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Campi Flegrei: vivere sopra i vulcani

Abitazioni e terreni agricoli nei cratere di Cigliano, nel cuore dei Campi Flegrei (Alessandro Gandolfi) 

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La terra trema e chi lì ci vive oscilla tra paura, stress, fatalismo o fastidio da troppo allarmismo. Ma la situazione qual è? Quanto è imminente il rischio? Quali sono gli scenari? Proviamo a capirlo con chi monitora al minuto l’enorme caldera
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In principio il Macellum era a piano terra. Ora al meno due. Nel Seicento qualcuno intuì che sotto ai monconi di tre colonne che sbucavano dal selciato ci potesse essere altro. E infatti, scavando, venne fuori un mercato pubblico di epoca romana. Il bradisismo, alla lettera “lente scosse”, l’aveva fatto sprofondare, sommergere dall’acqua del mare, per poi risalire. Oggi tutti lo considerano una specie di paziente zero della “malattia” geologica dei Campi Flegrei. Tra il 1970-’72 e il 1982-’84 gli episodi acuti. Ci furono sgomberi. Migliaia di persone trasferite altrove. Per anni. Tremava la terra e si temeva un’eruzione. Uguale a oggi. Come se sotto la caldera costituita da una quarantina di vulcani, il gran pentolone su cui questa zona bella e dannata insiste, avessero di nuovo alzato il fuoco. Il magma si scalda. Gonfia. Spinge. Deforma la crosta terrestre. Provoca terremoti. E se, a forza di frantumare le pietre che trova di fronte, aprirà un varco, potrebbe eruttare. Siamo venuti …

In principio il Macellum era a piano terra. Ora al meno due. Nel Seicento qualcuno intuì che sotto ai monconi di tre colonne che sbucavano dal selciato ci potesse essere altro. E infatti, scavando, venne fuori un mercato pubblico di epoca romana. Il bradisismo, alla lettera “lente scosse”, l’aveva fatto sprofondare, sommergere dall’acqua del mare, per poi risalire. Oggi tutti lo considerano una specie di paziente zero della “malattia” geologica dei Campi Flegrei. Tra il 1970-’72 e il 1982-’84 gli episodi acuti. Ci furono sgomberi. Migliaia di persone trasferite altrove. Per anni. Tremava la terra e si temeva un’eruzione. Uguale a oggi. Come se sotto la caldera costituita da una quarantina di vulcani, il gran pentolone su cui questa zona bella e dannata insiste, avessero di nuovo alzato il fuoco. Il magma si scalda. Gonfia. Spinge. Deforma la crosta terrestre. Provoca terremoti. E se, a forza di frantumare le pietre che trova di fronte, aprirà un varco, potrebbe eruttare. Siamo venuti a cercare di capire se e quanto il rischio sia imminente.

