✕

Formidabili, quei quaderni piacentini

Milano, 1988, Parco Solari. Da sinistra, Piergiorgio Bellocchio (1931-2022) e Grazia Cherchi (1937-95) – fondatori nel 1962 della rivista quaderni piacentini – con Goffredo Fofi, oggi 88 anni, che ne fu uno dei principali collaboratori. L’ultimo numero uscì nel 1984 

Ascolta l'audio

Partita con duecento copie, la rivista fondata da Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi divenne la pubblicazione più significativa del ‘68. Un saggio ripercorre l’esperienza collettiva di un gruppo di intellettuali eretici
4 minuti di lettura

La notizia è che c’è stato un posto in Italia – anzi, nella sperduta provincia italiana – in cui il ’68 iniziò in anticipo di alcuni anni. La rivista quaderni piacentini nacque nel marzo del 1962 dall’inquietudine soprattutto di due giovani, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, tiratura di duecento copie ciclostilate e un programma: «Si può e si deve essere seri senza essere noiosi. Con allegria». Come una rock band che comincia a suonare con chitarra, basso e batteria nel sottoscala di casa e poi esplode nel mondo – o quei nerd che inventarono solitari i computer nei garage californiani – pochi anni più tardi la rivista diventò mitica per il movimento che incendiò l’Italia, arrivando a vendere 13 mila copie. Tant’è che non si legge un racconto di cosa furono quegli anni definiti «formidabili» senza che a un certo punto salti fuori che quaderni piacentini era la lettura decisiva.

La notizia è che c’è stato un posto in Italia – anzi, nella sperduta provincia italiana – in cui il ’68 iniziò in anticipo di alcuni anni. La rivista quaderni piacentini nacque nel marzo del 1962 dall’inquietudine soprattutto di due giovani, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, tiratura di duecento copie ciclostilate e un programma: «Si può e si deve essere seri senza essere noiosi. Con allegria». Come una rock band che comincia a suonare con chitarra, basso e batteria nel sottoscala di casa e poi esplode nel mondo – o quei nerd che inventarono solitari i computer nei garage californiani – pochi anni più tardi la rivista diventò mitica per il movimento che incendiò l’Italia, arrivando a vendere 13 mila copie. Tant’è che non si legge un racconto di cosa furono quegli anni definiti «formidabili» senza che a un certo punto salti fuori che quaderni piacentini era la lettura decisiva.

«La rivista più significativa del ’68 innovatore», secondo Rossana Rossanda, certo non una simpatizzante. Sebbene già nel 1969, l’anno totem dell’unione operai-studenti, il battesimo dell’“autunno caldo”, la rivista avesse dichiarato fallita la rivoluzione e chiusa la fase delle speranze suscitate dal movimento giovanile. Si erano affermati dogmatismi e settarismi, avevano prevalso i gruppuscoli, erano tornate le dinamiche tipiche di capi e capetti.

Pagina per pagina

Sono scoperte, queste, che si fanno leggendo il libro di Daniela Cremona, Biografia di una rivista, pubblicato dalla casa editrice Le Piccole Pagine, con la cura di Gianni D’Amo. Due persone, Cremona e D’Amo, che sempre a Piacenza, anni dopo, raccoglieranno l’eredità della rivista ormai chiusa, grazie al magistero di Bellocchio e un piccolo circolo chiamato Karl Marx. Il libro è il più completo lavoro mai fatto sulla storia di quaderni piacentini. Uno studio pagina per pagina della rivista che chiuse la prima serie nell’aprile del 1980, dopo 18 anni di attività, pubblicando il numero 74. È la stagione che passa in rassegna l’autrice. Morta nell’estate del 2012, non ancora cinquantasettenne. Il testo del saggio è il frutto della sua tesi di laurea in filosofia all’Università statale di Milano, discussa nel 1995, alla soglia dei quarant’anni, mentre lavorava già da quindici alle Ferrovie dello stato, dopo il lavoro nella pompa di benzina del padre e quello di operaia manutentrice di linea delle ferrovie.

Avventurandosi nel libro di questa lavoratrice, militante e studiosa – che si scusa, «ma non troppo», di essere assai vicina all’oggetto studiato – si scopre che già negli anni precedenti il Sessantotto era successo tutto l’essenziale sulla rivista. Era stato intervistato Herbert Marcuse, il pensatore chiave del movimento globale, autore di L’uomo a una dimensione, testo di culto del movimento; raccontata la novità della nuova sinistra americana da un lungo saggio di Renato Solmi, in cui ci sono – e siamo ancora nel 1965 – il movimento per i diritti civili e la lotta dei neri del sud, la nascita della New Left, l’anti autoritarismo. E ancora: erano emersi i temi dell’antipsichiatria, il lavoro di critica alle istituzioni della società occidentale, a partire dalla famiglia, la scuola, l’università. Tutto ciò, ossia il bagliore del mondo, guardato dalla prospettiva di una città di provincia com’era Piacenza, dove aveva sede la redazione della rivista, a via Poggiali 41.

