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Eravamo figli di NN

Ciò che resta del brefotrofio di Bari al cui interno è stato girato il doc. foto di Gaetano Lo Porto/Agf 
Da ragazzo Alessandro Piva passava spesso accanto al brefotrofio della sua città, Bari. Ora, da regista, in quegli stanzoni vuoti ha girato un doc con gli ex bambini abbandonati. Alcuni ancora in cerca di una madre. Siamo andati a incontrarli
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Bari. «Buongiorno», scrive Federica S. su Facebook, «cerco la mia mamma biologica, sono nata a Torino il 23 maggio 1971». «Ciao a tutti», scrive Giuseppe I., «sono nato a Bergamo il 18 maggio 1960. L’ospedale ha distrutto il fascicolo ospedaliero della mia mamma».«Ciao, intervengo per conto del mio fidanzato. Adottato nel 2005, quando aveva 4 anni, è nato il 17 gennaio 2001, vi allego la foto di quando era piccolo».

E così via. Con una data e pochi indizi smozzicati, migliaia di messaggi in bottiglia come questi vengono gettati nell’oceano della pagina Fb Figli adottivi e genitori naturali, ma anche su altri canali social e in tv; e il bello – talora il brutto – è che qualcuno alla fine ce la fa, ritrova chi l’ha messo al mondo. Una ricerca che ha ancora molti vincoli di legge e che non tutte le persone adottate vogliono intraprendere; ma per alcuni l’ansia di “sapere” è febbrile e incontenibile. Il regista Alessandro Piva la racconta ora in un documentario girato dentro e intorno al …

Bari. «Buongiorno», scrive Federica S. su Facebook, «cerco la mia mamma biologica, sono nata a Torino il 23 maggio 1971». «Ciao a tutti», scrive Giuseppe I., «sono nato a Bergamo il 18 maggio 1960. L’ospedale ha distrutto il fascicolo ospedaliero della mia mamma».«Ciao, intervengo per conto del mio fidanzato. Adottato nel 2005, quando aveva 4 anni, è nato il 17 gennaio 2001, vi allego la foto di quando era piccolo».

E così via. Con una data e pochi indizi smozzicati, migliaia di messaggi in bottiglia come questi vengono gettati nell’oceano della pagina Fb Figli adottivi e genitori naturali, ma anche su altri canali social e in tv; e il bello – talora il brutto – è che qualcuno alla fine ce la fa, ritrova chi l’ha messo al mondo. Una ricerca che ha ancora molti vincoli di legge e che non tutte le persone adottate vogliono intraprendere; ma per alcuni l’ansia di “sapere” è febbrile e incontenibile. Il regista Alessandro Piva la racconta ora in un documentario girato dentro e intorno al vecchio brefotrofio di Bari.

L’Ippai, Istituto provinciale di protezione e assistenza dell’infanzia, oggi è un palazzo che si sbriciola e dove nidificano i piccioni, ma ancora negli anni 80 ospitava i “figli di nessuno” più piccolini, nella fascia zero-tre anni.

In Fratelli di Culla Piva ha inserito vecchie immagini e intervistato alcune operatrici, oggi in pensione. Si vedono stanze ariose e ben organizzate, girotondi e tricicli. I politici venivano con le mogli a Natale e, a fine stagione, i commercianti del centro regalavano abiti e tutine. I bebè dormivano in batteria: c’erano file di culle, perché un tempo l’Italia era abitata da tantissimi bambini, e ovunque i più grandi sciamavano nelle strade – mica come oggi che puoi passare giornate intere senza avvistarne uno.

Scovati per il film, chi con un bagaglio pesante e chi più leggero, alcuni degli ex ospiti del brefotrofio giorni fa hanno avuto accesso al complesso di via Amendola, insieme con regista, giornalista e fotografo del Venerdì.

La mia vita fantastica

Le mani in tasca, l’aria distesa, Michele Cornello arriva accompagnato dalla moglie Rita. Nato il 18 dicembre 1957 al Policlinico di Bari, è stato adottato all’età di 18 mesi, ma lo ha saputo da adulto. «Ero amatissimo e non ho mai notato che di me neonato non ci fossero foto, mentre di mia sorella sì». Quando sta per sposarsi, a 28 anni, il padre corre a recuperare l’estratto storico dell’atto di nascita: «“Ho già fatto, è tutto a posto” mi disse, lui che detestava la burocrazia e gli uffici… Ma allora non capii». Passano gli anni, ben 18, e una mattina «una collega di mia moglie chiacchierando allude all’adozione, sicura che noi sapessimo». Cerca e ricerca, il signor Cornello ha incontrato la madre biologica: «Siamo andati a mangiare una pizza, uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Perché quando sai che hai degli altri genitori, vuoi rivederti in loro. Vuoi capire, vuoi sapere... Avrebbe potuto decidere di non averlo, un figlio, visto che era stata lasciata da sola. Mettermi al mondo è stato un atto d’amore». E ora che il documentario di Piva gli ha trasmesso la sensazione che il brefotrofio fosse un posto «con tante mamme», si definisce «un uomo in pace».

