i figli – anche se spesso non sa come ottenerle. Sappiamo che moriremo e sappiamo che ogni giorno stiamo esaurendo un po’ più di tempo. Con la trilogia avevo fatto quel che volevo fare con il poliziesco. E ho girato un film che deve ancora uscire: Easy’s Waltz, con Al Pacino e Vince Vaughn, che parla di un cantante a Las Vegas ed è un film dove nessuno muore. Non c’è un mistero né un’indagine. È solo una storia su cosa sia il successo e cosa sia il fallimento. Entrambi mai esattamente come ce li immaginiamo».
Qui, mi sembra, arriviamo al nocciolo della sua poetica: la definisca lei.
«L’elemento più coerente nel mio lavoro è un’ossessione per il tempo, per il modo in cui il passato non finisce mai. Qualunque sia la ragione per cui siamo al mondo, una parte centrale del viaggio è disfarci dalle abitudini inconsce che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita. I nostri anni formativi hanno creato una serie di adattamenti che alla fine diventano il nostro carattere. Finché non raggiungiamo un punto nella vita in cui decidiamo di esaminarli e chiederci chi siamo realmente. Se sei stato abbastanza fortunato da realizzare uno dei tuoi sogni scoprirai che ora il sogno assorbe tutta la tua vita quotidiana. E ti accorgi anche che era un miraggio, perché doveva essere trasformativo e invece, dopo che l’hai ottenuto, sei rimasto lo stesso. Quindi devi iniziare a farti domande diverse. Perché volevo quello? Cosa pensavo sarebbe successo? Passiamo da un oggetto del desiderio all’altro e ci rendiamo conto che nessuna delle cose che possiamo acquisire al di fuori di noi ci cambierà. Allora ci sediamo per fare il lavoro della seconda metà dell’età adulta. Che è scoprire per cosa stiamo realmente vivendo e perché».
Non so voi, ma nelle interviste agli sceneggiatori che mi è capitato di leggere non avevo ancora trovato elaborazioni così originali sulla condizione umana. Gli chiedo da quali studi scaturiscano. Dopo gli anni duri, Pizzolatto ha vinto una borsa di studio e si è laureato in inglese e filosofia alla Louisiana State University. Poi ha fatto un master in letteratura all’università dell’Arkansas, «non perché volessi entrare nel mondo accademico o che. Volevo solo avere del tempo, pagato dalla borsa di studio, per provare a diventare uno scrittore. Sapendo che altrimenti mi sarei iscritto alla facoltà di legge perché l’unica certezza che avevo era che non volevo essere più povero». Quindi ha scritto alcuni racconti ben accolti dalle riviste. Ed è infine arrivato a Hollywood «a 35 anni, dopo 17 anni di monolocali, cibo in scatola e neanche i soldi per le sigarette».
In un’intervista ha consigliato ad aspiranti sceneggiatori di fare amicizia con qualche game designer, dal momento che la tv diventerà sempre meno rilevante. Perché?
«Perché alla tv la tecnologia sta facendo quel che ha già fatto alla musica. La sta trasformando in usa e getta. Prima I Soprano andavano in onda alle otto di sera la domenica e l’indomani tutti ne parlavano. Oggi puoi guardare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, e tutto sembra molto usa e getta. C’è l’abbonamento, ma quando non paghi per una singola cosa la apprezzi meno. E ormai c’è più gente che guarda brevi spezzoni su YouTube che la tv. Quando ho visto i numeri che fanno alcuni videogiochi ho pensato che, quando qualcuno troverà il modo di unire una narrativa sofisticata all’interattività, i videogiochi diverranno il mezzo narrativo dominante. La speranza, però, è che in passato, quando è arrivato un nuovo mezzo per raccontare storie, ha finito per legittimare il mezzo precedente. Le opere teatrali che scriveva Shakespeare erano per i plebei: i sofisticati leggevano poesia. Poi sono arrivati i romanzi serializzati e, di colpo, i sofisticati sono tornati al teatro. Idem per il cinema, che ha rilegittimato i romanzi. Fino a oggi».
Dove si discute di film da fare con l’intelligenza artificiale…
«L’IA farà crollare i costi per fare cinema e tv e ciò porterà a un modo più egualitario e open source di creare intrattenimento. Sembra che raggiungeremo un punto in cui potrai dire all’intelligenza artificiale: “Ehi, voglio vedere Heat 2 e voglio che ci siano Robert De Niro e Al Pacino e Val Kilmer e che appaia come se fosse diretto da Michael Mann”. A me non interessa, perché manca la dimensione umana. È allora che inizi a desiderare una catastrofe per riportarci indietro al motore a vapore o a qualcosa del genere».
L’intervista potrebbe anche finire qui, così mi faccio forza e contravvengo definitivamente alla richiesta iniziale.
Mentre noi parliamo, i siti di tutto il mondo titolano su una nuova èra in cui è morta la globalizzazione e il mondo si fermerà. Lei è tranquillo?
«Io spero che la globalizzazione sia morta. Quanto al mercato azionario, non crolla mai. Io stesso ho un sacco di azioni. Tutto quello che devi fare è non vendere mentre sono giù. Alla fine torneranno su: è la loro natura. Siamo stati così a lungo strangolati da questa colossale truffa dei mercati finanziari che sono perfettamente disposto a lasciare che il mercato azionario scenda di qualche punto per un po’. Mentre ristabiliamo un’economia che si fondi effettivamente sulla manifattura e sul commercio equo. Quelli che gridano ora rappresentano un certo tipo di élite che non produce niente, mentre io sto dalla parte delle persone che producono cose. Quella è la gente a cui sono interessato. Inoltre quel che dicono i giornali per me non significa niente. Se gli ultimi cinque anni ci hanno insegnato qualcosa è che, almeno in America, i media non solo sbagliano, ma spesso scelgono proprio di mentire al servizio delle élite. Ci sono tante di quelle fonti su internet, ovviamente anche di giornalisti che documentano le cose sul campo». Non esiste maniera più articolata di questa per spiegare perché non voleva parlare di Trump. Le loro visioni del mondo, essenzialmente, coincidono. Detto questo si può essere – ed è il caso di familiarizzare con l’apparente contraddizione – una persona straordinariamente intelligente e profonda e pensarla, per certi aspetti, come il cinico e pericoloso presidente degli Stati Uniti. Come avrebbe detto il poeta Walt Whitman, “Sono largo. Contengo moltitudini”. Valeva per Céline come vale per Pizzolatto.