Chi trasloca e chi resta

Al porto di Pozzuoli ogni teoria si arrende di fronte al colpo d’occhio. I traghetti per Ischia e Procida attraccano solo dove il fondale si è rialzato meno. Antonio Bucciero, presidente dei pescatori, sta aggiustando una rete: «Gli affari sono dimezzati. Più CO2 esalata in acqua vuol dire meno pesci. Aggiungiamo la paura che tiene alla larga i turisti e quindi le ordinazioni dei ristoranti». Ciononostante l’ottimo “Abbascio ù Mare”, sulla darsena, è praticamente pieno. Nell’83, ricorda Bucciero, «ci furono 500 scosse in un mese ma poi si calmò. Stavolta va avanti da quasi un anno e si sentono anche a Monteruscello», l’entroterra dove molti traslocarono dal centro: «È molto peggio!». Non tutti la pensano così. In piazza della Repubblica, Carmine Mele non ha mai abbandonato il suo emporio neanche quando «nei primi anni 80 tanta gente si era trasferita al Villaggio Coppola», poi diventato sinonimo di ecomostro, «e non intendiamo farlo ora». Sua moglie aggiunge che «a 70 anni la mia vita l’ho fatta. Piuttosto smettete di dire che la situazione è grave: c’è già meno traffico in giro». È la stessa preghiera di Gemma Russo, sveglissima giornalista che mi accompagna, e che lavorava nel percorso archeologico del Rione Terra fino all’anno scorso quando, dopo la caduta di un pezzo di intonaco, è stato chiuso tutto. Ma è grave o non è grave, la situazione? Un’archeologa che volevo incontrare, per dire, ora preferisce stare in Cilento e mi aveva sconsigliato di dormire in città. D’altronde i prezzi per case in affitto nei paesi vicini, dice Gemma, sono già raddoppiati. Marcello Mirata, amministratore di vari condomini, mi mostra video delle scosse forti di marzo (4,6 e 3,9): «È normale essere stressati! Da una settimana hanno chiuso la scuola di mia figlia per l’entrata non sicura. Siamo tornati alla Dad. Neanche a maggio, quando hanno sgomberato mille famiglie, c’erano problemi strutturali. Ma se si stacca anche solo un intonaco bisogna chiamare i vigili del fuoco e mettere in sicurezza».

Rione Terra, cantiere infinito

Niente in confronto con quel che successe col Rione Terra, il quartiere sullo sperone di tufo che sovrasta la darsena, dove le barchette giacciono spiaggiate su un fondo limaccioso. Il 2 marzo 1970 nella banchina del molo innalzato si aprì una profonda fessura. Si era invertito il bradisismo e i giornali ipotizzarono la nascita di un nuovo vulcano. Il ministero degli Interni prima pensò di evacuare l’intera città (65 mila abitanti) poi si accontentò del Rione Terra (circa 6 mila). «Che peraltro non era il più gravemente lesionato» commenta l’ingegner Giovanni Giannini, riannodandosi a un filone di sospetti su possibili appetiti urbanistici privati sulla pregiata zona fronte mare. Da allora disabitata, se non per un centinaio di operai per Giannini, il capo del cantiere che dura da 25 anni. «Il progetto parla di un albergo diffuso, negozi e ristorazione. Noi abbiamo già consegnato da almeno due anni 54 stanze, 15 locali per esercizi commerciali e due bar brevemente entrati in funzione verso Natale scorso, tranne richiudere subito dopo. Ho contato almeno cinque inaugurazioni del percorso archeologico». False partenze. Incagliate tra inchieste, avvicendarsi delle giunte e di responsabilità dalla Sovrintendenza al Parco archeologico dei Campi Flegrei. Che spreco! Varrebbe la pena solo per la terrazza vista Nisida. E invece i lavori hanno riportato alla luce anche mosaici e una serie di cunicoli in opus reticulatum dove sarebbe bello poter entrare. «Per non dire del fatto che le camere pronte potrebbero già, se ci fosse bisogno, ospitare fino a 200 sfollati. Senza mandarli altrove» osserva il pratico ingegnere. Tra le pochissime zone accessibili c’è la magnifica cattedrale, ben ricostruita ma inspiegabilmente chiusa di lunedì. «Entro il 2030, dopo un investimento complessivo di oltre 100 milioni di euro, il cantiere dovrebbe chiudersi» dice Giannini, con voce piena di speranza.

