Nel marzo 2024, quando Gabriele Romagnoli lo intervistò per il Venerdì, Don Winslow aveva appena pubblicato Città in rovine, ultimo capitolo di una trilogia sulla mafia dell’East Coast, e annunciato che non avrebbe più scritto romanzi come quelli (Il potere del cane, Il cartello, Il re del mondo...) che gli hanno fatto vendere milioni di copie in tutto il mondo. Sentiva di doversi dedicare a un altro compito: combattere con i suoi mezzi – soprattutto una martellante attività social – contro l’eventualità che Donald Trump riprendesse il poteree e instaurasse una dittatura. A 70 anni, diceva, lo doveva ai suoi nipoti. È passato poco più di un anno, Trump è stato rieletto e Winslow è ancora uno dei suoi oppositori più accaniti. Lo abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa in California.
Nel marzo 2024, quando Gabriele Romagnoli lo intervistò per il Venerdì, Don Winslow aveva appena pubblicato Città in rovine, ultimo capitolo di una trilogia sulla mafia dell’East Coast, e annunciato che non avrebbe più scritto romanzi come quelli (Il potere del cane, Il cartello, Il re del mondo...) che gli hanno fatto vendere milioni di copie in tutto il mondo. Sentiva di doversi dedicare a un altro compito: combattere con i suoi mezzi – soprattutto una martellante attività social – contro l’eventualità che Donald Trump riprendesse il poteree e instaurasse una dittatura. A 70 anni, diceva, lo doveva ai suoi nipoti. È passato poco più di un anno, Trump è stato rieletto e Winslow è ancora uno dei suoi oppositori più accaniti. Lo abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa in California.
Lei fu tra i primi a denunciare Trump come un pericolo per la democrazia...
«Guardi, sono esattamente dieci anni che dico che Trump è un fascista. Era il 2015 quando l’ho definito un Mussolini con una capigliatura peggiore e una padronanza della lingua inglese ancora peggiore. E non sono certo felice di aver avuto ragione, ma non c’è un’altra parola: quello a cui stiamo assistendo è fascismo. E fa paura».
Quali sono secondo lei i segnali peggiori?
«Ma tutto! La completa indifferenza se non la sfida aperta allo Stato di diritto. Gli attacchi ai giudici, il mancato rispetto delle sentenze. E poi l’aggressione alle università, il bavaglio a ogni forma di dibattito culturale, la rimozione di certi libri dalle istituzioni pubbliche. Lo abbiamo visto negli anni Trenta del secolo scorso: il disprezzo della legge e il tentativo di addomesticare la storia e la cultura sono i primi passi del fascismo. Che, come ricordo spesso ai miei concittadini, ha preso il potere con regolari elezioni».
Ecco, ma che cosa è andato storto? Perché Trump è stato rieletto con una maggioranza ancora più ampia della volta scorsa?
«Di sicuro è riuscito ad attingere a certi filoni molto antichi della politica americana: il nativismo, la paura per le persone transgender o i gay, l’odio per i migranti...».
Trump dice che respingendo e deportando i migranti irregolari fermerà il crimine e bloccherà il flusso di droghe che entrano negli Stati Uniti. Lei è un esperto di questi temi…
«...e so che sono tutte bugie. Il 97 per cento della droga – lo dice la Dea, l’Agenzia anti-narcotici, non io – arriva negli Usa viaggiando su carichi legali. E tra i migranti irregolari il tasso di criminalità è un quinto di quello che c’è tra gli americani per nascita. Quindi per ogni storia sui terribili delitti dei migranti che raccontano Trump e i suoi scagnozzi io potrei raccontarne cinque sui crimini degli americani».
Ma non si aspettava una reazione più decisa, proteste più forti contro quello che sta succedendo?
«Certo che sì, ma mi sbagliavo. Spero sempre che ci sia una goccia che faccia traboccare il vaso e provochi una reazione definitiva, ma finora non è accaduto. Anzi, tra i politici sembra scoppiata un’epidemia di vigliaccheria. Del resto io credevo che Trump non avrebbe mai più avuto un seguito dopo l’insurrezione del 6 gennaio 2021. Era puro e semplice tradimento, doveva essere messo in manette e finire in prigione. Ma non abbiamo avuto il coraggio».
Personalmente ha dei rimpianti?
«Penso che non siamo riusciti a far passare il messaggio che soprattutto la politica economica di Trump avrebbe danneggiato la classe media e i lavoratori, che dovrebbero essere la spina dorsale del partito democratico. Non gli abbiamo parlato in modo efficace, e anzi qualche volta li abbiamo guardati dall’alto in basso. Bisogna che il partito democratico trovi nuovi leader, nuove idee, e un nuovo linguaggio per parlare in modo chiaro e deciso all’americano medio».
E vede qualcuno in grado di farlo?
«No. Ancora no».
Con i suoi romanzi lei però non si rivolge certo solo alle élite urbane, tra i suoi milioni di lettori ci sono di sicuro tanti elettori di Trump. Come spiega il fatto di non riuscire a parlargli?
«Ma io con queste persone ci parlo: vivo in una zona di ranch, i miei vicini sono gli stereotipici agricoltori con il pickup e il fucile, qui Trump ha preso oltre il 75 per cento. Non vengo da una famiglia ricca, capisco in parte le loro paure e preoccupazioni. E però: qui c’è un uomo che vuole fare il dittatore, che ammira Putin, che si sta appropriando di miliardi di dollari grazie alla corruzione... Ma mi scontro con una forma di dissonanza cognitiva: più spieghi i fatti e porti prove a sostegno di quello che dici, più si rifiutano di crederci».
Ha ricevuto anche minacce?
«I soliti insulti dai vigliacchi che si nascondono dietro l’anonimato della rete. Noioso, stancante ma non preoccupante. Poi una volta, mentre tornavo da una passeggiata, un tizio in un pickup mi ha urlato contro: “Ehi, ti conosco e non mi piace quello che dici!”. Era armato, ma io mi sono avvicinato e ci ho parlato per qualche minuto. Alla fine mi ha ringraziato per la civile conversazione».
Lei ha annunciato che non scriverà più romanzi. Ha mai pensato di entrare lei stesso in politica?
(ride) «No, Dio, no! Conosco le mie capacità, credo di essere abbastanza bravo con le parole e penso che continuerò il mio impegno commentando l’attualità. Tra l’altro, mi sembra che di questi tempi un seggio in Parlamento serva a ben poco. Quanto ai romanzi, mi considero un pensionato, e mi va bene così».
Non posso non chiederle che cosa pensa del nuovo Papa americano…
«Sono contento che sia americano e per quel poco che ne so mi piacciono le sue idee politiche e il suo atteggiamento. E mi piace che sia un tifoso di baseball».
Addirittura c’è chi lo vede già come un anti Trump…
«E in quel caso sarò ancora più contento che il Papa sia lui».