✕

Teju Cole: in questa America non mi sento più al sicuro

Teju Cole. Alamy 

Ascolta l'audio

Lo scrittore di origine nigeriana: “Esistono tanti modi per silenziare qualcuno”
5 minuti di lettura

«Sì, sta succedendo qui. Perché a furia di insistere su grandi bugie la gente finisce per scambiarle per realtà. No, Trump non ha vinto le elezioni del 2020. No, i dazi non ci daranno benessere economico. No, i migranti haitiani non mangiano cani e gatti. No, Harvard non è antisemita. Ma a furia di ripeterle, Trump trasforma le dicerie in certezze. Ebbene, è così che si radica il fascismo. Con la gente che abbraccia grandi bugie e si convince di avere nemici. È conveniente averne: puoi dire che i tuoi problemi sono causati da loro. Purtroppo, è quello che sta succedendo qui, in America, oggi».

Teju Cole, 49 anni, è il raffinato scrittore – ma anche fotografo e storico dell’arte – nato negli Stati Uniti da genitori nigeriani, professore di Scrittura creativa in quella Harvard U…

«Sì, sta succedendo qui. Perché a furia di insistere su grandi bugie la gente finisce per scambiarle per realtà. No, Trump non ha vinto le elezioni del 2020. No, i dazi non ci daranno benessere economico. No, i migranti haitiani non mangiano cani e gatti. No, Harvard non è antisemita. Ma a furia di ripeterle, Trump trasforma le dicerie in certezze. Ebbene, è così che si radica il fascismo. Con la gente che abbraccia grandi bugie e si convince di avere nemici. È conveniente averne: puoi dire che i tuoi problemi sono causati da loro. Purtroppo, è quello che sta succedendo qui, in America, oggi».

Teju Cole, 49 anni, è il raffinato scrittore – ma anche fotografo e storico dell’arte – nato negli Stati Uniti da genitori nigeriani, professore di Scrittura creativa in quella Harvard University che ha deciso di reagire per vie legali alle minacce di Trump di tagliarne i fondi se non si piegherà al suo volere. La sua raccolta Carta nera. Scrivere in tempi bui è stata appena pubblicata in Italia da Einaudi. Testi scritti a partire dal 2016 dove la fuga verso sud di Caravaggio, un incontro casuale con il grande intellettuale palestinese Edward Said a Manhattan vent’anni fa, e perfino l’uscita nei cinema della saga del supereroe Black Panther generano riflessioni su identità e politica.

Sorprende nei suoi saggi la profondità di suggestioni inattese. Come il collegamento della fuga di Caravaggio all’odissea dei migranti. Il ruolo degli scrittori è svelare connessioni nascoste?
«Abbiamo il privilegio e il compito di prestare attenzione. Ci capita di raccontare ciò che molti pensano sia già stato detto e dunque lo tacciono convinti di saperlo già. Ti ritrovi in determinate situazioni e racconti quel che vedi – perché la conoscenza viene dalla descrizione. Nel mio saggio metto insieme le emozioni di un viaggio sulle tracce di Caravaggio, che mi ha portato casualmente a Pozzallo, in Sicilia, mentre veniva trasportato in porto un barcone carico di migranti che aveva fatto naufragio...».

Lei salì su quel barcone.
«Ciò che vidi fu una pugnalata al cuore. Le bottiglie, le scarpe, i salvagente ti davano l’idea di quante persone ci si fossero ammassate sopra. Ma più di quel che avevo davanti, mi colpì l’odore. Ancora lì, dopo giorni, sapeva di disperazione. Non era solo spiacevole. Era profetico. Parlava di una condizione condivisa. Siamo tutti stretti, soffocati in uno spazio minimo in balìa delle onde. Ma quando ne raccontiamo la storia, fatichiamo a trovare parole per descriverne la sofferenza e umanizzarli. Con la parola migranti bolliamo quelli nei cui confronti attuiamo politiche che negano le nostre responsabilità verso di loro».

Eppure nei sondaggi il consenso per Trump sta calando sui temi economici, ma resta forte sulla mano pesante nei confronti dell’immigrazione.
«La crudeltà verso i migranti è popolare. Una cosa che le destre hanno in comune ovunque è proprio la normalizzazione della crudeltà di certe categorie su altre. Ma ci sono sfumature. Se in un sondaggio chiedi: “Bisogna avere la mano pesante sull’immigrazione” molti risponderanno sì. Ma se chiedi “va deportato chi è qui da 10 anni e non ha mai commesso crimini?” la risposta sarebbe no. Tutto sta a come le cose si raccontano. Io non sono cattolico né religioso: ma è evidente che su questo papa Francesco aveva lungamente riflettuto. Lo dimostra la sua lite teologica con il vicepresidente J.D. Vance: non possiamo auto-assolverci dall’orrore terrificante di quel che determiniamo».

Papa Francesco contestò a Vance la sua lettura dell’Ordo amoris di sant’Agostino…
«Già, ed è risibile che un convertito recente come Vance, cattolico solo dal 2019, abbia osato discutere col Papa sostenendo che l’amore ha un ordine gerarchico per cui prima ami la tua famiglia, poi i tuoi amici, i tuoi vicini, il tuo Paese. Francesco lo smentì dicendoglielo chiaro: “Non hai capito. L’amore non divide, unisce. La nostra responsabilità di uomini è verso tutti gli esseri umani. È troppo conveniente dire che la teologia permette di odiare chi è lontano”. È una lettura cui tengo molto».