Una lunga storia di tremori

Eccola, infine, la parola tabù: evacuazione. Cinquant’anni fa fu parziale e le polemiche sulla sua necessità non si sono ancora spente. Oggi riguarderebbe 500 mila persone che vivono sui Campi Flegrei, Pozzuoli certo, ma anche altri sei comuni tra cui alcuni noti quartieri di Napoli, come Vomero, Chiaia e Posillipo. Pompei 2 al momento è solo un worst case scenario accademico. Ma va comunque preso sul serio. E allora proviamo a mettere in fila cosa si sta preparando sopra la terra per rispondere a cosa succede sotto. Prima un po’ di storia. La ripercorro con Roberto Scandone, ex capo della sezione vulcanologica della commissione Grandi Rischi, ovvero i consulenti scientifici della Protezione civile. A partire dal 1538 quando una serie di violenti terremoti provocò la fuga – e la salvezza – degli abitanti. Immaginate una scena bruegheliana. Pesci in secca sull’arenile. Geyser caldi e freddi. Pezzi di lava incandescente che formarono una collinetta alta 150 metri. Unici morti i 22 curiosi che si spinsero sul cratere pensando che fosse tutto finito. Dopo, il suolo scese di un centimetro all’anno. Salvo risalire dal 1950. I veri strappi (tra 1,5 e 2 metri), con memorabili terremoti, si avranno appunto nei 70 e 80. Quindi nuova discesa fino all’inversione del 2006. Col suolo che riprende a correre negli ultimi due anni. L’excursus ci dice che i sollevamenti si portano dietro i terremoti. La loro energia è proporzionale alla velocità di innalzamento del suolo. E gli ipocentri localizzati sui bordi del cosiddetto “blocco risorgente” aprono fratture sul bordo nord e comprimono l’area sul golfo di Pozzuoli. Proprio come accadde con l’eruzione di Monte Nuovo, nel ‘500. Per Scandone «la massa di magma è oggi a una profondità di 3-4 chilometri. Fosse per me farei già un’evacuazione temporanea». Un’opinione non allineata rispetto ai suoi ex-allievi cui spetta pronunciarsi sui livelli di allerta. A ognuno dei quali corrisponde una diversa risposta. Verde: normale attività vulcanica. Giallo: attività più elevata che richiede monitoraggio continuo.

È la condizione in cui i Campi Flegrei si trovano dal 2012. Ma che da ultimo, con approssimazione giornalistica, è diventata un “giallo scuro”. Arancione: uguale preallarme. Si evacuano ospedali, popolazione carceraria (a maggio scorso, pur senza cambiare livello, il carcere femminile di Pozzuoli è stato temporaneamente svuotato), si mette al sicuro il patrimonio artistico. Rosso: eruzione imminente, evacuazione obbligatoria per tutti, entro 72 ore.

Sensori ovunque

Il monitoraggio lo fa l’Osservatorio vesuviano, con sede non lontana da Bagnoli, che fa parte dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Il cui centinaio tra geologi, fisici e vulcanologi sono diretti da Mauro Di Vito. Che vado a trovare. Gli indicatori principali sono tre: attività sismica; emissioni di gas vulcanici; sollevamento del suolo. «La sismicità è intensificata dal 2023. Il degassamento dal 2005. Significa che sotto è aumentata pressione e temperatura». Quantità che misurano con un formidabile numero di sensori («Questo avverte anche il passaggio dei treni della Cumana, questo l’apertura di un cancello particolarmente pesante!») i cui rilevamenti occupano decine di monitor nella sala operativa presidiata, su tre turni, da due specialisti che nel dubbio lo chiamano a ogni ora. Esistono soglie specifiche, tipo un terremoto di grado 5, superate le quali si aggiorna l’allerta? «No. È una lettura complessiva. Entità e forma della deformazione crostale. Velocità che, nelle ultime settimane, è stata di 2-3 centimetri contro il centimetro al mese su cui si era assestata dopo il picco del maggio scorso. Le scosse si sono intensificate. Ma va guardato il tipo di sismicità, come frattura le rocce. E se il magma comincia a infilarcisi». A oggi, dice in coro con la predecessora, la geofisica Francesca Bianco, «non abbiamo evidenze di risalite magmatiche verso la superficie».

