Il marito di Goliarda Sapienza: che vita meravigliosa accanto a lei
di Mario Di CaroLa donna che firmò il capolavoro rifiutato aveva una drammaticità tutta siciliana, ma quando la bocca si apriva in un sorriso, come notò Renato Guttuso, prendeva “l’allegria di una fetta d’anguria”. Del resto, come testimonia l’uomo che da quel sorriso è stato segnato per tutta la vita, Goliarda Sapienza «aveva denti bellissimi, scintillanti. E poi era dolcissima».
Angelo Pellegrino, 79 anni ad agosto, scrittore, ex «falso attore», come si definisce, interprete di una novantina di B-movie negli anni Settanta e Ottanta, è il custode appassionato del lascito letterario di Goliarda Sapienza, sua moglie, «una di quelle donne che ti cambiano la vita». Pellegrino s’è visto sbattere tante porte in faccia prima di riuscire a far pubblicare L’arte della gioia, tanto da scrivere una Cronistoria dei rifiuti editoriali poi sbeffeggiati dal successo in Francia. Adesso è curioso di vedere il film di Mario Martone, Fuori, ispirato all’esperienza carceraria di Goliarda, e soprattutto di vedere Corrad…
La donna che firmò il capolavoro rifiutato aveva una drammaticità tutta siciliana, ma quando la bocca si apriva in un sorriso, come notò Renato Guttuso, prendeva “l’allegria di una fetta d’anguria”. Del resto, come testimonia l’uomo che da quel sorriso è stato segnato per tutta la vita, Goliarda Sapienza «aveva denti bellissimi, scintillanti. E poi era dolcissima».
Angelo Pellegrino, 79 anni ad agosto, scrittore, ex «falso attore», come si definisce, interprete di una novantina di B-movie negli anni Settanta e Ottanta, è il custode appassionato del lascito letterario di Goliarda Sapienza, sua moglie, «una di quelle donne che ti cambiano la vita». Pellegrino s’è visto sbattere tante porte in faccia prima di riuscire a far pubblicare L’arte della gioia, tanto da scrivere una Cronistoria dei rifiuti editoriali poi sbeffeggiati dal successo in Francia. Adesso è curioso di vedere il film di Mario Martone, Fuori, ispirato all’esperienza carceraria di Goliarda, e soprattutto di vedere Corrado Fortuna nei suoi panni, quelli del marito della scrittrice. «Mi sembra l’attore giusto», ci dice in un bar di Mondello affacciato sul mare. «Valeria Golino, che so che interpreta Goliarda, ha il suo stesso modo di muovere le anche e le spalle».
Partiamo dall’inizio: come ha conosciuto Goliarda Sapienza?
«A Roma, nel 1975, quando facevo il “falso attore”. Falso perché in realtà io nasco filologo, insegnavo a Gaeta ma lasciai la scuola perché la vita da pendolare non faceva per me. Mi dissero che avevo una faccia buffa, buona per il cinema. È finita che ho preso parte a una novantina di film trash, ora rivalutati – tipo 4 marmittoni alle grandi manovre – ma confesso che non ne ho visto neppure uno. C’era un’agenzia che mi procurava il lavoro e andavo lì a chiacchierare con la segretaria, coltissima: un giorno mi propose di andare a conoscere una scrittrice che stava scrivendo un romanzo. Mi disse: “È siciliana come te, magari vi capite”. E così fui invitato a prendere un tè nella casa di Goliarda ai Parioli».
La prima impressione quale fu?
«Mi colpì la sua immediatezza, la sua spontaneità. Non parlammo neanche un minuto di letteratura ma, visto che le fui presentato come un comico, mi consigliò di leggere l’autobiografia di Charlie Chaplin. Lei adorava i comici e imitava Chaplin alla perfezione, camminando con il bastone alla maniera di Charlot. E poi cucinava in modo superlativo».
Insomma, ottime premesse.
«Presto compresi che mi trovavo di fronte a uno scrigno di sapere, di ricchezza straordinaria. Goliarda era una donna che aveva conoscenze di vita, di storia, si portava dietro un bagaglio storico-politico-filosofico. Lei aveva una straordinaria capacità artistica: era un’artista, capiva il peso di essere tale e ne soffriva. Il suo talento non lo considerava come un punto di forza perché era anti-narcisistica, anche troppo».
Leggendo L’arte della gioia l’idea che ci si fa di lei è di una donna assolutamente libera. È così?
