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Cuzzocrea: un consiglio per Javier Milei

Il presidente argentino chiama i disabili «idioti». C’è una bellissima fiaba disegnata da un ragazzo neurodivergente. La legga...
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Più di Donald Trump, più di Melania con la veletta, più dei politici che erano ai funerali di papa Francesco con obiettivi ben diversi dal lutto, confesso di non aver sopportato l’immagine – in prima fila – di Javier Milei. E non per la mania della motosega del presidente argentino, o per le sue politiche ultraliberiste che nulla hanno a che fare con la lotta alle diseguaglianze promossa da Bergoglio. Né per l’idea che non debba esistere il reato di femminicidio, neanche fosse l’unico a pensarla così. Ma per una ragione molto più semplice: a gennaio Milei ha fatto pubblicare in gazzetta ufficiale una delibera che definiva le persone disabili “idioti”, “imbecilli”, “gravemente handicappati”. Ha insomma, con il beneplacito degli anti-woke di tutto il mondo, deciso che è ora di tornare indietro rispetto a tutto quel che abbiamo imparato.

Più di Donald Trump, più di Melania con la veletta, più dei politici che erano ai funerali di papa Francesco con obiettivi ben diversi dal lutto, confesso di non aver sopportato l’immagine – in prima fila – di Javier Milei. E non per la mania della motosega del presidente argentino, o per le sue politiche ultraliberiste che nulla hanno a che fare con la lotta alle diseguaglianze promossa da Bergoglio. Né per l’idea che non debba esistere il reato di femminicidio, neanche fosse l’unico a pensarla così. Ma per una ragione molto più semplice: a gennaio Milei ha fatto pubblicare in gazzetta ufficiale una delibera che definiva le persone disabili “idioti”, “imbecilli”, “gravemente handicappati”. Ha insomma, con il beneplacito degli anti-woke di tutto il mondo, deciso che è ora di tornare indietro rispetto a tutto quel che abbiamo imparato.

Non solo sul clima e sull’inquinamento, o sui diritti delle donne che non possono essere considerate inferiori agli uomini, ma anche sul cervello umano: su come funziona, su quanto le neurodivergenze siano ricchezza da comprendere, e non vergogna da nascondere. Ne parlavo qualche mese fa con Guillermo Arriaga, autore di Strane, romanzo storico uscito per Bompiani cui lo scrittore messicano non vuole affidare messaggi, ma se ce n’è uno è questo: la diversità aggiunge, non toglie. Migliora la società, non la limita. Ci ho ripensato leggendo il meraviglioso libro illustrato scritto a quattro mani da Tommy e Gianluca Nicoletti, Nel Paese dove i maiali volano, i lupi galleggiano, pubblicato da Mondadori Electa Kids. Tommy è un artista neurodivergente, Gianluca – editorialista della Stampa, conduttore radiofonico a Radio 24 – è suo padre. Questo libro colorato è un dialogo tra loro, ed è struggente. Perché è una fiaba fatta di ometti rossi e blu, felici giardinieri che mangiano solo rose dai gusti diversi a seconda di quanto siano state esposte al Sole, giganti maialoni, un pavone che vuole smettere di essere ammirato, la madrina di un’isola ribelle. Ma è soprattutto un modo che padre e figlio hanno trovato per comunicare nelle lunghe sere d’estate in Umbria: Tommy disegnando e colorando sul suo iPad, Gianluca cercando parole che decifrassero quei disegni.

Chi ha un figlio neurodivergente sperimenta prima di tutti, e più di tutti, la frustrazione di non riuscire a entrare nel mondo della persona che ama più di chiunque altro. Quando manca quasi del tutto la parola, i gesti, gli sguardi, possono non bastare. Ma Tommy e Gianluca raccontano qualcosa che ci riguarda tutti: il momento prezioso in cui un padre e un figlio trovano un canale di comunicazione. Un punto di contatto talmente profondo da diventare arte. Una delle poche parole che Tommy pronuncia, e che usa per descrivere come si sente, è la parola “felice”. Da lui e dalla sua arte, abbiamo solo da imparare. Con buona pace degli ignoranti e dei Milei di questo mondo.

Sul Venerdì del 9 maggio 2025

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