E l’ipotesi di Scandone? «Massimo rispetto ma, secondo i nostri calcoli, il magma è ancora a circa 5-6 chilometri. Dovrebbe rompere la grafite, rocce non fragili. Comunque ci sono anche i negazionisti che dicono che è sotto gli 8 chilometri e non c’è niente di cui preoccuparsi». Loro monitorano notte e giorno e aggiornano le comunicazioni di conseguenza. «Tutto può cambiare in breve tempo. Ma appena le cose succedono, noi avvisiamo. La Protezione civile quando è aumentata la velocità di deformazione, precursora di maggiore sismicità, permettendo loro di mandare un alert sui telefonini degli abitanti interessati. O i sindaci quando abbiamo scoperto una maggiore presenza di gas dal terreno, con la CO2 che ristagna nei seminterrati, e hanno fatto ordinanze per aerare i locali ed evitare accumuli».

Se scatta il rosso

Tranne quelli all’arancione e il rosso, dichiarati dalla presidenza del Consiglio, a decidere i passaggi di allerta, in collaborazione con la Regione, è la Protezione civile. L’ingegner Luigi D’Angelo ne è il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze. Dice che «il vulcano manifesta la sua presenza in vari modi: respira, e il terreno si solleva. La commissione Grandi rischi si riunisce ogni sei mesi (ultima volta il 20 marzo) e valuta lo stato delle cose, ma può essere convocata alla bisogna». Nel frattempo, però, si fanno cose. Tipo «formazione nelle scuole ed esercitazioni di evacuazione più frequenti». A Bacoli, uno dei comuni che sarebbero coinvolti, nel 2019 avevano partecipato in 3 mentre nel 2024 in 150. D’Angelo, che ha un modo di spiegare cartesiano e rassicurante, ricorda che i Campi Flegrei sono «una delle zone vulcaniche più monitorate al mondo». Lo preoccupa più il sisma o l’eruzione? «Niente al momento ci parla di un’eruzione imminente. Bisogna prepararsi a tutto senza prefigurare eventualità non all’orizzonte, evitando il panico». In caso di evacuazione la viabilità delle strade viene cambiata, con l’intervento della polizia: diventano solo vie di fuga, in auto o con qualsiasi altro mezzo. I piani prevedono “aree di attesa”, dove chi ha bisogno di assistenza si raccoglie e viene spostato in bus verso le “aree di incontro” fuori dalla zona rossa, più a rischio, tendenzialmente stazioni ferroviarie e porti dai quali sfollare verso le “regioni gemellate” che li accoglieranno. Già, ma in pratica dove andranno a finire? «Dal Lazio al Veneto sono state individuate città con buona ricettività potenziale, sia alberghiera che di seconde case. Ma non potrei dire ora dove dormirebbero perché non possiamo tenere impegnati alberghi rispetto a un evento che potrebbe non accadere mai». Non teme l’irrazionalità, il fatto che parecchia gente potrebbe voler non evacuare? «È messa in conto. Per mitigarla facciamo informazione, esercitazioni, aiutati dai volontari. Bisogna dire le cose come stanno. Se la gente le comprende, segue le indicazioni.

Prima del Covid nessuno pensava che saremmo rimasti tutti a casa per così tanto tempo. Eppure l’abbiamo fatto». A proposito di rosso, è di quel colore anche il telefono con cui gli addetti dell’Osservatorio avvertono chi di dovere in caso di allarme. Il giorno della mia visita coincide con l’aggiornamento del bollettino settimanale. La velocità di deformazione del suolo, rispetto alla scossa forte del 13 marzo, risulta rallentata. Lo dicono le antenne Gps fissate nel suolo. I satelliti, concordi pur nei tre diversi software usati per interrogarli. Le telecamere termiche che colgono il riscaldamento di superficie. Anche il sensibilissimo gravimetro da 500 mila euro posizionato nel ventre del Rione Terra e che percepisce i cambiamenti di massa terrestre. Più altri sistemi ancora. È già molto, ma non abbastanza per trasformare scienziati in bookmaker: «Oggi va così. Domani potrebbe andare diversamente. Per questo siamo qui, sul pezzo, giorno dopo giorno». Che, alla fine, è anche un’onesta metafora della vita.

Dal Venerdì del 4 aprile 2025

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