«La pubblica morale non ammetteva ragioni e la ragazza madre era spesso costretta a un ricatto disumano, sbarazzarsi del bambino oppure andarsene di casa» interviene Piva, che negli anni del liceo passava ogni giorno davanti alla palazzina Ippai «avvertendo già allora l’esistenza di un mondo diverso». Un mondo in cui, piccolissima, ha vissuto Marianna Rutili. Trasferita a tre anni nell’orfanotrofio di Modugno, dove «le suore ci lasciavano allo stato brado», adottata «anzi scelta» a cinque da un’agiata coppia di Bari, è cresciuta senza mai sentirsi voluta: «Naturali o adottivi, non tutti sono bravi genitori. Ho avuto una vita in bianco e nero» dice con occhi tristi, «fino all’incontro con mio marito».

Al momento di sposarsi, si presenta all’orfanotrofio di Modugno per chiedere il certificato di battesimo: «“Ah la figlia della prostituta” mi dice la suora porgendomelo. Non era neanche vero, ma si può mai pronunciare una frase del genere?». Ha ricostruito la storia della madre, che si era macchiata della colpa grave di avere lasciato il marito; e se i due figli maschi erano stati accolti dalla famiglia paterna, per la più piccola non c’era posto. «A scuola ero “la bastardina”. Oggi insegno e se in classe colgo uno sguardo sbagliato fermo tutto». Quando i suoi alunni hanno saputo del documentario, erano increduli: «Ma prof, lei sorride sempre, la pensavamo felice!». Li ha portati al cinema.

Francesca Pellegrini ha 63 anni; ne aveva 30 quando, in procinto di sposarsi, si imbatte in un certificato di battesimo, il suo, con il nome di un’altra persona. «Corro da mia madre e le dico: ti voglio più bene di prima, ma devi dirmi tutto. Lei cade in ginocchio: non abbandonarmi ti prego... E io che temevo che non mi volessero più, ora che sapevo». Il padre adottivo, al tempo direttore del Policlinico di Bari, «aveva fatto le cose perbene e a lungo ho trovato solo porte chiuse». Alla fine, tra esplosioni di rabbia negli uffici, blitz «sotto mentite spoglie» nei tribunali e debiti contratti per pagare inutili investigazioni, scopre che la madre biologica è sepolta nel cimitero di Bitonto: morta a 29 anni per una “manovra abortiva” clandestina. «Una vita rubata» dice questa signora combattiva, una delle anime del Comitato per il diritto alle origini biologiche (ma ci sono anche altre associazioni, come FaeGn).

Ed ecco Luciana Fascicolo, 52 anni, «felicemente» adottata a 6 mesi: ha sempre spento le candeline due volte, per il compleanno e per il giorno dell’adozione. A partorirla è stata una giovanissima donna non sposata, mandata a “smerciare”, così dice, la neonata ad Andria, con altre ragazze come lei; sa poco altro.

Ferite e pregiudizi

Nel documentario si vedono i cortei femministi degli anni 70: «Volevo ricordare quanto impegno ci sia voluto perché il Paese cambiasse, dice Piva. «E mostrare che il risultato di tanti infingimenti e del pregiudizio è una mole enorme di esistenze irrisolte». Maria Patruno, 59 anni, di Molfetta, adottata da «due angeli», ha cercato la madre biologica con l’incoraggiamento di quella adottiva, che le diceva: vorrei poterla ringraziare perché sei nata tu. Con il test del Dna (in questo micromondo tutti conoscono le piattaforme MyHeritage e Ancestry), è risalita a un terzo cugino, arrivando al fatidico incontro, che però non l’ha rasserenata: «Mi ha avuto a 21 anni e l’hanno obbligata a darmi via. Sembrava di pietra. Forse le ho ricordato momenti duri, forse si vergognava. Non c’è stato modo di farmi dire chi fosse mio padre».

In questo gruppetto statisticamente poco significativo, colpisce che, dei genitori biologici, sia la madre quella cercata con più tenacia; che trapeli compassione, mai risentimento; che la gratitudine per i genitori adottivi sia sempre rimarcato ? tranne in un caso ? come se si temesse di ferirli anche solo col pensiero. E se poi si chiede a queste persone se la nascita dei loro figli li abbia aiutati a fare pace con il passato, si ottiene una risposta unanime: assolutamente no.

Sul Venerdì del 25 aprile 2025

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