«La libertà era intrinseca nel suo organismo. Era figlia di una sindacalista, poi condannata dal regime al domicilio obbligato in Sicilia, e di un avvocato socialista. Lei si dichiarava atea e materialista. Diceva: “Io non ho Dio ma ho gli altri”. E infatti aveva la capacità di entrare in contatto con le persone, riusciva a trovare in ognuno il bambino che ci portiamo appresso».
A proposito di libertà, secondo lei, quanto c’è di Goliarda in Modesta, la protagonista dell’Arte della gioia, così bramosa di vita e di indipendenza?
«Modesta è Goliarda. È pur sempre un personaggio letterario, molto costruito: lei ha passato in rassegna tutte le grandi protagoniste della letteratura americana fino a Via col vento. Voleva donare alla letteratura italiana il grande personaggio femminile che le mancava. E ci è riuscita arricchendo il pantheon della letteratura europea con una figura di donna che incarna il Novecento. I francesi lo capirono per primi, mentre in Italia non capirono niente. A me era chiaro che L’arte della gioia fosse un capolavoro ma non conoscevo i “maneggi” italiani. Lei era preoccupata e io la incoraggiavo dicendo che magari molti non sarebbero stati d’accordo con le sue idee, ma che la qualità letteraria non l’avrebbe negata nessuno. Lo dicevo per rincuorarla, naturalmente mi sbagliavo».
Che compagna è stata Goliarda?
«Vivevamo in simbiosi, con tutte le difficoltà del caso, ma c’era un’osmosi, i nostri pensieri confluivano gli uni negli altri. Condividevamo molte cose, come l’opposizione al sistema, avevamo idee letterarie che combaciavano. Abbiamo passato ventidue anni assieme, fino alla sua morte».
Perché la vostra relazione suscitò scandalo?
«La differenza di ventidue anni d’età era enorme nell’Italia di allora, anche se lei era la giovane e io il vecchio. Era più giovane di me per spirito: io ero un palermitano malinconico-metafisico e lei una catanese passionale, socialista, lavica e tellurica. Ci integravamo».
Era una di quelle persone difficili da indirizzare, da sottrarre alle proprie fragilità?
«Lei soffriva periodicamente di depressione, autentica, non compiaciuta o modaiola. La depressione fu aggravata dai rifiuti editoriali. Goliarda letterariamente è stata assassinata. Quando fu costretta a fare una tournée teatrale per combattere una miseria francescana io le regalai dei taccuini incoraggiandola a fare delle “fotografie letterarie” nei momenti liberi, in treno, nei camerini dei teatri. Si appassionò a tal punto che ne volle regalati altri e arrivò a scrivere ottomila pagine che io in parte ho fatto pubblicare con La mia parte di gioia e Il vizio di parlare a me stessa».
Veniamo all’episodio dell’arresto dal quale scaturiscono L’università di Rebibbia, Le certezze del dubbio e ora il film Martone. Davvero fu un gesto voluto?
«Intanto diciamo che il carcere faceva parte della sua vita: la madre vi era stata rinchiusa tante volte per motivi politici, durante il fascismo, nell’Arte della gioia Modesta finisce in carcere sempre a causa del regime. Lei voleva protestare contro l’ambiente romano di sinistra, rappresentato da tanti intellettuali. Il suo primo romanzo, Lettera aperta, non ebbe una sola recensione da L’Unità, Paese sera e Rinascita e allora era un problema. Dopo la fine della storia con il regista Francesco Maselli s’era ritrovata con una solitudine pesante. E così fece questo furto di gioielli in casa di un’amica contessa. I carabinieri furono molto paterni, le chiesero di confessare così l’avrebbero liberata subito. Ma lei, attrice formidabile, recitò talmente bene la parte della pariolina svampita e arrogante per poter andare in galera che finì a Rebibbia. Elsa Morante disse che aveva fatto “un gesto dostoevskiano”. Volle affrontare un’esperienza estrema per fare letteratura. Fu lo stesso gesto di Modesta che, per riguadagnare l’attenzione di madre Leonora, si butta nel pozzo del convento. Sperava di stare in carcere più a lungo di sei giorni per fare scandalo».
Cos’è che si porta sempre dietro di Goliarda? Un’immagine, una parola?
«Io direi la vita. È stata una vita meravigliosa assieme a lei, la rifarei di nuovo».
Aspettando di vedere Fuori, mi dica se le è piaciuta la serie Sky firmata da Valeria da L’arte della gioia.
«Sì, era un buon lavoro: certe punte estreme del pensiero di Goliarda ci sono tutte».