Franco Bonanini, l’inventore delle Cinque Terre: mi chiamavano il Faraone
dal nostro inviato Massimo Calandri«I sensali venivano dalla città per il nostro vino, povero e disperato come noi. Mio padre offriva acciughe e capperi, poi quelli bevevano un sorso e lo sputavano per terra: offrivano meno della metà del peggior prezzo che potevamo sperare. Ma non c’erano alternative. Accettavi quei pochi soldi per comprare una sedia, un pezzo di mobile». L’ansia, la frustrazione, la rabbia. «Non era giusto. Ho cominciato a pensare che insieme a tutta la gente del borgo avremmo dovuto ribellarci, e costruire qualcosa per conto nostro». Qualcosa come un paradiso.
Franco Bonanini negli anni Settanta era un ragazzo di Riomaggiore. Le Cinque Terre esistevano e non esistevano, nel senso che non le conosceva quasi nessuno. «Fino a dieci anni prima eravamo completamente isolati …
«I sensali venivano dalla città per il nostro vino, povero e disperato come noi. Mio padre offriva acciughe e capperi, poi quelli bevevano un sorso e lo sputavano per terra: offrivano meno della metà del peggior prezzo che potevamo sperare. Ma non c’erano alternative. Accettavi quei pochi soldi per comprare una sedia, un pezzo di mobile». L’ansia, la frustrazione, la rabbia. «Non era giusto. Ho cominciato a pensare che insieme a tutta la gente del borgo avremmo dovuto ribellarci, e costruire qualcosa per conto nostro». Qualcosa come un paradiso.
Franco Bonanini negli anni Settanta era un ragazzo di Riomaggiore. Le Cinque Terre esistevano e non esistevano, nel senso che non le conosceva quasi nessuno. «Fino a dieci anni prima eravamo completamente isolati dal mondo: contadini che a piedi scalzi avevano terrazzato le colline a picco sul mare, ceste di terra e pietre sulle spalle, come schiavi egiziani. Si parlava solo il dialetto. Poi arrivò la strada, ma restavamo dei paria. Turisti? Qualche tedesco, per caso».
Il padre di Franco muore, la mamma per mandare avanti la casa va a lavare i piatti, lui a bordo di un motocarro si occupa di portare via l’immondizia tra gli stretti vicoli del paese. «Nel 1973 nasce la prima cooperativa, il prezzo cominciamo a farlo noi: cinque volte tanto quello che ci davano i sensali. Due anni dopo, la prima grande vendemmia. E la sensazione che le cose stavano per cambiare. Nel 1982, la cantina sociale. Una rivoluzione. Insieme all’orgoglio, finalmente diventiamo consapevoli della ricchezza della nostra terra, desiderosi di aprirci al mondo. Era solo l’inizio».
L’inizio della scoperta del paradiso delle Cinque Terre (Riomaggiore, Corniglia, Manarola, Monterosso e Vernazza), nell’estremo levante ligure, provincia di La Spezia: borghi marinari incastonati in una costa e un parco d’una bellezza da togliere il fiato, Patrimonio dell’Unesco che dal Duemila è visitato ogni anno da tre milioni di persone. Una storia di rivincita personale e del territorio con protagonista questo uomo dagli occhi chiari e l’espressione diffidente, brusco ma anche generoso – come la gente di qui.
La parabola di Franco Bonanini, 73 anni, a un certo punto ribattezzato il Faraone per come gestiva questo gioiello italiano, si era interrotta all’improvviso nel 2010 con l’arresto nell’ambito dell’inchiesta Parcopoli e la successiva condanna definitiva. Tra le accuse, associazione a delinquere finalizzata a una truffa ai danni dello Stato. Lui si difende: «Non mi sono messo in tasca un centesimo. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per il mio paese». Dopo tanto tempo, sconta ancora degli obblighi domiciliari, la sera. E ha voluto raccontare la sua avventura in un libro: Il mio amore per le Cinque Terre. La storia di una vita per la propria terra. E il paradiso? Oggi rischia di diventare uno dei simboli negativi dell’overtourism. «Non volevo finisse così».