Lei insegna a Harvard, una delle università finite nel mirino della nuova amministrazione, insieme a musei, teatri, istituzioni culturali. Perché questo attacco alla cultura?
«Istituzioni culturali, giornali, università sono la prima cosa che i leader con aspirazioni autoritarie attaccano. È una mossa da manuale, lo dicono eminenti studiosi di autoritarismo e tirannie. Non sorprende: lo abbiamo già visto in Cina, in India, in Turchia. Non ci si può permettere di lasciare che musei e università facciano pensare la gente. Bisogna controllarli. Quello che, semmai, è nuova è la velocità con cui Trump agisce. È facile lasciarsi distrarre da tanti fronti aperti».

Com’è, oggi, l’atmosfera nella sua università?
«A Harvard è spaventosa. E il braccio di ferro con l’Amministrazione costerà molto all’ateneo. Ma c’è anche un grande orgoglio che unisce tutti noi, professori e studenti, per aver scelto di reagire e mostrare la spina dorsale della nostra istituzione».

Le reazioni alle offensive di Trump sono piuttosto isolate. Certo, abbiamo iniziato a vedere le prime manifestazioni. Ci sono deputati dem che provano ad alzare la voce. Ma l’impressione è che molti americani siano troppo sgomenti davanti a quel che sta accadendo per reagire.
«Sì, è vero, la gente ha paura. Il Doge di Musk permette oggi al governo di avere accesso a moltissimi dati, da quelli bancari alle cartelle sanitarie, e a molta della nostra vita online. L’estensione del controllo è immensa, vero riflesso della fase capitalistica che stiamo attraversando. Un’altra cosa che accomuna i regimi totalitari del Ventunesimo secolo è la facilità di attaccare qualcuno attraverso i social, usati per sminuire o distruggere reputazioni. Ci sentiamo tutti più vulnerabili».

Anche lei, che è cittadino americano?
«Ci sono molti modi per silenziare qualcuno. Certo, io sono un cittadino americano con una certa visibilità. Ma non sono particolarmente al sicuro per via della cittadinanza o del mio essere scrittore. Ricorda la poesia di Martin Niemöller? “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e io fui contento perché rubacchiavano...”: ormai è un cliché, ma è anche la nostra realtà. I totalitarismi, in un modo o nell’altro, ti alitano sempre più vicini. Quando molti miei studenti stranieri si vedono revocare il visto in una notte senza un perché, il problema è anche mio. Così come quando fermano chi ha la green card per reati d’opinione. Mi riguarda. Rumeysa Öztürk, la dottoranda turca della Tufts University arrestata in Massachusetts, non aveva partecipato a nessuna manifestazione pro-Palestina ma scritto un editoriale per il giornale studentesco in cui chiedeva di riconsiderare gli investimenti dell’università in aziende israeliane. Una morbidissima forma d’attivismo. Eppure è stata prelevata in strada a volto coperto, quasi fossero della Stasi, e deportata in un carcere della Louisiana dove ancora si trova. Lo hanno fatto per spaventare. Se fermano una come lei, nessuno è al sicuro».

Come resistere?
«Non è facile. In tanti alziamo la voce ma questa volta non basta. Bisogna lavorare sulla lunga distanza. Qual è il modo giusto di resistere nella Russia di Putin? Se lo fai da attivista, in modo visibile, puoi essere ucciso. Non c’è un modo giusto. Ma l’importante è resistere. Anche rileggendo le poesie del poeta turco Nazim Hikmet. Quelle della russa Anna Achmatova, della polacca Wislawa Szymborska. Sopravvissuti a orrori indicibili mantenendo la loro umanità. Gli esseri umani sono pieni di risorse, nessun regime può inglobare tutti. Resistere, per me, significa non adeguarsi. E se c’è una cosa di cui sono convinto, è che tutto questo finirà. E quando ci guarderemo indietro, ci vergogneremo profondamente».

In uno dei suoi saggi, scritti prima della guerra di Gaza, sfiora la questione palestinese affrontando il tema dell’identità.
«Mi sconvolge che oggi ci sia chi non vuol farci riconoscere che a Gaza c’è il più alto numero di amputati pediatrici al mondo. E che ci dicano che accettare quella guerra è l’unica alternativa alla barbarie. Ma penso molto anche alla condizione degli ostaggi, ai loro corpi impotenti, ai parenti che chiedono sia restituito quello dei morti. Ho osservato lo scambio di prigionieri dai due lati. E questo mi ha riportato al libro dell’Iliade dove Priamo attraversa il territorio nemico per andare da Achille e implorarlo di restituirgli il corpo di Ettore. Omero lo descrive mentre fa ciò che a nessun padre dovrebbe toccare: bacia le mani di chi gli ha ucciso il figlio. I due si ritrovano a piangere insieme: uno per Ettore, appunto, l’altro per Patroclo. È molto chiaro che non piangono per la stessa cosa: ma farlo insieme è un atto d’umanità incredibile. Attraverso il proprio dolore riconoscono quello dell’altro. Ecco, bisognerebbe saperlo fare sempre. L’empatia verso l’altro è quel che vogliono cancellare da noi».

A un certo punto descrive le sue visite ai musei come “una passeggiata divertente o irritante tra gli antenati dei bianchi”. È una critica all’approccio monoculturale del giornalismo e dell’arte?
«Volevo che il lettore – bianco – realizzasse: “Oh, il mondo non parla solo a me. Ci sono anche altri”. E il libro s’intitola non a caso Carta nera: è un riferimento alla carta carbone che mi piaceva da piccolo perché. pur permettendo la doppia copia, conteneva una scrittura invisibile. Il motivo per cui la raccolta parte dalle ombre di Caravaggio è perché molto si nasconde simbolicamente nel buio. Certo, il razzismo è in ripresa. È una realtà per chi ha la pelle scura. come la misoginia è una costante nella vita delle donne e l’omofobia in quella dei gay. Ma il razzismo è più interessato a me di quanto io lo sia al razzismo».

Sul Venerdì del 16 maggio 2025

Leggi i commenti