Cina troppo vicina

Era tutto straordinario sulle pagine di quaderni piacentini? Certo che no. Si rimane colpiti dall’abbaglio che anche loro – sebbene meno di quasi tutti i gruppi di sinistra dell’epoca – presero di fronte al comunismo della Cina di Mao, le cui tesi a un certo punto assunsero agli occhi di Edoarda Masi, che ne scriveva, «una rilevanza generale», diventando un modello da seguire. «Si può essere dirigenti rivoluzionari solo facendo corpo coi dominati» scriveva. Senza mai dire che la rivoluzione culturale aveva ottenuto tale risultato con le purghe dei dirigenti sgraditi a Mao, rieducando i loro figli nei campi, al prezzo di un milione di morti, dopo i 45 milioni delle politiche del grande balzo in avanti. Ciò anche quando Gianni Sofri, nel settembre del 1971, scrive «l’articolo di svolta», la fine dell’innamoramento cinese della rivista, in seguito all’apertura di Mao al presidente statunitense Richard Nixon. Altri ci metteranno parecchi anni in più per ravvedersi.

Di quaderni piacentini il marxismo è ciò che è invecchiato peggio, sebbene fosse stato esercitato in forme originali. E anche Franco Fortini, che della rivista è stato un padre scorbutico e generoso, un collaboratore costante, spesso un pungolo, nella prefazione che scrive Gianni D’Amo appare ritratto in una veste inconsueta, poco comunista, immerso nel “nesso religione-storia-civiltà”. Uno che scrive: “Ne voglio ancora, di questa eredità cristiana. Combattere, pur restando a fianco dei partiti del proletariato, perché sia restituita un’esistenza al mare, all’acqua, alle campagne, alle città, al passato, alle parole, è, anche se non solo, un architrave cristiano”. Più san Francesco che Lenin.

Migliaia di chilometri

La rivista ha fatto germogliare scrittori e critici come Goffredo Fofi, ha creato rubriche irriverenti come Da leggere – da non leggere, ha ospitato dibattiti cruciali per il proprio tempo, come quello tra il filosofo Jürgen Habermas e uno dei capi del ’68 tedesco, Rudi Dutschke, ha visto prima di altri gli errori della propria generazione, invitando a correggerli. Ma c’è anche qualcos’altro. Un’idea della cultura e della politica come “autogestione”, la definisce Cremona. Era ciò che spingeva Piergiorgio Bellocchio a percorrere migliaia di chilometri in macchina con le copie della rivista per portarle ai librai, per prendere accordi sulla distribuzione, per incontrare persone da coinvolgere nell’impresa. Dal primo all’ultimo numero quaderni piacentini si resse sulle proprie gambe, senza editori, dopo l’avvio pagato con i soldi di Bellocchio.

Bellocchio l’antidivo

Dalle pagine del libro di Cremona emerge chiaramente che l’anima e il cuore della rivista era lui, Piergiorgio Bellocchio. Malgrado la sua scelta di essere invisibile più che poteva. Il suo nome non compariva sotto il titolo della rubrica che scriveva, Il franco tiratore. Si prendeva tutte le responsabilità e pochi palcoscenici. Aveva abolito la distinzione tra il lavoro manuale e intellettuale. Curava il trasporto e l’ideazione della rivista, i rapporti con i collaboratori e quelli con le case editrici, gli abbonati e la tipografia, scriveva e spediva i pacchi. Il contrario dell’intellettuale star della contemporaneità, protagonista della società dello spettacolo culturale, il divo che partecipa ai festival, ritratto come i modelli di una pubblicità, centinaia di persone ad ascoltarlo che pendono dalle sue labbra, cioè dall’auctoritas della celebrità. L’ansia di allargare il pubblico dello show. Macinare numeri. Per Bellocchio invece contava suscitare nell’interlocutore la domanda radicale: «Che fare? Come vivere?». Per questo era convinto che «il lavoro diretto a un pubblico ristretto sia l’unico efficace», come la lezione di un insegnante, il colloquio tra compagni di lavoro, persone di famiglia, amici. La comunità, non la folla. La persona anziché la massa. Ecco cosa c’entra la parola “biografia”, il richiamo alla vita, nel titolo di un libro su una rivista.

Sul Venerdì del 9 maggio 2025

Leggi i commenti