Miracolo vendemmia
Il libro non affronta la delicata questione giudiziaria. «Ci sono delle sentenze. Non mi andava di intorbidire il racconto. Ho difeso questo paradiso dalle speculazioni. Quanti imprenditori sono venuti in quegli anni, per speculare: volevano costruire alberghi, villaggi turistici. Invece noi fin dall’inizio abbiamo puntato su una “rivoluzione autarchica”: i guadagni reinvestiti per valorizzare il patrimonio locale e la gente del posto». Il primo miracolo è stato il vino. «Misi in contatto un mio professore di agraria col sindaco di Riomaggiore: la cooperativa vinicola voleva prendersi la rivincita su quei sensali che si approfittavano di noi. All’inizio venti soci, poi sarebbero arrivati a 800. Abbiamo ottenuto la denominazione Doc». E la monorotaia per trasportare le ceste d’uva, altrimenti erano migliaia di gradini da fare a piedi, e i contadini sempre di meno. «L’avevamo scoperta in Valtellina. Sono venuti degli operai svizzeri per installare i primi 2 tratti: abbiamo imparato e poi fatto da soli. Insieme».
Viste dall’alto
Quindi la cantina sociale, Bonanini sindaco. «Le Cinque Terre si stavano spopolando: il calo demografico, le persone andavano comunque a lavorare a Spezia. Alla fine degli anni Ottanta abbiamo cominciato a puntare sul turismo, ma un turismo diverso, “culturale”, che ci permettesse di recuperare e conservare il territorio». Sono partiti da quello che reputa il punto più suggestivo: il Santuario di Montenero. «A trecento metri d’altezza, a metà tra i borghi sul livello del mare e i punti più alti delle colline. In modo che la gente cominciasse a scoprire il fascino delle Cinque Terre dall’alto». L’opportunità di restaurare e vivere i vecchi rustici abbandonati: ma solo a patto di coltivare i terreni intorno. Il rifacimento dei sentieri. E un acquedotto con tubi per 90 chilometri, posati dagli stessi abitanti. La Via dell’Amore rimessa a nuovo, l’acqua potabile disponibile finalmente a tutte le ore (altra opera realizzata con l’aiuto dei volontari), il gas, la tv via cavo. Lo stop ai parcheggi selvaggi, il rifacimento delle piccole stazioni del treno, un albergo-diffuso costituito da tante piccole strutture ricettive. I vecchi fondi che potevano essere utilizzati anche per attività commerciali, a patto di avere per oggetto la valorizzazione di prodotti tipici locali. «A fine anni 90, nasce il Parco nazionale delle Cinque Terre: introduciamo un biglietto d’ingresso, gli introiti vengono immessi nel territorio».
Bonanini è un genio anche nel marketing: tv e giornali di tutto il mondo cominciano a parlare di questo “paradiso italiano”, arrivano ospiti dagli Usa, dalla Gran Bretagna, dall’Australia. Edward Nixon, fratello dell’ex presidente, se ne innamora. E Lance Armstrong, il ciclista (a proposito: è tappa del Giro d’Italia). Gli italiani, poi: Berlusconi, D’Alema, Bersani. Nell’anno delle Torri Gemelle, stop al turismo Usa, nuovo colpo di genio del Faraone: che celebra il gemellaggio con la Grande Muraglia cinese, stringe rapporti col governo dell’India, conquista l’interesse dei viaggiatori asiatici. «La visione è sempre stata quella di un turismo sensibile, attento. Al momento di spingere, erano tutti con me. Però a un certo punto, quando – di fronte alle folle – si doveva rallentare, siamo rimasti in pochi». L’arresto lo toglie di mezzo: non ha rubato per sé, dicono i giudici, ma nell’ansia del riscatto ha truccato le carte.
Oggi vive con la moglie nella vecchia, piccola casa che era dei genitori, sotto il Municipio di Riomaggiore. Il figlio Heidi continua con la viticultura eroica, un suo vino (invecchiato in mare) è stato premiato in Giappone. È passato mezzo secolo da quella vendemmia che cambiò il destino. Ora però le Cinque Terre vengono prese d’assalto: il 95 per cento dei turisti si concentra nel 4 per cento del territorio. Nei vecchi fondi hanno aperto negozi di chincaglierie. «Magneti, robaccia cinese comprata da turisti cinesi che se la riportano indietro: assurdo, vero?». Giura che non si sarebbe mai aspettato certi numeri. «Siamo passati da quattro affittacamere a 450. Sono saltati i freni. C’erano duemila ettari di terrazzamenti coltivati a vigneto, ora sono cento. La gente si concentra nei borghi, le colline sempre più abbandonate. E franano, si sfarinano. Scompaiono, come temo scomparirà il nostro sogno. Il paradiso».
Sul Venerdì del 1° maggio 2025